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	<title> &#187; tv</title>
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		<title>Tagli alla politica&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Apr 2016 14:22:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/05/1461830239-simona-tagli-candidata-milano.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4463" alt="1461830239-simona-tagli-candidata-milano" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/05/1461830239-simona-tagli-candidata-milano.jpg" width="773" height="630" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ammettiamo, da creature benevole quali siamo, di essere disposti a sorvolare sui suoi, pur consistenti, certo non così memorabili, trascorsi televisivi, quando all&#8217;inizio degli anni &#8217;90 il nome (ma soprattutto il corpo) di Simona Tagli, biondissima e procace ex soubrette purtroppo caduta da tempo nel dimenticatoio catodico, era noto ai più per merito di alcuni &#8220;stacchetti&#8221; sexy (sarebbe troppo definirli balletti) che introducevano forse il momento più alto della sua intera carriera, quando ricopriva cioè con successo il ruolo di valletta semimuta, incaricata di girare le caselle del <em>Cruciverbone</em> in una celebre (e vecchia ormai di 25 anni) edizione di <em>Domenica In</em>. Ed era quanto di più piccante si potesse vedere all&#8217;epoca sul piccolo schermo, se pensate che lo spirito bacchettone da sempre imperante nella tv di stato arrivò addirittura a vietare alla bella showgirl minigonne troppo corte, che, a causa dei suoi sgambettamenti provocanti e soprattutto dei pericolosi inchini necessari per completare le definizioni in basso, arrivavano facilmente a svelare al pubblico, forse fino a quel momento assopito sul divano, un po&#8217; di più che un bel paio di gambe. Confessiamo pure senza vergogna che in anni più recenti abbiamo provato perfino un po&#8217; di simpatia e di tenerezza per la stessa Simona, toccata, al pari di altre colleghe improvvisamente svanite da un qualsivoglia programma o intero canale, da quel crudele destino mediatico riservato a tante bellone che, superata però la critica soglia degli &#8220;anta&#8221;, vengono gettate via come carta straccia o relegate in discutibili comparsate in qualche salotto pomeridiano o, nella migliore delle ipotesi, esiliate a vita a vendere scomodissimi attrezzi ginnici o set da tavola componibili in ridicole televendite notturne. Non però lei, che al contrario, mostrando al tempo stesso delle doti insospettabili come spirito d&#8217;iniziativa, tenacia, autoironia, si era riciclata, con tutte le lodi del caso, in un attività rispettabilissima, quella di parrucchiera (anche se il passaggio professionale tardivo assumeva un po&#8217; il sapore amaro di un ripiego) aprendo a Milano un proprio salone, tutt&#8217;oggi esistente, dal nome forse non così sobrio né azzeccatissimo, questo va detto, Vispa Teresa. Più sconcertante è semmai assistere, in questi giorni, a quella che sembra annunciarsi come la terza rinascita dell&#8217;inarrestabile Tagli che, a 52 anni suonati e forte di una buona forma ritrovata (&#8220;ho perso da poco 24 chili&#8221; sostiene&#8230;beata te, aggiungiamo noi), tenta stavolta la strada della politica, candidandosi nella sua città per la carica di consigliere comunale nella lista di Fratelli d&#8217;Italia, a sostegno dell&#8217;esponente di centro &#8211; destra Stefano Parisi. Peccato per quel programma così rigoroso di cui la combattiva Simona non fa mistero illustrandolo, un po&#8217; confusamente a dire il vero, su numerose interviste rilasciate a giornali e radio, condite di affermazioni intransigenti su argomenti che meriterrebbero più fatti e meno slogan, come immigrazione (&#8220;Sì agli stranieri, se pregano il nostro Dio&#8221;&#8230;nostro di chi?), diritti alle coppie omosessuali (&#8220;L&#8217;importante è che le persone etero non diventino anormali&#8221;, e qui è superfluo ogni commento), infine curiosamente scagliate anche contro biciclette e piste ciclabili (&#8220;Sono motivo di insicurezza e bloccano il traffico&#8221;&#8230;le bici, mica i Suv!). Peccato soprattutto per quel manifesto (foto allegata), che più che il rilancio cartaceo di un nuovo volto politico sembra assumere piuttosto le sembianze di un siparietto patetico sul suo passato televisivo, rimarcato proprio da quell&#8217;orrenda grafica a cruciverbone in cui s&#8217;intrecciano i capisaldi della sua, già criticata, agenda (comprensiva di parole ingiustificabili come &#8220;amore&#8221; e &#8220;corro&#8221;&#8230;ma perché?). E che, impresa davvero ardua, è riuscito a scalzare perfino i manifesti fotoscioppati con una pseudoavvenente Giorgia Meloni (guarda caso candidata a sindaco di Roma con lo stesso partito) dal podio della più insulsa campagna elettorale di questi tempi.</p>
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		<title>Mostruosi ricordi!</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Sep 2014 13:24:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[The Addams Family TV Show Opening 1964 &#8211; YouTube. Nella convulsa quotidianità di un adulto, definzione che in base a quella cifra incontestabile presente alla voce &#8220;data di nascita&#8221; sulla carta d&#8217;identità dovrebbe inculdere anche me, trovarsi a ripescare occasionalmente &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3413">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=gFD7KGBUtKI">The Addams Family TV Show Opening 1964 &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="586" height="378" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/gFD7KGBUtKI" /><embed width="586" height="378" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/gFD7KGBUtKI" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Nella convulsa quotidianità di un adulto, definzione che in base a quella cifra incontestabile presente alla voce &#8220;data di nascita&#8221; sulla carta d&#8217;identità dovrebbe inculdere anche me, trovarsi a ripescare occasionalmente nella testa i ricordi un po&#8217; offuscati della propria infanzia rappresenta in molti casi un piacevole e non sempre pianificabile passatempo, una distrazione placida e imprevista in cui immergersi quando la memoria ti coglie di sorpresa divertendosi a spalancare a casaccio alcune finestre sul tuo vissuto. Naturalmente è così anche per me: quel misto di tenerezza e imbarazzo che mi provoca rievocare la mia immagine di bambino perennemente sbrindellato, sudacchiato, un po&#8217; selvatico, che rientrava a casa solo quando era impossibile continuare a ignorare i richiami via via più minacciosi di mia madre alla finestra, con i calzoni della tuta sempre macchiati d&#8217;erba e un&#8217;immancabile crosta di sangue al ginocchio sinistro, di cui conservo una simpatica cicatrice ancora oggi, si accompagna all&#8217;enigma mai risolto di come abbia fatto a trasformarmi negli anni in un esemplare di persona oggi comunemente ritenuta mite e piuttosto affidabile. Non che fossi un tipino poi così irrequieto e scavezzacollo: ma dietro quell&#8217;apparenza calma e assenata, frutto di un&#8217;indole quasi timida e di un rendimento scolastico medio &#8211; alto, dovuto al dono provvidenziale di una memoria da elefante che mi ha sempre garantito buoni risultati con il minimo sforzo, rimaneva da gestire un&#8217;energia anche