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	<title> &#187; studio</title>
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		<title>Onde su onde&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2016 09:28:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LIGO Gravitational Wave Chirp &#8211; YouTube. Se non fosse per alcune, luminose, ciocche brizzolate, che aggiungono un tocco di curata nonchalance al suo aspetto e al suo (da me invidiatissimo) taglio di capelli rasato da un lato, Laura la potresti &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4366">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=TWqhUANNFXw">LIGO Gravitational Wave Chirp &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="584" height="485" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/TWqhUANNFXw" /><embed width="584" height="485" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/TWqhUANNFXw" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Se non fosse per alcune, luminose, ciocche brizzolate, che aggiungono un tocco di curata <em>nonchalance</em> al suo aspetto e al suo (da me invidiatissimo) taglio di capelli rasato da un lato, Laura la potresti benissimo scambiare per una delle nostre decine di studentesse di moda, tanto giovanile e tanto scattante è la sua figura anche solo nel salire di corsa le scale dell&#8217;istituto dove entrambi insegnamo e dove spesso ci fermiamo per due chiacchiere al volo. &#8220;Mi tengo in forma facendo <em>kitesurf</em>&#8221; mi ha confessato una delle ultime volte, aggiungendo &#8220;è magnifico, dovresti provare&#8221;, sorvolando sulla mia espressione particolarmente dubbiosa e sulla leggera ansia provata al solo pensiero dell&#8217;esistenza di una disciplina sportiva da eseguire appeso come un fagotto ad una sorta di aquilone. &#8220;Grazie del consiglio, dovrei ricominciare sul serio a prendermi cura di me, ma ripartirei forse da qualcosa di più <em>soft</em>&#8221; mi svincolo io con la solita diplomazia, e lei placida e fiduciosa &#8220;allora potresti intanto farti seguire da un <em>personal trainer</em>, no?&#8221;, riuscendo al momento perfino a farmi provare un po&#8217; di tenerezza nei confronti dell&#8217;ipotetico e sventurato <em>coach</em> incaricato in futuro di raddrizzare le sorti di questo corpo inesorabilmente in declino e soprattutto latitante dal lontano &#8217;98 da una qualsiasi palestra (o forse era il &#8217;97? Vabbe&#8217;, non che faccia troppa differenza). &#8220;Benissimo&#8221;, replica Laura di recente, con un sorriso a dir poco contagioso, a uno dei miei mattutini &#8220;Come stai?&#8221; che a volte troppo distrattamente rivolgiamo agli altri sperando non ci incastrino con lo stesso quesito (&#8220;escludendo insonnia e allergia di stagione, la solita mezz&#8217;ora di ritardo del treno e la giornata stressante che mi aspetta benone anch&#8217;io&#8221; credo sia stata la mia risposta), suscitando così tutta la mia curiosità per quella sua aria beata e serena, introvabile alla stessa ora (ma anche più tardi) nella maggior parte degli individui e prerogativa in genere di chi ha da poco ricevuto la più confortante delle notizie. &#8220;Quindi? Da dove ti arriva tanto buonumore?&#8221; la incalzo io, e lei, con fare gentile e allo stesso tempo spiazzante &#8220;Le hai mai sentite le onde gravitazionali? Siamo riusciti a dare voce all&#8217;universo, non è incredibile?&#8221;, avvicindandomi quindi all&#8217;orecchio il suo <em>smartphone</em> per farmi apprezzare il suono del video qui allegato. Ora, di tutta questa storia della recente e parrebbe sensazionale scoperta dell&#8217;esistenza reale delle onde gravitazionali io (ma non credo di essere il solo) non che c&#8217;abbia capito poi granché, se non il fatto che ci sarebbe di mezzo una delle tante intuizioni del buon vecchio Einstein (spesso scomodato anche per faccende più banali, fosse anche per il vuoto di fantasia che ci costringe a ricorrere alle sue citazioni da condividere su Facebook), e che in sostanza consisterebbero in un&#8217;increspatura, una deformazione anomala del nostro tessuto spazio-temporale, avvenuta forse miliardi di anni fa. Come e perché la loro certa individuazione, a detta della scienza fondamentale, dovrebbe