La gaia leggenda

Giuro che ci metterò tutto l’impegno, per evitare battutacce da osteria (che poi, non sono nel mio stile), per non cadere nel facile tranello del commento sarcastico sulla calzamaglia, per darmi uno schiaffetto sulla mano ogni volta che avrò la tentazione di scrivere una frase un po’ troppo becera.  Anche perché l’argomento è delicato, lo studio che lo supporta serio e accuratissimo, la rivista che l’ha pubblicato, il celebre quotidiano tedesco Die Welt (http://www.welt.de/geschichte/article115412317/Robin-Hood-war-schwul-und-klaute-fuer-seine-Tasche.html) più che autorevole, oltre che di rinomata tradizione editoriale. La risatina beffarda, che comunque c’è e c’è stata, e che persiste sulle mie labbra dal momento che ho deciso di occuparmi di questo tema, per fortuna non trasparirà né dallo schermo né dalle parole di questo post. Ma andiamo per ordine. Esattamente negli stessi giorni in cui in Francia si vinceva la civilissima battaglia per il diritto al matrimonio e alle adozioni da parte delle coppie omosessuali, notizia liquidata da qualche nostro tg nazionale con un servizio di circa trenta secondi, per dare spazio ad altre ed urgenti questioni, come il dibattito sulla t-shirt della Mussolini o le nuove avventure del Commissario Rex, era un altro gay, insospettabile, a tenere banco sulle prime pagine dei giornali: Robin Hood. Incredibile, vero? Eppure, per quanti sforzi abbiano fatto la letteratura prima e il cinema poi, per tramandarci l’erronea immagine di un eroe macho e sciupafemmine, a cui sono stati affibbiati travolgenti e passionali amori etero e il volto di attori ad alto tasso di testosterone come Kevin Costner e Russel Crowe, la verità, spiace deludervi, è tutta un’altra.

Perché Robin Hood, secondo il filologo britannico Andrew James Johnston, professore della Freie Universitaet di Berlino, che si è preso la briga di ricostruirne scrupolosamente la storia, analizzando tutti i testi e le ballate di epoca medievale in cui il leggendario personaggio compare, è stato sì un celebre bandito realmente esistito. Ma non esattamente dedito a quella nota pratica di “rubare ai ricchi per dare ai poveri”, che ce lo rendeva immediatamente simpatico. Più che altro, i furti che lui e i suoi seguaci compivano, servivano per “autofinanziare”, diciamo così, la loro comunità, un gruppo di ribelli che abitava la foresta di Sherwood per sfuggire alle leggi vigenti in città. Primo, a causa di un antesignano spirito ambientalista, che li portava a prediligere una vita eco-friendly, a maggiore e più diretto contatto con la natura. Secondo, ed è questo il punto su cui lo studioso insiste maggiormente, perché con tutta probabilità si trattava di un’allegra comitiva di soli omosessuali, che i pregiudizi di allora, non del tutto estinti col passare dei secoli, costringevano a un’esistenza appartata, ai margini della legalità. E se la (maliziosa) domanda che adesso vi sovviene riguarda lo stretto rapporto tra Robin e Little John, la risposta è sì: si trattava proprio del suo compagno prediletto, e non stiamo semplicemente parlando di un’innocua amicizia. Con buona pace di Lady Marion, la quale, per fortuna, più che una povera vittima ignara delle preferenze sessuali dell’eroe incappucciato che la tradizione vuole innamorato di lei, sarebbe invece una figura inventata posteriormente, solo per nascondere la scomoda verità. Che il grande schermo, a questo punto, avrebbe il dovere di mettere in scena: meglio se con un chiacchieratissimo George Clooney come protagonista.

La classe non è acqua

baby&me / the new evian film – YouTube.