fisica che talvolta finiva per essere incanalata in pericolosi svaghi, dal salire appena possibile sugli alberi nei giardini all&#8217;eseguire ovunque capriole e giravolte rischiose, con un&#8217;agilità poi purtroppo svanita chissà dove. Questo per chiarire maggiormente quale trauma possa aver rappresentato per me affrontare a circa 8 anni, di fronte a una platea di altri classi semiannoiate, il mio primo e unico ruolo ottenuto in una recita scolastica, la sola che le mie insegnanti ci permisero di mettere in scena, giustificando la propria evidente incapacità di tenerci a bada in simili occasioni con un banale &#8220;sono troppo vivaci&#8221;. Per di più, invece di legare l&#8217;evento, come da consuetudine, alla sentita tradizione religiosa, che prevedeva l&#8217;allestimento di uno spettacolino amatoriale verso Natale o Pasqua, con bambini in vesti rabberciate a mo&#8217; di angioletti, pulcini, fiocchi di neve o fiorellini, le mie maestre, dimostrando senza dubbio originalità e un senso dell&#8217;umorismo un tantinello lugubre, decisero, forse ambiziosamente, di farci addirittura cimentare nella <em>Famiglia Addams</em>, il celebre telefilm che proprio questi giorni va compiendo 50 anni dalla sua prima messa in onda negli States (nel video, la sigla originale). E dato che Stefania, la mia compagna di classe colpevole di avermi dimostrato con troppo entusiasmo la sua cotta colpendomi con una sedia dritto sulla testa, era stata ritenuta perfetta per la parte di Morticia, ma un mio eventuale affiancamento nei panni di Gomez avrebbe messo a rischio ancora una volta la mia incolumità e i nervi già provati delle insegnanti, la soluzione migliore fu quella di tenermi a debita distanza da lei assegnandomi il ruolo assai gratificante di, udite udite, Mano. Il che significò che per tutto il tempo delle prove così come per la durata stessa della recita, percepita come infinita, sarei dovuto rimanermene accovacciato e quatto quatto sotto alcuni banchi accostati, coperti da una polverosissima tovaglia bordeaux con le nappe, sistemata per nascondere l&#8217;apertura strategica da cui avrei far dovuto fuoriuscire la mia mano che faceva così la sua magica comparsa sbucando da una scatola di scarpe ridipinta. Un gran debutto artistico, non c&#8217;è che dire. L&#8217;unica consolazione era sapere (perché di riuscire a vedere qualcun altro, là sotto, non se ne parlava) che &#8220;sul palco&#8221; ci fossero altri compagni ancor più pubblicamente ridicolizzati: Merygiusy (mi pare si scrivesse così) ad esempio, a causa dei suoi lunghi capelli lisci color miele, fu scelta per impersonare il cugino It e costretta dunque a recitare in ginocchio, di spalle al pubblico, con un paio di occhiali da sole indossati al contrario sulla nuca. Emanuela, data la sua corporatura gracile e il faccino pallido perennemente imbronciato, divenne, con pochi piccoli accorgimenti, una copia quasi fedele di Mercoledì, e dunque poi condannata a fare i conti con quel cupo soprannome per alcuni anni a venire. Perché va precisato: uno dei motivi per cui tutti ricordiamo volentieri il telefilm, oltre al quell&#8217;efficace humour nero e alla stravaganza di vicende, dalle quali nei primi anni &#8217;90 è stata tratta una riuscita versione cinematografica e adesso anche un musical, è per averci soprattutto fornito un noto e riconoscibile campionario di tipi fisici e relativi nomignoli con cui etichettare o sbeffeggiare chicchessia. Quello che ho pensato proprio qualche giorno fa quando ho dovuto rinnovare il mio tesserino di accompagnatore turistico: una rapida occhiata alla nuova foto, ed ecco che la mia infanzia traumatica di Mano ha lasciato adesso il posto ad una più spettrale maturità da zio Fester.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Campi minati</title>
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		<pubDate>Fri, 23 May 2014 07:57:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[▶ Mina &#8211; La palla è rotonda [Mondiali di calcio Brasile 2014] &#8211; YouTube. In determinate circostanze penso immediatamente che dovrei davvero ampliare la lista dei miei (scarsi) interessi, esplorare almeno una di quelle strade mai percorse che un nuovo &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3031">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=wCM9SIDnaTE">▶ Mina &#8211; La palla è rotonda [Mondiali di calcio Brasile 2014] &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="586" height="391" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/wCM9SIDnaTE" /><embed width="586" height="391" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/wCM9SIDnaTE" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">In determinate circostanze penso immediatamente che dovrei davvero ampliare la lista dei miei (scarsi) interessi, esplorare almeno una di quelle strade mai percorse che un nuovo hobby, in precedenza neanche preso in considerazione per un minuto, fosse anche il cake design o la danza sufi, potrebbe d&#8217;un tratto apririmi. Oppure provare a buttarmi coraggiosamente a capofitto nello studio di una materia fino adesso esclusa dalle mie limitate attenzioni, anche ripescandola tra quelle abbandonate troppo presto negli anni scolastici, come la chimica o la geografia astronomica, magari riscoprendo in loro un nuovo fascino che la mia accondiscendenza di uomo semi-maturo, a dispetto di certe rigide e giovanili repulsioni, sarebbe in grado adesso di riconoscere. E ci penso soprattutto in quelle rarissime occasioni in cui mi ammutolisco di colpo, la bocca silenziosa ma aperta per lo stupore, gli occhi che si fanno più sottili e attenti, perché letteralmente sedotto dalla potenza, dall&#8217;espressività e dal colore di altri linguaggi che, solo chi è avvezzo a praticare terreni da me poco battuti, riesce a padroneggiare o anche solo a comprendere. Talvolta ad esempio mi succede al ristorante, come quando l&#8217;altra sera, mentre la mia amica Simona mi chiedeva delucidazioni sulla crema al rosmarino (&#8220;Sai cos&#8217;è? L&#8217;hai mai mangiata?&#8221; &#8220;No, e dubito di farlo proprio oggi!&#8221;) ecco piombare tra di noi il sommelier, un ragazzo che dal viso non avrei giudicato troppo sveglio, a elencarci prontamente le qualità dei vini a disposizione da abbinare al nostro eventuale menu (&#8220;ma &#8216;sta crema poi la prendiamo?&#8221; &#8220;ma due fettuccine invece come le vedi?