incidere sulle nostre piccole e travagliate esistenze, così legate e assoggettate ad un ben più modesto tran &#8211; tran quotidiano, scandite da ritmi talvolta assurdi e autoimposti, da essere piuttosto semplice quale sono, totalmente immerso nelle sole questioni  terrestri (che già trovo abbastanza astruse) fatico un tantinello a comprenderlo. Ciò non toglie che abbia trovato la loro presunta melodia di una bellezza inspiegabilmente ipnotica, quasi un moderno e altrettanto seducente canto delle sirene: ricorda il gorgoglio del mare quando rimango a lungo immerso sott&#8217;acqua per sfuggire alle partite di pallone urlate sulla spiaggia, evoca il battito rallentato del nostro cuore o il respiro della persona che ci dorme accanto al cui ritmo proviamo a prendere sonno (sempre che non russiate, come il sottoscritto). Possiede perfino il sottile potere distraente dei corpi vorticosi, come in quei minuti interminabili in cui rimaniamo a fissare imbambolati il rincorrersi delle pale eoliche o, da eterni bambini, l&#8217;oblò della lavatrice in moto (ditemi che lo fate ancora anche voi), di gran lunga più efficace dell&#8217;antistress amatoriale fabbricato dalla mia collega Martina con un comunissimo barattolo in vetro per alimenti, un liquido bluastro e tanti <em>glitter </em>ed orgogliosamente esibito sulla sua scrivania (vi pubblicherò un <em>tutorial</em> al riguardo, prima o poi). Per una sola settimana l&#8217;ho addirittura utilizzato come principale suoneria del mio cellulare, rimpiazzando così per qualche tempo la vocina registata di mia nipote o i brani <em>trash &#8211; pop</em> di Britney Spears (e non voglio commenti al riguardo), ma, dopo una dozzina di chiamate perse ogni giorno sono dovuto purtroppo ritornare sulle mie vecchie scelte. Come a dire, il richiamo dell&#8217;universo sarà pure affascinante, ma le necessità quotidiane di noialtri comuni mortali indiscutibilmente più urgenti.</p>
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		<title>Buon lavoro, dottore!</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Oct 2014 10:16:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[▶ Il prof. dott. Guido Tersilli &#8211; Alberto Sordi &#8211; La marcia di Esculapio &#8211; YouTube. Nonostante gli scandali continui sollevati dai gravi episodi di malasanità purtroppo sempre così tristemente presenti nelle pagine di cronaca nazionale, nonostante lo stupore collettivo &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3588">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=hLMF8nsTriU">▶ Il prof. dott. Guido Tersilli &#8211; Alberto Sordi &#8211; La marcia di Esculapio &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="588" height="395" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/hLMF8nsTriU" /><embed width="588" height="395" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/hLMF8nsTriU" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante gli scandali continui sollevati dai gravi episodi di malasanità purtroppo sempre così tristemente presenti nelle pagine di cronaca nazionale, nonostante lo stupore collettivo provocato ogni volta dallo smascherare qualche finto professionista, abilissimo invece nello spacciarsi per un luminare plurispecializzato, anche per anni, senza mai destare attorno il benché minimo sospetto (fatemi capire, ma solo a me fanno le pulci ad ogni curriculum inviato?), nonostante l&#8217;immaginario televisivo e cinematografico faccia da tempo la sua parte per sottolineare un certo arrivismo, i mezzucci, le pecche di una categoria professionale in passato maggiormente protetta da un&#8217;aura di intoccabilità (dalle innumerevoli serie di filone ospedaliero, alla <em>ER</em> o <em>Grey&#8217;s Anatomy </em>per capirci, passando per un indimenticabile Alberto Sordi ne <em>Il medico della mutua </em>del 1968, video allegato) la figura del dottore, più di altre, è forse destinata per sempre a smuovere, nell&#8217;opinione comune, parole come credibilità, competenza, efficienza. E&#8217; se non basta a spiegare tutto ciò il nostro, mai superato, smisurato e inconscio bisogno di delegare, con cieca fiducia o quasi, a mani più sapienti le sorti di questo corpo imperfetto e materiale in cui ci siamo ritrovati