Dicono che i periodi di crisi siano i più fecondi di idee. Sarà. Eppure, tra gli effetti più evidenti di questi (ormai troppi) anni spesi a fronteggiare un così desolante panorama professionale ed economico, mi sembra si possa tranquillamente annoverare anche un generale impoverimento e abbassamento qualitativo degli spunti creativi e delle trovate in numerosi settori, soprattutto sul piano della comunicazione. Un esempio su tutti: la pubblicità in tv. Che, già per sua natura, non è mai stata una parentesi particolarmente apprezzata dal grande pubblico, perché simboleggia la scocciatura per eccellenza, l’odiato momento di interruzione che piomba sempre sul più bello, a ridosso dell’atteso bacio tra i protagonisti del film, dell’unica azione da goal nella partita, della lite furibonda, liberatoria e talvolta cruenta durante un reality. Se a questo si aggiunge che, oltre all’imposizione di una pausa non desiderata, ci tocca anche assistere inermi (salvo ricorrere, veloci come saette, al telecomando) alle storielle sempre più scontate, insulse e illogiche su cui si reggono ultimamente gli spot, ecco che il fastidio subito aumenta. Voglio dire, se proprio vuoi rovinarmi la visione del mio programma preferito, c’è davvero bisogno di farlo propinandomi un orso, neanche tanto simpatico, dall’improbabile accento milanese, oppure un tizio che, non se ne capisce il motivo, si tuffa dal più alto trampolino attraverso una macchina aperta (e chi non lo fa?), o addirittura la fanciulla straniera che, guarda caso, si chiama come le capsule, così forse il fidanzato può riparare un eventuale e imbarazzante vuoto di memoria solo guardando la confezione? Senza considerare che l’avvicinarsi della bella stagione trascina con sè il moltiplicarsi in tv di quella serie di prodotti come cereali, alghe, creme, che ti promettono in poco tempo il recupero della linea e un fisico tonico e scultoreo, tra l’altro mai posseduto neanche a vent’anni, e ti viene quasi da sorridere complice ai tuoi chili in più ben saldi intorno al girovita, ma poi forse ti assale il dubbio che anche il tuo intestino, proprio come quello della Marcuzzi, stia sorridendo, e allora capisci che ormai la pessima pubblicità si è già dannosamente insediata nella tua testa. In questo quadro sconfortante non sorprende allora scoprire che lo spot più visto e apprezzato in questi giorni, arrivando a sfiorare i quasi trenta milioni di clic solo su YouTube, sia quello nuovo targato Evian (video allegato); prodotto che, in genere associabile a un consumatore un po’ snob e salutista, decide invece di puntare stavolta sul divertimento e sulla tenerezza, mettendo in scena adulti riflessi in splendidi bambini che si scatenano in un balletto. Un’idea neanche tanto nuova, in quanto ribadisce e ricalca il solito cliché dell’acqua che aiuta a mantenersi giovani, anzi giovanissimi (dentro), e soprattutto attivi. Ma, che, paragonata all’uccellino di Del Piero, su cui nessuno ha neanche più voglia di accanirsi o ironizzare, sembra un assoluto e magnifico colpo di genio.

Nostalgia canaglia

Eurythmics – I Saved The World Today – YouTube.

Scommetto che è capitato anche a voi. Di essere rimasti improvvisamente colpiti, a un certo punto della vita, senza per forza una ragione necessaria, da una canzone, magari non proprio in linea con i vostri soliti gusti, ma non per questo meno attraente alle vostre orecchie. Di averla poi cercata, appigliandovi agli scarsi indizi che avevate (due parole che ricordavate del ritornello, la voce del cantante forse già sentita), finalmente individuata e ascoltata di nuovo, e poi ancora riascoltata all’infinito, amata a tal punto da sembrarvi in quel momento così irrinunciabile che non uscivate di casa al mattino senza la certezza di poterla risentire almeno un numero tot di volte di seguito nelle cuffie. E nonostante la crescente familiarità con le parole e la melodia, che in poco tempo recitavate a memoria meglio di tutte le poesie imparate faticosamente a scuola, arrivare, chissà poi come, a dimenticarla del tutto, per accantonarla a lungo in un angolino remoto della testa. Fino a che, un giorno, per caso, ne riassapori di nuovo il piacere dell’ascolto, scoprendo a poco a poco che quel motivo non è poi svanito dalla tua mente come pensavi, anzi, ti si ripresentano di nuovo nitidi, non solo il ritmo e il testo di quel brano che non cantavi da anni, ma perfino tutti i ricordi ad esso legati. Proprio come oggi, quando, per ben due volte, la radio, col volume sempre sintonizzato, a causa delle mie numerose manie e fissazioni, su un numero pari compreso tra 8 e 12 (mai 9 o 11), passa questo splendido brano degli Eurythmics I saved the world today datato 1998 (video allegato) lo stesso che mi ha tenuto compagnia per un intero, gelido, inverno. Il motivo della sua assidua (e poco fantasiosa) presenza sulle emittenti è in realtà l’odierna ricorrenza della Giornata della terra, (http://www.vogue.it/people-are-talking-about/l-ossessione-del-giorno/2013/04/giornata-della-terra-2013) evento nato 43 anni fa e tradizionalmente dedicato, in tutto il mondo, alla sensibilizzazione per la salvaguardia ambientale. Ma come spesso succede su questo blog, la sfera personale e la dimensione nostalgica hanno avuto di gran lunga la meglio sulla necessità di un post al riguardo.