&#8221;). Ed ecco soprattutto dalle sue labbra schiudersi d&#8217;improvviso e prender vita davanti a noi mondi diversi e paesaggi pittoreschi, sentori e sapori anche lontani, evocati dalle sue parole con un&#8217;enfasi inaspettata, con un lessico barocco e iperbolico, che continuavo a trovare smisurato per poter essere tutto racchiuso in quella che ai miei occhi appariva ancora come una semplice bottiglia di vetro con del liquido alcolico all&#8217;interno. Ho capitolato infine di fronte al suo deciso sottolineare &#8220;al palato è tondo&#8221;, perché scosso dall&#8217;efficacia della presenza dell&#8217;aggettivo &#8220;tondo&#8221;, che posto a fianco del termine &#8220;vino&#8221;, potessi trascorrere anche interamente altre sei vite a scrivere, non mi salterebbe purtroppo mai in mente di utilizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">Stessa cosa mi accade quando, soprattutto negli assonnati e detestati lunedì mattina, mi accorgo di captare un po&#8217; ovunque, a partire dal vocìo degli studenti scalmanati che affollano il bus ai capannelli di persone incaravattate fuori dagli uffici, delle colorite e originalissime (oddio, non sempre) discussioni di calcio. Tralasciando il limite della mia più cupa e scoraggiante ignoranza in materia, ciò che trovo avvincente è, oltre al calore e al trasporto che spesso permeano certi confronti post partita, l&#8217;uso di un vocabolario quasi epico, di espressioni ridondanti, di perifrasi ardite poggiate su termini che se utilizzati in altre situazioni quotidiane stonerebbero di certo perché troppo aulici. Che poi è decisamente lo stesso effetto che mi fa seguire i vari servizi sul pallone propinati da qualunque tg (me lo permettete un piccolo appello al direttore Mentana?: Enrì, uno a edizione sarebbe sufficiente, grazie!) in cui, a commento di quelle immagini che a me sembrano sempre identiche (un campo verde delimitato da due porte dove una ventina di giocatori corrono su e giù come forsennati) si intrecciano le più fantasiose e mirabolanti descrizioni, si indugia nella narrazione di azioni spettacolari e ipoteticamente mozzafiato, si ricamano parole immaginifiche che fatico ad abbinare alla visione di un qualche banale spezzone di partita. E che adesso ritrovo tutte fortunatamente concentrate, come in un approfonditissimo e senza dubbio ironico formulario, nel testo della nuova canzone della stravenerata (da me, in primis) Mina, <em>La palla è rotonda</em> (qui, almeno, sulla pertinenza dell&#8217;aggettivo non si discute), un samba coinvolgente, omaggio alla tradizione musicale del paese ospite degli imminenti Mondiali di calcio, il Brasile, per di più scelta da mamma Rai come sigla ufficiale delle trasmissioni del tanto atteso evento sportivo. Un brano più ritmato e trascinante della, pur onnipresente, colonna sonora dei Negramaro, <em>Un amore così grande, </em>di cui c&#8217;eravamo già occupati (<a href="http://www.tempiguasti.it/?p=2862">http://www.tempiguasti.it/?p=2862</a>), lanciata per la medesima occasione, il quale pare inoltre ribadire il ruolo, mai peraltro messo in discussione, della Tigre di Cremona come la nostra più eccezionale interprete di tutti i tempi, in grado, a 74 anni suonati, di essere ancora riconosciuta la sola degna di incarnare televisivamente le differenze dello sconfinato pubblico italiano che si radunerà di fronte alle partite. E che ho intenzione di imparare subito a memoria, se non altro per quell&#8217;uso sensazionale dell&#8217;aggettivo &#8220;ubriacante&#8221;, l&#8217;unico che forse avrei utilizzato, non proprio a casaccio, con il mio troppo saccente sommelier.</p>
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		<title>State buoni se potete</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Apr 2014 12:08:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[▶ The Voice IT &#124; Serie 2 &#124; Blind 2 &#124; Suor Cristina Scuccia &#8211; #TEAMJ-AX &#8211; YouTube. Ecco, adesso mi trovo in difficoltà perfino nello scegliere le prime parole. Perché, per una qualche bizzarra manovra della mia testa, in &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=2786">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=TpaQYSd75Ak">▶ The Voice IT | Serie 2 | Blind 2 | Suor Cristina Scuccia &#8211; #TEAMJ-AX &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="600" height="392" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/TpaQYSd75Ak" /><embed width="600" height="392" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/TpaQYSd75Ak" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, adesso mi trovo in difficoltà perfino nello scegliere le prime parole. Perché, per una qualche bizzarra manovra della mia testa, in tutti i verbi che al momento mi affollano la mente e che sarebbero forse perfetti per cominciare questo post (scartati nell&#8217;ordine &#8220;confesso&#8221;, &#8220;credo&#8221;, &#8220;prego&#8221;) mi pare di cogliere un qualche &#8220;doppio senso&#8221; religioso del tutto involontario, che finirebbe per caricare queste poche righe di un significato più blsafemo o irriverente di quanto in realtà ci sia nelle mie intenzioni. Così come vorrei evitare di trasformare la seguente, profondissima (no, eh?) riflessione, scaturita dalla risonanza planetaria che l&#8217;esibizione e il relativo successo riscosso da Suor Cristina al talent canoro di Raidue <em>The Voice of Italy </em> (video allegato), nell&#8217;ennesimo, balordo o insensato racconto sulla mia vita. Il fatto però è che i termini &#8220;suora&#8221; e &#8220;canto&#8221; nella stessa frase, mi risvegliano tutta una serie di ricordi, quasi traumatici, legati alla mia infanzia di bambino scontroso e taciturno spedito a tre anni, con il grembiulino nuovo fiammante e un voluminoso panierino per il pranzo, al vicino asilo gestito appunto da tre (apparentemente bonarie) ecclesiastiche. In cui sono rimasto, prima di attuare la prima, avventurosa e indimenticabile, fuga della mia esistenza, solo pochi giorni: spaventato da quelle che vedevo come donnone enormi ricoperte da un&#8217;inspiegabile sorta di mantello nero, che mi costringevano a imparare canzoncine insulse da ripetere in (forzata) allegria, a giocare rigorosamente solo con i maschietti (&#8220;ma io voglio andare sul trenino con mia sorella&#8221; &#8220;ma lei è una femmina, e deve stare con le sue amichette, capisci?&#8221; &#8220;no. a casa stiamo sempre insieme&#8221;), a prendere l&#8217;abitudine di un sano riposino pomeridiano (&#8220;ma io non ho sonno&#8221; &#8220;ma ora devi dormire&#8221; &#8220;e perché?&#8221;) non ho retto. Intollerante (già da allora) a quelle che ritenevo imposizioni ingiustificate, ne approfittai del cancello lasciato aperto da mia nonna che mi aveva accompagnato quella mattina, per scappare in tutta fretta e inseguirla di soppiatto, a pochi passi di distanza, facendo così ritorno a casa, tra la preoccupazione generale, soprattutto quella di mia madre, che da quel momento mi avrebbe più o meno sorvegliato a vista per i seguenti tre decenni. Sicché, l&#8217;eventuale cattiveria di fondo o la sottile perfidia che con tutta probabilità troverete nelle prossime parole potete tranquillamente ascriverla (ma solo in parte) a una recondita ed esplicita insofferenza verso la figura della suora in genere, che affonda le sue radici nel mio pseudo-ribelle vissuto. Il fatto è che quest&#8217;enorme e melensa ondata di buonismo, che ha impregnato ogni santo (santo lo posso scrivere?) articolo o i milioni di servizi del tg visti in tutto il mondo, relativi alla ormai celeberrima apparizione televisiva di Suor Cristina, mi ha, sinceramente, un po&#8217; stufato. Pur riconoscendo infatti la sua indiscutibile bravura, il suo possedere evidenti ed eccezionali doti canore, il suo riuscire a mantenere un&#8217;intonazione perfetta grazie a un timbro vocale cristallino, mi domando se, senza quell&#8217;abito che ha destato in primis lo stupore dei giudici della gara (Noemi, J-Ax, Carrà e Pelù) e poi del pubblico in generale, il suo talento sarebbe stato altrettanto lodato (lodato invece lo posso scrivere?). Perché, alla fine, come già hanno scoperto e insinuato altrove, la giovanissima ecclesiastica, prima di diventar tale, era una ragazza, come tante altre, piuttosto avvezza a calcare diversi palcoscenici, così come a presentarsi ai provini per vari programmi tv, senza