a vivere e a cui tanto teniamo, pur ignorando spesso i meccanismi basilari del suo funzionamento o reputandoli comunque del tutto incomprensibili, ecco che adesso anche la moda, strano a dirsi, ci viene incontro con una sua, forse non originalissima, ma comunque interessante, teoria. Stando infatti ai curiosi risultati di uno studio condotto dal professor Adam D. Galinsky, docente di Management presso la Kellog School della Northwestern University, nel lontano stato americano dell&#8217;Illinois, e pubblicati di recente sull&#8217;autorevole quanto sconosciuta (a me soprattutto, ma temo di non essere l&#8217;unico) rivista scientifica <em>Journal of Experimental social psychology </em>(<a href="http://www.journals.elsevier.com/journal-of-experimental-social-psychology/">http://www.journals.elsevier.com/journal-of-experimental-social-psychology/</a>) andrebbe proprio attribuita all&#8217;abito (in questo caso al camice di ordinanza) la capacità di fare non tanto quel &#8220;monaco&#8221; del celebre proverbio che ci piace scomodare ogni tre per due, ma più in generale il buon lavoratore. Pare infatti che tra i vari esperimenti compiuti da Galinsky e la sua equipe per avvalorare certe, apparentemente bizzarre, teorie, ci sia stata la richiesta di far indossare ad un gruppo di volontari dei semplici camici, per poi far svolgere loro diverse mansioni, con la sola differenza che mentre ad una metà veniva detto che quel camice, per quanto immacolato, fosse &#8220;da dottore&#8221;, all&#8217;altra metà lo stesso indumento veniva indicato come una tenuta &#8220;da pittore&#8221;. Ebbene, la conclusione di questa importantissima ricerca, che immagino da oggi in poi potrebbe cambiare drasticamente le vostre vite oppure procurarvi infinite notti insonni a domandarvi &#8220;possibile?&#8221; è che i lavori migliori siano stati naturalmente compiuti dal gruppo degli &#8220;pseudomedici&#8221;, dimostratisi più accurati, prudenti, ordinati, rispetto al gruppo dei finti pittori. Vale a dire: sarebbe sufficiente indossare una qualsiasi divisa per risvegliare immediatamente in noi certe caratteristiche professionali in genere associabili a questo o a quel mestiere, perché l&#8217;abito è in grado di per se&#8217; di rivestrirci delle qualità tipiche, appannaggio di una classe di professionisti, o comunque di poterci condizionare in tal senso. Credibile o no, lo studio non può che condurci a due ulteriori, altrettanto strampalate, riflessioni: innanzitutto cosa spinge a bistrattare i pittori e a considerarli poi dei lavoratori così caotici, approssimativi o comunque più inaffidabili di un medico? (rientrassi nella categoria, ad, esempio, mi offenderei un pochetto). Seconda è più importante domanda: cosa diamine penserebbe di me Galinsky se gli inviassi una foto con addosso quella tuta da benzinaio presa in prestito da un amico (e mai più riconsegnata) che sfoggio quando tento di sbrigare da solo alcuni lavoretti domestici? Professionista dai costi sempre in rialzo o tipino facilmente infiammabile?</p>
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		<title>Girl power</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2014 07:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Verizon Commercial 2014 &#124; Inspire Her Mind &#8211; Extended &#124; Verizon Wireless &#8211; YouTube. Succede raramente, ma a volte, proprio come in quelle scene dei film in cui la telecamera si innalza a poco a poco sul protagonista per abbracciare &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3171">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=XP3cyRRAfX0">Verizon Commercial 2014 | Inspire Her Mind &#8211; Extended | Verizon Wireless &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="600" height="404" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/XP3cyRRAfX0" /><embed width="600" height="404" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/XP3cyRRAfX0" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Succede raramente, ma a volte, proprio come in quelle scene dei film in cui la telecamera si innalza a poco a poco sul protagonista per abbracciare nell&#8217;inquadratura tutto ciò che lo circonda, ho come una sorta di alienante e più oggettiva percezione di me, un punto