L’antitestimonial

Siamo alle solite. D’accordo, la bellezza non sarà poi tutto nella vita. O per dirla con quell’infinità di proverbi che amiamo elargire in queste occasioni, la bellezza in fondo è nell’occhio di chi guarda (ma meno fastidiosa di un bruscolino o di una lente a contatto), perché non è mai bello ciò che è bello (e come potrebbe?) ma solo ciò che piace (a me piacciono da morire le lumache al sugo, dunque sono belle?) e via discorrendo. Oppure, come era solita ripetere Brigitte Bardot, che in fatto di bellezza qualcosuccia in più di noi comuni mortali ne sapeva, se non altro per la sola e forse ipnotica visione di se stessa, tutte le mattine, per decenni, davanti allo specchio, “la bellezza è un dono che va restituito”. Sì, ovvio, verissimo, ma intanto a vent’anni, prima che cominciasse quell’inesorabile trasformazione da meraviglioso volto del grande schermo ad attivista battagliera, un po’ sciatta e piuttosto intransigente, sei stata l’indiscusso sex – symbol di un’epoca e il sogno erotico di milioni di uomini, e non esattamente perché andassi predicando la salvaguardia dei cavalli da macello o dei cuccioli di foca. Ma proprio per quel, come lo chiami tu, dono, mia cara Brigitte, che, ti ricordo, non tutti, anzi, in minoranza, hanno avuto la fortuna di ricevere e dunque di poterne godere o di servirsene, anche se solo per un periodo di tempo limitato, impossibile da prorogare perfino per le più avanzate tecniche di chirurgia estetica. Credo che a questo punto manchi solo di citare l’adagio “altezza mezza bellezza”, ma si tratta solo di un altro caso di saggezza popolare facilmente smentibile, portando avanti proprio come esempio il personaggio che avevo intenzione di affrontare, divagazioni a parte, in questo post.

E cioè un ragazzone di quasi un metro e novanta, che all’anagrafe risulta registrato come Brian Hugh Warner, che come cantante già dalla fine degli anni ’80 ha riscosso poi un successo inarrestabile con il controverso pseudonimo di Marilyn Manson, che soprattutto si è dichiarato, in più occasioni, sadomasochista, autolesionista, particolarmente incline a droghe ed eccessi, e per finire in allegria, l’anticristo in persona. E che a milioni di fan in tutto il mondo risulterà carismatico, talentuoso, forse perfino affascinante. Di certo, bello nel senso più puro del termine non lo è e non lo è mai stato. Non che poi lui stesso si dia da fare più di tanto per accrescere o migliorare la propria gradevolezza estetica; anzi, pare invece ci metta tutto l’impegno per sottolineare con trucco e parrucco da Morticia Addams e altri discutibili artifici i tratti irregolari di quel suo viso inquietante, a cui comunque deve parte della propria fama. Uno sforzo che alla fine sembra sia stato premiato, almeno a giudicare dalla scelta del neo-direttore creativo di Yves Saint Laurent Hedi Slimane, che ha deciso, oltre che di mutare il nome storico dell’azienda in un più semplice e asettico Saint Laurent, di scommettere proprio sulla faccia pallida e picassiana di Marilyn Manson quale nuovo testimonial della griffe (foto allegata). Evento che assume quindi il sapore di una rivincita storica per tutti i bruttini, oggi finalmente rappresentati dal cantante statunitense, nelle pagine patinate delle riviste di moda, tra i soliti attori e indossatori belli e un po’ stucchevoli. Quelle Beautiful People che lo stesso Manson arrivava a deplorare in musica in uno dei suoi brani più noti: e che forse, già allora, aveva il sospetto di poter un giorno tranquillamente scalzare.