che però nessuna trasmissione in precedenza si fosse mai accorta del suo talento tanto da investirci. Tralasciando inoltre che la stessa conversione di Suor Cristina sia avvenuta solo successivamente alla sua frequentazione della <em>Star Rose Academy</em>, la scuola fondata dalle Orsoline e diretta dall&#8217;attrice Claudia Koll (adesso, dopo i suoi trascorsi osé, in una fase mistico-spirituale), e alla sua interpretazione di Suor Rosa, la fondatrice dell&#8217;ordine, in un musical, l&#8217;impressione purtroppo è che le sue ambizioni nel mondo dello spettacolo, vadano di pari passo, se non superino, la forza della sua vocazione stessa. Peccato (peccato, dai, fatemelo scrivere) infine anche per certe sue affermazioni non esattamente condite di umiltà (&#8220;mi aspetto una telefonata da Papa Francesco&#8221;, per esempio), che suonano un tantinello fuori luogo e non proprio in linea con il basso profilo che richiederebbe invece la scelta della sua &#8220;professione&#8221;. Il tutto ovviamente con il massimo rispetto per Suor Cristina e naturalmente per tutti i suoi numerosissimi fan: che di sicuro riusciranno a perdonare le crudeli opinioni di un blogger cattivello a cui piace fare, talvolta, l&#8217;avvocato del diavolo.</p>
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		<title>Ballo ballo</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Mar 2014 10:24:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=3T2FpCDlyNg">▶ Kevin Bacon&#8217;s Footloose Entrance &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="601" height="392" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/3T2FpCDlyNg" /><embed width="601" height="392" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/3T2FpCDlyNg" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Se avete affrontato anche voi quel delicato, avventuroso ed indimenticabile passo che separa l&#8217;infanzia dall&#8217;adolescenza, nei lontani anni &#8217;80 (vado ovviamente per ipotesi, sapete bene che, per motivi anagrafici, la mia memoria non potrebbe arrivare sin là), la vostra crescita sarà stata di sicuro turbata dall&#8217;esistenza di capi d&#8217;abbigliamento o di accessori oggi fortunatamente estinti (o quasi). I piumini dai colori fluorescenti, gonfi come dirigibili, ad esempio, una sorta di necessaria uniforme giovanile diffusa anche in luoghi dalle temperature non esattamente artiche, oppure quei terribili mollettoni per capelli ornati con grandi margherite o gerbere posticce, per non parlare delle antiestetiche e (purtroppo) usatissime spalline rimovibili in gommapiuma con striscia adesiva in velcro. Se all&#8217;epoca inoltre eravate ragazzini/e rompiscatole con l&#8217;ambizioso e deleterio sogno di un futuro nella danza, avrete quasi per certo pregato in ginocchio i vostri genitori perché vi acquistassero il vostro primo, inutile, paio di scaldamuscoli di lana, avrete rischiato più volte di compromettere gravamente qualche tendine nel tentativo di tirare su una gamba o di esibirvi in una spaccata degna di Heather Parisi, conoscevate infine Janet Jackson non tanto perché sorella minore del ben più famoso Michael ma soprattutto per il suo (superfluo) ruolo di Cleo nella fortunata serie tv <em>Saranno Famosi</em>. E chiaramente approfittavate dello spettacolo domenicale pomeridiano al cinema (il vostro coprifuoco scattava rigorosamente alle 18.30, di uscire la sera non se ne parlava ancora) per abbandonarvi, tra estasi adolescenziale e acerbi desideri di gloria, alla visione di una qualsiasi pellicola di quello sfruttatissimo filone musicale-romantico-ballereccio che, da <em>Flashdance </em>(1983) in poi, fino a <em>Dirty dancing </em>(1987), arrivò a sfornare almeno altri <em> </em>tre, quattro film, a stagione, pochi dei quali, a dire il vero, così altrettanto memorabili o anche solo guardabili. Eccezione naturalmente fatta per quel semi &#8211; inspiegabile caso di successo rappresentato da <em>Footloose </em>(1984). Che, a dispetto di un&#8217;indifendibile insulsaggine di trama (il paesino di provincia americana che mette fuori legge il ballo, causando la legittima ribellione del protagonista giunto da Chicago), di una sceneggiatura banalotta e priva di guizzi (&#8220;c&#8217;è un tempo per ogni cosa sotto il cielo&#8221; la battuta più celebre, così sciatta in confronto a &#8220;nessuno può mettere baby in un angolo&#8221;), di pesanti (e comprensibili) stroncature da parte della critica, giunse invece a incassare oltre 80 milioni di dollari. Consacrando così Kevin Bacon al rango di nuovo e ambitissimo idolo delle (ormai più che adulte) teen-ager, nonostante la sua bellezza quasi anticonvenzionale, forte di una vaga somiglianza con Giorgio Armani in quel naso che finisce troppo presto scoprendo un labbro superiore troppo sottile. Oggi, a 30 anni esatti dall&#8217;uscita del film, che segnò anche il debutto cinematografico di un&#8217;allora bruna e sconosciuta (ancora per lungo tempo) Sarah Jessica Parker, è lo stesso Kevin Bacon, adesso 55enne dall&#8217;invidiabile forma fisica e dalla rispettabilissima carriera nel grande schermo (<em>JFK, Codice d&#8217;onore, Apollo 13, Mystic River</em>) a citare (e dunque a citarsi in) una delle scene più celebre di <em>Footloose</em>, quella appunto di un balletto eseguito al riparo dagli occhi di tutti. Riproposto &#8220;paro paro&#8221;, anche negli abiti, seppur con la giusta e necessaria dose di autoironia, all&#8217;interno del <em>Tonight show </em>di Jimmy Fallon, (video allegato), uno degli innumerevoli talk-show a stelle strisce capitanati da un conduttore/comico/cinico che intervista milioni di star sullo sfondo di una, sempre identica, visione notturna di New York. A fare la differenza, questa volta, la dimensione umor &#8211; nostalgica della coreografia di Bacon (evidentemente sostituito, nei passaggi più acrobatici, da un&#8217;atletica controfigura) che ha già ottenuto in pochi giorni quasi 7 milioni di visualizzazioni sul web, segnale che giocarsi con furbizia la carta del revival, in tv, vale ovunque. Lo sa bene chi, ad esempio, in Italia segue puntualmente <em>The Voice </em>sperando ogni volta in un&#8217;esibizione sfacciatamente kitsch della Carrà sulle note di <em>Fiesta </em>o <em>Rumore</em>. Ma, esattamente come chiarito all&#8217;inizio di questo post, anche stavolta non sto certo parlando di me.</p>