di vista estraneo e quasi sospeso nel tempo, che mi spinge a chiedermi cosa stia facendo lì in quel preciso istante e cosa penserebbe, casomai, un qualunque, sconosciuto, spettatore. Sono naturalmente attimi di riflessiva lucidità in cui a prendere il sopravvento è quella spiacevole ed umanissima sensazione di sentirsi a disagio, direi forse fuori luogo, nella maggior parte dei casi terribilmente stupidi e in questo, tra l&#8217;altro, in ottima compagnia. Ed è ciò che ho avvertito con chiarezza, rimanendone in parte turbato, quando proprio l&#8217;altro giorno, per lavoro, mi sono ritrovato in un chiassoso parterre ad assistere ad una sfilata di un noto brand di moda per bambini. Ebbene, all&#8217;uscita finale, con tutti i piccoli modelli che avanzavano tra gli applausi e gli schiamazzi di stampa, compratori e genitori presenti intorno alla mini-passerella, ho provato a lanciare uno sguardo più obiettivo e critico alla curiosa scena intorno a me, così riassumibile: decine di adulti sovraeccitati che osannavano e incitavano i loro pargoli, alcuni dei quali apparivano divertiti, altri disinvolti, molti altri invece intimiditi per non dire addirttura terrorizzati. Non discuto la necessità e la, spesso presente, qualità riconoscibile nelle tante collezioni di abbigliamento per l&#8217;infanzia: in numerosi casi si tratta di lavori eccellenti, frutto dell&#8217;impegno di piccole e medie imprese, anche italiane, che vantano decenni di tradizione nel settore e una cura ineccepibile nella confezione di vestiti, calzature e accessori, fiore all&#8217;occhiello di una vocazione artigianale ancora oggi, per fortuna, esistente. Si tratta piuttosto di rivedere il perché sia ritenuto comunemente accettato o accettabile il tradurre alla lettera una modalità di presentazione di un prodotto, nello specifico una sfilata o un servizio fotografico, che, se ancor oggi valutati come gli strumenti di diffusione mediatica più adeguati o funzionali al comune alafabeto del fashion &#8211; system, appaiono però una dissonante forzatura una volta calati nel mondo dei più piccoli. Me lo sono chiesto per tutto il giorno, quando ho continuato ad incrociare, nella frenesia dei backstage, graziose e vivaci bambine innaturalmente atteggiate a top &#8211; model, la freschezza tipica dei loro visi nascosta e stravolta da make &#8211; up e capelli ossigenati, talvolta trainate ed esibite come merce da esporre da genitori smaniosi di un briciolo fugace di fama o di approvazione. E continuo a chiedermelo ancora oggi, quando, di fronte al nuovo, efficace, spot della compagnia di telecomunicazioni americana Verizon (video allegato), centinaia di altre domande del tutto simili si rincorrono e si moltiplicano: è giusto pretendere da una bambina, sin dai primi anni, di adeguarsi alla rigidità di un desiderio sociale che ne enfatizzi solo la piacevolezza e la cura estetica, è giusto sottoporla alla discutibile pressione di corrispondere a un modello universale basato su un&#8217;immagine stereotipata, tutta moine e civetteria, con cui il mondo femminile viene spesso e superficialmente liquidato? Proviamo allora a fermarci solo per un minuto, quello necessario per capire il messaggio dello spot: e proviamo davvero a scoprire se esiste una profonda ragione per cui femminilità debba fare più spesso rima con quella sana curiosità in ogni settore, che occorrerebbe, al contrario, rispettare, salvaguardare e coltivare.</p>
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		<title>Cattivissimi noi</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jun 2014 09:01:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Maleficent &#8211; Trailer Ufficiale italiano &#124; HD &#8211; YouTube. Ci rimuginavo per l&#8217;appunto l&#8217;altra sera, ma come di frequente accade durante quel percorso sconnesso in cui si muovono le mie, spesso astruse, riflessioni, senza riuscire propriamente a fornire una risposta &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3087">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=2XI4ybpu2k0">Maleficent &#8211; Trailer Ufficiale italiano | HD &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="585" height="413" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/2XI4ybpu2k0" /><embed