Marmellata per tre

“Provi a metterlo a pancia in giù” mi suggerisce, con inconfondibile accento sardo, la signora seduta al tavolo accanto in gelateria, mentre assiste sbigottita all’inconsueto e probabilmente comico spettacolo di me alle prese con il pianto di un bambino di due mesi che non ne vuole sapere di placarsi tra le mie braccia. “Dice così?” Ha ragione, ha smesso!” “Visto? Non si preoccupi, anche mio marito ha imparato col tempo” “No, vede, io non…” ma prima che possa spiegarle che, per fortuna, madre natura si guarderebbe bene dal regalarmi un esserino di cui non riuscirei a fermare le lacrime per giorni interi, si è già dileguata, lanciandomi un ultimo sorriso più compassionevole che comprensivo. Adesso, per chiarire il perché mi trovassi con una creatura così minuscola a disturbare un caldo (e raro) pomeriggio di sole ad alcuni turisti in relax davanti a coppe stracolme di crema e cioccolato, occorre fare un piccolo passo indietro. Fabiana è la mia amica con cui condivido la mia discutibile passione per la moda, il piacere per la scrittura, oltre a qualche collaborazione per magazine spesso in ritardo nei pagamenti e soprattutto quella dura (e apparentemente infinita) gavetta nel mondo del giornalismo. Dopo anni di inquieto e inevitabile girovagare tra numerose e importanti redazioni del settore, fatto di opportunità meritatissime ma anche di discreti sacrifici, Fabiana, che sa comporre testi con una naturalezza e una piacevolezza invidiabili, decide di dirottare il proprio indubbio talento verso nuovi settori, con lo zampino, o meglio la complicità, dell’amore.

Perché Fabiana incontra Matteo, creatività dirompente tipica dei Pesci, gusto raffinato per le immagini, inclinazione per la tecnologia e soprattutto singolare entusiasmo nel buttarsi in nuovi progetti, lo stesso con cui ho deciso di rinascere anch’io nella mia prossima vita. Complementari e diversissimi, teneri e in qualche modo buffi quando si punzecchiano e si rimproverano a vicenda, i due decidono di fare coppia fissa, nella vita come nel lavoro, unendo le proprie differenti qualità per dar vita così a un’agenzia di comunicazione, la Jam Brainstorming Shop (http://www.jambrainstormingshop.com/). Attività che guarda caso contiene già nel nome la parola jam, marmellata, altra loro passione ma anche gradito dono di cui mi omaggiano ogni volta che per lavoro o piacere si fermano a rallegrare la sperduta località toscana in cui vivo da quasi due anni. Com’è successo anche stavolta: con una piccola differenza però, che i due, da poco, sono diventati anche i genitori di Edoardo, o meglio Edo, splendido, gioviale e pacifico bambino che ha ereditato gli occhioni espressivi della mamma (per tutto il resto assomiglia al papà, ma è bene non stare a ricordaglielo troppo). E che soprattutto, tra i numerosi amici e parenti già transitati in questa casa, è l’ospite più piccolo, e quindi con cui ho più difficoltà, paura e curiosità a relazionarmi. Ecco perché Fabiana, come appunto l’altro giorno in gelateria, mi mette continuamente alla prova, lasciandomelo in custodia per alcuni interminabili minuti, anche quando si tratta di salire le scale, mentre lei è intenta a manovrare con consumata disinvoltura il passeggino/transformer. “Ma se poi mi cade?” le domando sempre semiterrorizzato io, e dallo sguardo diretto e fiducioso con cui ogni volta mi risponde, capisco che per essere bravi genitori, come loro, forse non conviene porsi troppe domande.