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		<title>Niente satira, siamo italiani</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Mar 2014 08:14:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ballarò : Virginia Raffaele è il Ministro Maria Elena Boschi 04/03/2014 &#8211; YouTube. Accantoniamo per un momento tutto lo sfiancante dibattito sulla presunta necessità delle quote rosa in parlamento (anche se, a onor del vero, l&#8217;attuale governo in carica è, &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=2622">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=sp1ANip2Y_g">Ballarò : Virginia Raffaele è il Ministro Maria Elena Boschi 04/03/2014 &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="586" height="392" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/sp1ANip2Y_g" /><embed width="586" height="392" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/sp1ANip2Y_g" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Accantoniamo per un momento tutto lo sfiancante dibattito sulla presunta necessità delle quote rosa in parlamento (anche se, a onor del vero, l&#8217;attuale governo in carica è, in tal senso, insolitamente bilanciato), proviamo a non chiamare in causa, per questa volta, la generale condizione femminile nel nostro Paese, che in materia di parità di diritti e di tutela della donne non si può certo definire esemplare. Teniamo da parte, per un attimo, il dover spesso tristemente constatare che sul piano professionale persistano gravi discriminazioni di genere, che nell&#8217;opinione comune molti biechi pregiudizi di natura sessuale siano duri a morire, che come nazione si continui purtroppo a scalare la drammatica classifica degli stati in cui orribili delitti, quasi edulcorati dall&#8217;uso del termine &#8220;femminicidio&#8221;, sono sempre più all&#8217;ordine del giorno. Proviamo a dimenticare, ma solo in questo caso, che essere donna, moglie, mamma, nell&#8217;Italia del terzo millennio significa ancora impegnarsi il doppio per ottenere la dovuta credibilità, prodigarsi in salti mortali per reggersi in un equilibrio acrobatico tra famiglia e lavoro, che non basta una mimosa rubata dall&#8217;albero del vicino l&#8217;8 Marzo per celebrare degnamente quello che è il contributo fondamentale dell&#8217;universo femminile al progredire della nostra società. Lasciamo stare tutto quel clima di malumori sotterranei, di polemiche velate, i decennali strascichi di ingiustizie e soprusi, che forse hanno contribuito ad aggravare i contorni della vicenda, e tentiamo di concentrarci soltanto sulla vicenda, tanto per renderci conto che, in fin dei conti, così grave non lo è affatto. Anzi, si tratta di una storia nata, al contrario, proprio con il chiaro intento di far sorridere, oltre che riflettere, che poi sono le due uniche ed esplicite finalità di quel magnifico e irriverente strumento di critica che è la satira. Pane quotidiano di Virginia Raffaele, bravissima e talentuosa comica/imitatrice, personaggio tra i più camaleontici e interessanti lanciati di recente dal piccolo schermo, a cui in prima persona si rinfaccia o si ricorda con troppa enfasi il suo essere anche una gran bella donna, quasi come se il riuscire a far ridere il pubblico fosse esclusiva prerogativa delle &#8220;bruttine&#8221;. Chiamata a sostiuire Maurizio Crozza, nella puntata dello scorso 4 Marzo di Ballarò, in onda su Rai 3, la Raffaele, che in questi anni ci ha deliziato con il suo riuscitissimo scimmiottare volti noti, da Ornella Vanoni a Belen, si esibisce in un irresistibile sketch calandosi nei panni del neoministro per le riforme e i rapporti con il parlamento Maria Elena Boschi (video allegato). Prendendone di mira non soltanto lo spiccato accento toscano (reso alla perfezione) o il suo sovente intervenire come se  ripetesse alla lettera la lezione appena imparata a memoria (e citando, tra l&#8217;altro, il celebre personaggio di Amanda Sandrelli in <em>Non ci resta che piangere</em>) ma mettendo alla berlina anche il suo ipotetico potenziale seduttivo, di chi sarebbe in grado di sfuggire al pressing di domande di uno sprovveduto giornalista facendo del &#8220;gattamortismo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Scatenando così un putiferio: prima Michele Anzaldi, deputato renziano e segretario della commissione di viglianza Rai, che scrive, di sua iniziativa, ai vertici della rete per lamentarsi del contenuto della gag, ritenendolo &#8220;inopportuno&#8221;, poi la stessa Laura Boldrini, presidente della Camera, che in diretta tv, si spinge più in là, definendo addirittura il numero della Raffaele &#8220;sgradevole e sessista&#8221;. Mentre la diretta interessata, il ministro teoricamente vilipeso, ci tiene a far sapere, attraverso la stampa, e naturalmente il proprio account su Twitter (che sta diventando, in maniera inquietante, il megafono dei palazzi di potere), di aver trovato la sua imitazione divertente, pur dichiarandolo un po&#8217; a denti stretti e con un sorrisino visibilmente tirato. Eppure, sarà forse un mio limite, guardando e riguardando la controversa parodia, faccio fatica a trovarne anche un solo passaggio degno di cotanto accanimento, una battuta di reale cattivo gusto, una frase offensiva o mortificante nei confronti delle donne in genere o della Boschi in particolare. Senza considerare poi che si tratta, appunto, di satira: che per sua natura deve essere tagliente, scorretta, iconoclasta, deve poter scalfire privilegi e schernire gli intoccabili, trasformandosi nell&#8217;ultimo e più scomodo baluardo a difesa della libertà di espressione. Ricordando, tra l&#8217;altro, che la stessa Raffaele ha consolidato il proprio successo sbeffeggiando personaggi di altri schieramenti, dalla deputata di Forza Italia Michaela Biancofiore alla chiacchieratissima ex &#8211; igienista dentale Nicole Minetti, ma nessuno, in questi noti casi precedenti, aveva gridato allo scandalo o parlato, in maniera ipocrita, di discriminazioni (e per fortuna). Evidenziando infine che la figura dell&#8217;idiota nel discusso sketch la fa soprattutto il giornalista, il personaggio maschile, colui che si lascia abbindolare e fuorviare dalle risposte elusive e dai sensuali battiti di ciglia dell&#8217;ammaliante Boschi/Raffaele. Perché vorremmo essere anche liberi di poter ridere ancora delle ridicole debolezze degli uomini, di fronte al fascino delle donne, senza per forza doverci ritenere esseri maschilisti o peggio ancora misogini.</p>
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		<title>Non è bello ciò che è bello</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Dec 2013 15:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=R043AAqhdKk">Arriva &#8220;Dopotutto non è brutto&#8221; con Geppi Cucciari &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="595" height="363" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/R043AAqhdKk" /><embed width="595" height="363" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/R043AAqhdKk" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Gli edifici erano casupole distorte, squilibrate, addossate le une alle altre senza regola né apparente armonia, come sul punto di crollare o di ripiegarsi sulle fondamenta stesse, quasi fossero diventate improvvisamente liquide. Lo spazio che le conteneva a stento era ridotto, claustrofobico, schiacciava edifici e personaggi su di un unico piano privo di prospettiva, trasformando il paesaggio in una visione da vertigine, un vortice di tinte squillanti e di contorni irregolari, una scena che appariva intrisa dell&#8217;angoscia di un incubo. Eppure c&#8217;era qualcosa di magnetico in quei quadri, un forza attrattiva, il fascino di un&#8217;atmosfera inquietante che mi disturbava i sensi ma mi impediva al contempo di distogliere lo sguardo dalla corposità di certe pennellate, dalla voluta deformità di certe linee, dalla mancanza ricercata di una certa gradevolezza. Fu esattamente lì, davanti ad alcune opere di Chaim Soutine (1893 &#8211; 1943) pittore russo naturalizzato francese, non riconducibile ad alcun movimento artistico ma spesso accostato agli espressionisti (etichettato per comodità &#8220;un maledetto&#8221;, come si è soliti definire personalità indipendenti e difficili da imbrigliare entro precise correnti) che decisi mi sarei interessato di arte. Volevo appropriarmi degli strumenti necessari per comprendere quello che appariva il linguaggio insensato di alcuni autori, per andare al di là del &#8220;bello, brutto, mi piace, non mi piace&#8221; che ripetiamo come un mantra alle mostre, per riuscire a decifrare quanto di incomprensibile e misterioso si potesse celare dietro un dipinto o una scultura. Quando, anni dopo, mi ritrovai a lavorare in un museo di arte contemporanea, era proprio questo il punto in cui mi accaloravo di più nelle mie spiegazioni, in cui mettevo più foga o entusiasmo, quando aiutavo i ragazzi, che accompagnavo nelle sale, a ripercorrere le tracce e gli indizi necessari per l&#8217;apprezzamento e la comprensione di un&#8217;opera o di un artista, quando tentavo di condividere con loro la soddisfazione di poter leggere e riconoscere, in un ammasso intricato di forme e volumi (qualora ci fossero) un cavallo, un giocoliere, una ballerina o il nulla più totale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è ciò che mi accade ancora oggi, quando, solleticato in alcune conversazioni, mi sento punto nel vivo di fronte a frasi come &#8220;questo scarabocchio sarebbe arte?