width="585" height="413" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/2XI4ybpu2k0" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Ci rimuginavo per l&#8217;appunto l&#8217;altra sera, ma come di frequente accade durante quel percorso sconnesso in cui si muovono le mie, spesso astruse, riflessioni, senza riuscire propriamente a fornire una risposta del tutto adeguata come anche solo a dare pace a certi inutili quesiti che continuano così a rimbalzare irrisolti tra le pareti di questa mente bizzarra. E ciò che non finirà mai di stupirmi è che, il più delle volte, a innescare dentro di me infinite e intricate serie di domande, siano normalissimi episodi quotidiani, occasioni superficiali o frivole, situazioni facilmente definibili come ordinarie o banali, sufficienti però a smuovere qualche interrogativo o questione di troppo. D&#8217;accordo, vado al sodo (ma quanto mi piacerà tirarla per le lunghe, eh?): decido, in linea con la mia indifendibile inclinazione al pop, di guardare l&#8217;ultima pellicola della Disney, <em>Maleficent </em>(nel video allegato il trailer), che poi altro non sarebbe che l&#8217;ultima versione per il grande schermo di una delle più celebri fiabe di tutti i tempi, quella della <em>Bella Addormentata</em>, narrata però questa volta da un punto di vista, almeno nelle intenzioni, più originale, quello del cattivo, anzi della cattiva, di turno, la fata Malefica appunto (lo so, pensavate fosse una strega. Anch&#8217;io. No, per quanto non esattamente docile, sempre di fata trattasi. Credetemi). E nonostante un riadattamento estetico del personaggio a dir poco affascinante, che ammanta la protagonista Angelina Jolie di una macabra e spettrale eleganza, regalandole due zigomi geometrici, che la nostra Ferilli parrebbe smunta al confronto, e un&#8217;intrigante collezione di copricapi dalle corna ritorte come solo certe antilopi africane, quella pura cattiveria che ci si aspetterebbe scorrere nelle vene di Malefica viene invece diluita nel film dalla narrazione di una serie di episodi che (non vi anticipo, tranquilli) spiegherebbero le ragioni della sua nota malvagità. Una piccola delusione insomma. Voglio dire: se c&#8217;è un pregio che possiedono le fiabe, tutte, è sempre stato il potere di ridurre i meccanismi della vita alla semplice contrapposizione tra bene e male (a parte la differenza fondamentale che nelle favole sia sempre e solo il bene a trionfare, e vissero tutti felici e contenti) di metterci di fronte, sin da bambini, alla consapevolezza che la cattiveria, il disprezzo, l&#8217;astio siano emozioni realmente esistenti, negli altri come in noi stessi, con cui un giorno dover purtroppo fare i conti. Abbiamo davvero bisogno di giustificare, mitigare, approfondire le ragioni di un&#8217;azione crudele, di un pensiero sprezzante, di un dispetto o di uno sgambetto fatto per il sadico gusto di farlo, tirando invece in ballo una qualsiasi altra motivazione o circostanza passata che sia la vera e recondita causa di certe umane e non proprio edificanti pulsioni? Occorre sul serio trasformare la strega cattiva delle fiabe in una fata dal vissuto traumatico così da poter comprendere meglio e addolcire ogni sentimento più odioso, allontanando dunque da noi l&#8217;idea che si possa semplicemente e intenzionalmente essere talvolta scorretti, immorali, diabolici? Perfino la stessa scienza sembra riabilitare certi comportamenti dettati da un pizzico di perfidia, ai quali dovremmo necessariamente ricorrere per metterci al riparo dalle delusioni in agguato dietro l&#8217;angolo, per garantirci qualche soddisfazione in più nella vita professionale e privata, per scansare infine tutte quelle inutili illusioni che una visione troppo ingenua e ingannevole delle persone e delle situazioni circostanti potrebbe al contrario fornirci (<a href="http://www.staibene.it/psicologia/articoli/single_news/article/la_cattiveria_e_utile_ecco_perche/?refresh_cens">http://www.staibene.it/psicologia/articoli/single_news/article/la_cattiveria_e_utile_ecco_perche/?refresh_cens</a>). Ma prima della sua presunta utilità dovremmo riuscire ad acquisire la consapevolezza della sua innegabile e non sempre giustificabile esistenza. Fingere che la cattiveria di per sé non ci appartenga affatto, questo sì, equivarrebbe a raccontarsi una vera, infondata, favola.</p>
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		<title>Provaci ancora prof!</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Nov 2013 11:39:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi ero ripromesso che non ci sarei mai più cascato. Ero serenamente giunto alla conclusione che non fossi la persona più adatta, che difetto di autorevolezza, di polso, di pazienza, che per appropriarmi del titolo di insegnante non avessi la giusta &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=1853">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mi ero ripromesso che non ci sarei mai più cascato. Ero serenamente giunto alla conclusione che non fossi la persona più adatta, che difetto di autorevolezza, di polso, di pazienza, che per appropriarmi del titolo di insegnante non avessi la giusta esperienza, la formazione necessaria, l&#8217;adeguato temperamento. Non nego che sia stata un&#8217;esperienza magnifica quanto impegnativa: nei due anni che mi hanno visto salire (indegnamente?) in cattedra per una nota scuola di moda ho tenuto sei diversi corsi, mi sono confrontato con decine di studenti appassionati, vulcanici, talvolta diffidenti, mi sono domandato di continuo se avessi davvero qualcosa da trasmettere loro, anche solo quel piccolo consiglio, da fratello maggiore più che da professore, a cui sarebbero potuti ricorrere in futuro. Ricordo ancora il timore della prima lezione: l&#8217;aula più grande di quanto mi aspettassi, sessanta allievi già seduti e incuriositi, centoventi orecchie e occhi fissi su di me, su ciò che tentavo di dire, sulla mia voce incerta e cavernosa amplificata dal microfono (che da allora non ho più usato), sul mio nervoso passeggiare su e giù tra loro simulando una calma e una sicurezza mai possedute. Ho avvertito col tempo calare il disagio iniziale, perché letteralmente travolto dall&#8217;entusiasmo impetuoso tipico della loro età, dalla loro ansia di crescere, di mettere in discussione ogni singola frase o certezza. Mi sono più volte scontrato con i loro legittimi dubbi, con i loro sottili moti di arroganza o di presunzione, con la loro voglia di urlare al mondo &#8220;ci sono anch&#8217;io, fatemi spazio!&#8221;. Mi infuriavo quando non si impegnavano, mancando di rispetto soprattutto al proprio talento, quando arretravano o si accontentavano di risultati modesti, perché a vent&#8217;anni invece bisogna rischiare e non adagiarsi, quando si abbattevano di fronte alla prima delusione, perché nella vita le delusioni sono più utili dei successi. E&#8217; stato divertente sentirsi chiamare &#8220;profe&#8221; o &#8220;prof&#8221; anche se non lo sono e mai lo sarò, è stato decisivo attingere dalla loro energia e dalla loro stima per affrontare le difficoltà della mia vita, è stato infine doloroso attraversare la loro esistenza per poi doverne uscire, lasciandoli liberi di cavarsela da soli. Perché vorresti invece continuare a incoraggiarli, sostenerli, proteggerli. E invece no, un bravo insegnante capisce anche quando arriva il momento di farsi da parte. No, non faceva proprio per me, ne ero certo.</p>
<p style="text-align: justify;">E infatti, dopo neanche tre anni, sono già tornato sui miei passi. Mi sono lasciato convincere, tra l&#8217;altro nel giro di poche ore, dalle parole lusinghiere e calorose di un&#8217;affabile ex &#8211; collega, ho messo da parte tutti i precedenti dubbi e i timori sotterranei che il tempo aveva comunque smorzato, ho soprattutto avvertito di nuovo, con chiarezza, la voglia e la necessità di misurarmi con un piccolo uditorio, con l&#8217;imprevisto di domande e osservazioni non immaginate, con l&#8217;interesse o la noia che le mie lezioni possono ugualmente suscitare. Ho accettato d&#8217;istinto, volentieri, senza ripensamenti né riserve, perché questa volta c&#8217;è, a dire il vero, una differenza fondamentale: l&#8217;età dei miei allievi. Che, un eccesso di <em>politically correct</em> impone di definire <em>over, </em>perché ormai anche i termini &#8220;anziani&#8221; o &#8220;maturi&#8221; sono diventati forieri di una sfumatura dispregiativa e dunque inaccettabile. Mentre i miei nuovi studenti, dimostrando