&#8221;, e dunque mi prodigo in lunghissime risposte difendendo il valore artistico di una creazione che può spostarsi e risiedere nel gesto dell&#8217;autore, nello sguardo soggettivo della sua interiorità, nel rispetto di una tradizione che va superata non necessariamente dal punto di vista tecnico. Spesso fiato sprecato: esco il più delle volte sfinito da certi confronti, con il mio irremovibile interlocutore convinto a metà. Da qualche tempo perciò ricorro al solito, indicato, stratagemma: regalo, come è successo qualche tempo fa con il mio amico Andrea, il libro <em>Lo potevo fare anch&#8217;io, perché l&#8217;arte contemporanea è davvero arte</em>, scritto in un linguaggio leggero, comprensibile, perfino spiritoso, da Francesco Bonami, celebre critico e curatore, professionista con l&#8217;invidiabile pregio di rendere accessibile e divertente l&#8217;ermetico ed elitario linguaggio artistico. Come convinto sostenitore, perciò, del suo approccio originale e quasi scanzonato alla materia, ci tengo a suggerire, ad Andrea e a chiunque altro legga questo post, anche il programma tv condotto proprio dallo stesso Bonami, in onda da un paio di settimane su Rai Uno il mercoledì sera alle 23,20, dall&#8217;azzeccato titolo <em>Dopotutto non è brutto, </em>che vede anche la riuscita partecipazione di Geppi Cucciari (nel video allegato il promo). Quattro puntate, dedicate ciascuna a una città italiana (Venezia e Roma quelle già affrontate, Torino e Napoli i prossimi appuntamenti) alla scoperta, come in un tradizionale <em>Grand Tour</em>, di architetture, installazioni, musei privati e non, spesso snobbati o sottovalutati &#8211; in una nazione dal patrimonio antico smisurato come la nostra &#8211; perché modernamente attuali, dunque di difficile integrazione o comprensibilità per un pubblico più vasto. Al programma, a dire il vero criticato un po&#8217; ovunque per la vena satirica e irriverente (ma perché, cosa vi aspettavate da Geppi?) va riconosciuto invece il pregio di mettere l&#8217;accento su spazi e luoghi di frequente liquidati come &#8220;brutti&#8221; o mal riusciti perché lontani dal peso della tradizione artistica italiana, vanto e maledizione di un paese che da sempre fatica a guardare oltre il Rinascimento. E di far magari scoprire a qualcuno in più che quel lungo ponte scivoloso, da evitare di percorrere nelle vostre passeggiate cittadine, è soltanto un&#8217;altra meraviglia che il resto del mondo ci invidia.</p>
<p style="text-align: justify;">N.d.r. Negli stessi anni in cui mi appassionavo alla storia dell&#8217;arte, presi anche consapevolezza che certe materie, in cui raggiungevo a stento la sufficienza, le avrei abbandonate lì (&#8220;la matematica non sarà mai il mio mestiere&#8221; andavo infatti cantando come Venditti). A rendermi chiaro che non fossi esattamente tagliato per i numeri e le formule è stata una professoressa a cui era impossibile non voler bene, perché ironica, stravagante, sopra le righe, una vera forza della natura (mi ha sempre voluto chiamare Stefano, tanto per dire). A lei, che solo ieri ha deciso di lasciarci, in modo imprevedibile, proprio come aveva insegnato, va il mio ricordo e la mia affettuosa dedica di questo post.</p>
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		<title>Mostruoso talent(o)</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Dec 2013 13:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; soltanto un dubbio, ma forse, anche stavolta, si tratta della semplice realtà dei fatti: quello tra moda e tv, è, alla fine, un connubio infelice. Un matrimonio imperfetto, squilibrato, un&#8217;unione che genera spesso obbrobri, che mortifica la natura del &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=1916">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2013/12/C_4_articolo_2007527__ImageGallery__imageGalleryItem_0_image.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1921" alt="C_4_articolo_2007527__ImageGallery__imageGalleryItem_0_image" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2013/12/C_4_articolo_2007527__ImageGallery__imageGalleryItem_0_image.jpg" width="578" height="407" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; soltanto un dubbio, ma forse, anche stavolta, si tratta della semplice realtà dei fatti: quello tra moda e tv, è, alla fine, un connubio infelice. Un matrimonio imperfetto, squilibrato, un&#8217;unione che genera spesso obbrobri, che mortifica la natura del variegato linguaggio dello stile, che non rende giustizia alle diverse potenzialità del mezzo televisivo. Basterebbe arrendersi all&#8217;evidenza che il piccolo schermo sia, tutto sommato, inadatto a narrare le trasformazioni e le dinamiche in fatto di tendenze, o forse siamo ancora lontani dal trovare una formula particolarmente appropriata che riesca a coniugare alla perfezione due mondi così distanti. Fatto sta che al momento i numerosi, spesso superficiali, talvolta scialbi programmi televisivi, in cui la moda è di frequente relegata, soprattutto in Italia,  faticano a distinguersi per originalità, competenza, <em>appeal</em>. Inutile sottolineare che l&#8217;esempio più calzante è il modello Jo Squillo, un contenitore privo di una regia sensata, che indugia sulle prodezze di un ex-cantante pop anni &#8217;80, riciclatasi da tempo come conduttrice, intenta a scorrazzare tra sfilate, <em>backstage</em> e <em>parterre</em> con una telecamera piazzata sulla fronte, come fosse una lampada da minatore, tra la perplessità generale e lo sgomento degli intervistati. Discorso a parte meritano i canali televisivi tematici, quelli che per fugare ogni dubbio sulla loro natura hanno sempre la parola <em>Fashion</em> nel proprio titolo (<em>Fashion Tv, World Fashion Channel</em>, etc), e che arrivano a sfinire anche il più accanito spettatore o appassionato della materia, sottoponendolo a ore interminabili di video istituzionali di migliaia di collezioni, provenienti dai quattro angoli del mondo, trasmessi tutti per intero. Altrettanto fastidioso è l&#8217;eccesso opposto: il montaggio incalzante di immagini, frammentate ai limiti dello schizofrenico, non di rado appannaggio dei servizi di vari tg, o delle trasmissioni che nel campo hanno fatto scuola (l&#8217;imitatissima <em>Nonsolomoda</em>, ad esempio), dove non si fa mai in tempo a distinguere un tacco, una fibbia, un occhio ed ecco che ti ritrovi già catapultato ai titoli di coda. Se a questo si aggiunge il rammarico per la momentanea e ingiustificata sparizione dal palinsensto de La7 dell&#8217;unico, longevo, programma confezionato con gusto e perché no, cultura, <em>M.O.D.A</em>, ideato e condotto dalla bravissima Cinzia Malvini, al cospetto del deleterio moltiplicarsi altrove di personaggi bizzarri e caricaturali, in più spacciati per esperti di costume, che ti propinano, dalle 8 del mattino, discutibili consigli su cosa indossare, il panorama comincia a farsi davvero desolante.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo perciò atteso volentieri e guardato di buon occhio l&#8217;annunciato debutto di una nuova trasmissione televisiva, <em>Fashion Style</em>, in onda, dallo scorso Novembre, il lunedì sera su La5, che forse, vestendo i panni del &#8220;<em>talent</em>&#8220;, del programma cioè volto alla ricerca dell&#8217;astro nascente in quel settore &#8211; <em>format</em> già collaudato sulle più varie categorie professionali come cantanti/ballerini/chef e di recente, anche scrittori (se non l&#8217;avete ancora visto, vi consiglio <em>Masterpiece</em>, la domenica sera, su Rai 3) &#8211; poteva risultare un esperimento interessante. Ancor più degna di attenzione la presenza, tra i giurati deputati a valutare le qualità dei vari aspiranti <em>fashion designer</em>, <em>make &#8211; up artist</em>, <em>hair &#8211; stylist</em> e modelle selezionati nelle puntate, di Cesare Cunaccia, arguto scrittore e giornalista di moda, firma autorevole non così nota al grande pubblico perché di rado presente davanti alle telecamere. Peccato che nel suo delicatissimo e azzeccato ruolo Cunaccia sia affiancato dalla spigliata Alessia Marcuzzi, sempre brava e spiritosa, per carità, (nel caso specifico offuscata però da una luce innaturale, che le dona quell&#8217;alone da apparizione mariana a cui già da tempo ricorrono Lilli Gruber e Barbara d&#8217;Urso), ma che con la moda, francamente, c&#8217;azzecca quanto un mio eventuale ingresso da un parrucchiere. Decisamente più incomprensibile poi la terza giurata, Silvia Toffanin, smagrita ex &#8211; valletta, adesso presentatrice, imparentatasi poi con un senatore decaduto (è la compagna di Pier Silvio) che, soprattutto in un&#8217;occasione, dimostra di non conoscere il limite del senso del ridicolo, quando si rivolge poco garbatamente a una modella candidata con un &#8220;potresti fare la velina&#8221;, forse dimenticando che da quella schiera di fanciulle svestite e sgambettanti, in &#8220;ine&#8221;, proviene lei stessa (era una &#8220;letterina&#8221; di Gerry Scotti, insieme ad Alessia Fabiani e Ilary Blasi). Il tutto introdotto e commentato dai frizzanti interventi di Chiara Francini, giovane e graziosa attrice, un po&#8217; troppo attenta a sottolineare sempre la sua &#8220;toscanità&#8221; (voglio dire, neanche la mia vicina ultraottantenne, cresciuta in pieno territorio fiorentino, è solita esprimersi con tutte quelle &#8220;c&#8221; e &#8220;g&#8221; strascinate) tra le, spesso importabili, creazioni, le acconciature, il trucco e il fisico dei &#8220;provinanti&#8221;, in una girandola di espressioni come <em>trendy, glamour, stylish</em> buttate lì a casaccio e risultati il più delle volte grossolani, pacchiani, da dimenticare. Impossibile infine non notare lo studiato tormentone che solerti, giuria e conduttrice, tendono, allo stesso modo, a ripetere all&#8217;infinito: &#8220;A Fashion Style non conta solo il talento&#8221;. E meno male, aggiungiamo noi: perché non sembra affatto comparire.</p>
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		<title>Vita (e morte) da cani</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Dec 2013 14:33:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[▶ Family Guy &#8211; Brian Dead !! &#8211; (OFFICIAL Family Guy Brian Death Scene) R.I.P. Brian Griffin &#8211; YouTube. Uno dei meriti indiscussi delle serie animate tv made in Usa, dalla fine degli anni &#8217;80 in poi, è stato quello &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=1895">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=adzkOv0vvDI">▶ Family Guy &#8211; Brian Dead !! &#8211; (OFFICIAL Family Guy Brian Death Scene) R.I.P. Brian Griffin &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="587" height="376" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/adzkOv0vvDI" /><embed width="587" height="376" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/adzkOv0vvDI" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei meriti indiscussi delle serie animate tv made in Usa, dalla fine degli anni &#8217;80 in poi, è stato quello di essere finalmente riuscite a infrangere molti tabù. Ricordo, anni fa, una critica intelligente e a tratti feroce di un noto giornalista nei confronti del primo irriverente cartone &#8220;per adulti&#8221; a stelle e strisce, i Simpson, colpevoli a suo dire di aver fatto letteralmente a pezzi l&#8217;immagine tradizionale e perbenista con cui il piccolo schermo si era da sempre preoccupato di dipingere la vecchiaia. Abraham Simpson, padre del celebre e simpaticamente inaffidabile Homer, è difatti un anziano sgradevole e scorbutico, con l&#8217;abitudine disgustosa di maneggiare sempre la sua dentiera, spesso dedito al racconto di lunghi e noiosi aneddoti, dubbiamente veritieri, per di più confinato dalla sua stessa famiglia in una lontana casa di riposo. Insomma, tutta un&#8217;altra storia rispetto alla figura del nonnino saggio, affettuoso e presente, occupato in regali, attenzioni e fiabe da leggere per i nipoti, con cui la tv è decisamente più incline a narrare la terza età. I Griffin, sgangherato e altrettanto deplorevole nucleo familiare protagonista dell&#8217;omonima (ed ennesima) serie animata nata sulla scia del successo dei Simpson (negli Stati Uniti in onda sul canale Fox con il titolo originale di <em>Family Guy</em>) trasmessa in Italia, con alterne fortune, già dal 2000, si è spinta ben oltre, mettendo alla berlina anche il ruolo dell&#8217;animale domestico di casa, in questo caso un cane parlante, di nome Brian. Così, oltre al padre Peter, genitore egoista, assente, mai all&#8217;altezza del proprio ruolo, Lois, madre casalinga con ambizioni artistiche frustrate, due figli adolescenti Meg e Chris, con evidenti problemi di insicurezza e di peso, un terzogenito Stewie, piccolissimo e diabolico, desideroso di sbarazzarsi delle attenzioni oppressive della mamma, Brian si inserisce perfettamente, con riuscito e caustico sarcasmo, nelle dinamiche zoppe dello sconclusionato equilibrio in cui vive la famiglia catodica americana. Perché, in sostanza, è l&#8217;unico personaggio dotato di senno, di intelligenza, di una sensibilità sconosciuta al resto degli altri componenti (dote che in più puntate lo porterà ad avere dipendenze da droghe e alcol), l&#8217;unico che ascolta con la dovuta premura i progetti deliranti di Stewie, l&#8217;unico ad esprimersi correttamente, con garbo e con un linguaggio talvolta più saccente di quello televisivo, l&#8217;unico provvisto di una propria profondità psicologica in netto contrasto con la generale superficialità che lo circonda. Insomma, per me divenuto da subito un appassionato del cartone, conosciuto grazie alla segnalazione di una carissima amica che sosteneva, con tanto di fotografia alla mano, di possedere da bambina la stessa forma della testa a &#8220;pallone da rugby&#8221; identica a quella di Stewie, il personaggio fra tutti meno amato. Per una ragione molto semplice: non è divertente. I Griffin incarnano difatti, in maniera catartica, i peggiori difetti della famiglia vista come luogo in cui proliferano anche nefandezze e rapporti malsani, in cui tutti contribuiscono, con le proprie debolezze e i propri limiti, magari armati delle più buone intenzioni, a peggiorare il disastro delle esistenze altrui. Si ride perché c&#8217;è, in fondo, un briciolo di verità nelle clamorose imperfezioni e nei tentativi maldestri di ciascun membro di agire secondo la propria discutibile (in)coscienza, seppur tra le evidenti esagerazioni di trama e un&#8217;ironia tagliente, a volte perfino demenziale. Non devo essere stato l&#8217;unico a pensarla così, visto che, gli stessi creatori dei Griffin, giunti oltreoceano oramai alla dodicesima serie, hanno deciso nell&#8217;ultima puntata trasmessa negli Usa soltanto lo scorso 24 novembre di far fuori proprio Brian, nel modo poi più crudele e scioccante, perché verosimile, cioè drammaticamente investito da un&#8217;auto in corsa (video allegato). Prenderà il suo posto Vinny, meticcio italo-americano, incontrato in un canile, appartenuto in passato a una famiglia di mafiosi: personaggio scomodo, dalla storia oscura, forse più in linea con il deprecabile cinismo che accomuna il resto della famiglia. Senza dimenticare che proprio la morte di Brian rappresenta però il momento per eccellenza in cui i Griffin danno prova di tutta la loro difettosa umanità, e come tutte le famiglie imperfette, si stringono l&#8217;un l&#8217;altro, di fronte al dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">N.d.r. Cara Lorena, volevo semplicemente sottolineare la delicatezza con cui ho evitato di tirati esplicitamente in ballo nel discorso della mia amica con le sue foto da bambina, etc. E ricordarti che ti voglio bene. Ti abbraccio.</p>
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		<title>Dancing queen</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Oct 2013 21:31:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lea T]]></category>
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		<category><![CDATA[tv]]></category>

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		<description><![CDATA[Non è ancora celebre né paparazzata come Naomi, o controversa e inossidabile come Kate Moss, neanche strapagata come la brasiliana Gisele Bundchen, sua connazionale. Eppure Lea T, al secolo Lea Cerezo, professione modella, 32 anni vissuti da cosmopolita tra l&#8217;Italia, la &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=1651">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2013/10/lea_t2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1653" alt="lea_t2" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2013/10/lea_t2.jpg" width="610" height="405" /></a>Non è ancora celebre né paparazzata come Naomi, o controversa e inossidabile come Kate Moss, neanche strapagata come la brasiliana Gisele Bundchen, sua connazionale. Eppure Lea T, al secolo Lea Cerezo, professione modella, 32 anni vissuti da cosmopolita tra l&#8217;Italia, la Francia e il Sud America è tutt&#8217;altro che una sconosciuta nel rutilante mondo del <em>fashion &#8211; system. </em>Il suo è piuttosto un nome di nicchia, di quelli che difficilmente escono dal giro degli addetti ai lavori, la sua enigmatica bellezza non risulta ancora inflazionata come nel caso delle altre top model, a dire il vero non sarebbe neppure corretto definirla una top model. Che sia idolatrata e corteggiata da stilisti e fotografi di mezzo mondo, questo è fuori discussione; soltanto la scorsa settimana il suo corpo sottile incedeva sulle passerelle di Parigi, splendidamente fasciato in una creazione di Givenchy, marchio di cui è la principale testimonial da diverse stagioni. Anzi, per Riccardo Tisci, italianissimo direttore creativo dal 2005 al timone della maison francese &#8211; caso eclatante di strepitoso talento nazionale accaparrato in giovane età dai più furbi cugini d&#8217;Oltralpe &#8211; Lea T. è molto di più dell&#8217;intenso volto scelto per le sue campagne: è un&#8217;amica, una sorella, una musa. Una creatura naturalmente dotata di un fascino singolare, un mix di esuberanza e fragilità, una per cui, tra uno scatto e l&#8217;altro durante i servizi fotografici o nei backstage delle sfilate, si è soliti spendere quegli aggettivi che fanno subito professionista del settore come &#8221;adorable&#8221;, &#8220;amazing&#8221;, &#8220;divina&#8221;. Una che deve indubbiamente parte del suo successo, oltre che alla notevole e innegabile avvenenza, alla sua, peraltro mai taciuta, ambiguità sessuale: in realtà, pur non avendone lei stessa mai fatto mistero, a chi la ama e la segue da tempo non è mai importato granché se sulla sua carta d&#8217;identità ci sia scritto uomo o donna. Per la moda Lea T è solo e soltanto Lea T. Poi è arrivata la tv.</p>
<p style="text-align: justify;">Che al contrario, non si è limitata a raccontare il lato umano di tutta la sua vicenda, a narrare quel percorso, tormentato e doloroso, anche dal punto di vista fisico, di chi a un certo punto della vita scopre di abitare nel corpo sbagliato. Ha ovviamente rovistato nel suo passato, saccheggiando i suoi ricordi di un&#8217;infanzia privilegiata da figlio di un famoso e amato calciatore (il padre Toninho Cerezo ha militato nella Roma negli anni &#8217;80), seguendo con spropositato, superfluo e dettagliato interesse tutte le fasi della sua progressiva e intima trasformazione. Adesso è andata oltre: tentando di farne, indecorosamente, un&#8217;attrazione di grido, un fenomeno da baraccone, provando a solleticare la morbosità del grande pubblico con il richiamo del &#8220;terzo&#8221; sesso che entra trionfalmente sui nostri schermi. E&#8217; successo a <em>Ballando con le stelle</em>, semipenoso show del sabato sera di Rai Uno, condotto da un&#8217;immutabile Milly Carlucci, in cui personaggi più o meno noti dello spettacolo e dello sport fanno a gara per distruggere la loro fama di sex &#8211; symbol dimostrando di non essere in grado di eseguire a tempo neppure due passi di tango o di valzer. Stando sempre attenti, tra l&#8217;altro, per quel finto perbenismo, buonismo o moralismo che contraddistingue la tv di Stato, a non citare mai, nel caso di Lea, concorrente del programma, la parola trans, quasi suonasse come un insulto o peggio, un vocabolo del tutto nuovo o incomprensibile per le delicate orecchie degli ascoltatori della rete. Attribuendole un&#8217;immagine superata e stereotipata &#8211; un fiore appuntato tra i capelli, una gonnellina bianca, leggera e svolazzante, come se fosse appena uscita da una pellicola con Carmen Miranda &#8211; puntando sullo scandalo o sullo sbigottimento per la sua presenza tra i vip ed ottenendo una cocente delusione per ciò che il video restituisce: la figura di una donna delicata, per niente trasgressiva, men che mai volgare, di sicuro molto meno di alcune stelline nel cast dello stesso programma. Ecco chi è semplicemente Lea in tv: una modella, che balla, con grazia, e sorride, spesso. Alla faccia, forse, di chi, l&#8217;ha seguita solo per deprecabile curiosità.</p>
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