molta più saggezza, dignità e autoironia di certe etichette esterofile, nel descriversi si lasciano tranquillamente sfuggire dalle labbra aggettivi come &#8220;vecchierelli&#8221; o &#8220;vecchietti&#8221;. Consapevoli naturalmente di non esserlo affatto, soprattutto nei loro slanci di vitalità contagiosa, nel coraggio e nell&#8217;umiltà che rivelano mettendosi ancora una volta in discussione, nel desiderio mai sopito di apprendere, di stare tra la gente, di scoprire che esistono sempre milioni di motivazioni valide per andare avanti. Anche quando la vita ti ha beffato con pessimi scherzi, quando ti ha privato del tuo più grande amore, quando ha cominciato a regalarti qualche acciacco di troppo, quando i ricordi e le esperienze accumulate si fanno ormai più numerose delle aspettative. Sulla carta d&#8217;identità potrebbero essere tutti benissimo i miei genitori, qualcuno perfino mio nonno; il più delle volte hanno un atteggiamento rispettoso, signorile, oppure materno e protettivo, a tratti al contrario simpaticamente indiscreto, specie quando azzardano qualche quesito impertinente sulle mie origini o sulla mia vita privata. Sono volenterosi, organizzati, instancabili, scrivono pagine e pagine di appunti, intervengono in maniera intelligente e composta, citando fatti d&#8217;attualità, personaggi noti, la storia e la letteratura che ricordano dai tempi della scuola. Mi accolgono con la bontà dei loro dolci fatti in casa, mi salutano con altrettanto affettuosi inviti a prendere un tè o un caffè, con il progetto di una pizza o una gita tutti insieme a cui non posso assolutamente mancare. Mi fanno sentire apprezzato, utile, speciale. E anche questa volta sono io ad aver tutto da imparare.</p>
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		<title>Non dimenticar&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Oct 2013 00:33:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[memoria]]></category>
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		<description><![CDATA[Sento una terribile botta in testa. Sto per perdere l&#8217;equilibrio, mi volto, riconosco un manico di scopa, un muretto di sassi irregolari e giallognoli, forse quello che c&#8217;è tuttora di fronte casa di mia nonna. Ecco arrivare mia madre, di &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=1760">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sento una terribile botta in testa. Sto per perdere l&#8217;equilibrio, mi volto, riconosco un manico di scopa, un muretto di sassi irregolari e giallognoli, forse quello che c&#8217;è tuttora di fronte casa di mia nonna. Ecco arrivare mia madre, di sicuro mi ha sentito piangere, ha i capelli nascosti da un foulard bianco, coi fiori, trattiene a stento una risata mentre mi ripete &#8220;Non ti sei fatto niente&#8221;. Poi affondo nel suo abbraccio, con le guance ancora solcate dalle lacrime. E&#8217; il mio primo ricordo, le prime immagini registrate dalla mia testa dopo il nulla più totale. Lo so, non sembra un granché come inizio. Voglio dire, ho sentito milioni di altri racconti più avvincenti o poetici: ho amici e conoscenti che vanno narrando episodi scanditi da sassi lanciati in riva al mare, da soavi ninne nanne sussurrate nei lettini, da canzoncine buffe e allegri girotondi imparati ai tempi dell&#8217;asilo. La mia vita comincia invece con l&#8217;entusiasmante vicenda di un bernoccolo. Che poi, vallo a sapere, non sarà stato neanche il primo in senso stretto. A dire il vero non ho mai neppure capito contro cosa di preciso sia andato a sbattere. Di certo c&#8217;è solo che a ripercorrere il tutto con gli occhi di oggi, potrebbe quasi sembrare una chiara anticipazione di quello che sarei stato in futuro: un imbranato, sin dai primi passi. Pazienza, mi rifarò certamente nella prossima esistenza, quella da disinvolto/supersicurodise&#8217;/strafigo (posso aggiungere anche capellone?) in cui mi reincarnerò, vendicandomi di questa prima vita condita da qualche timore, mania, fobia (e calvizie) di troppo. Per fortuna, nonostante l&#8217;innumerevole sequenza di altri drammatici capitomboli e tonfi sonori, veri e metaforici, che hanno costellato i miei primi 29 (o giù di lì) anni, devo ammettere di conservare, come tutti, anche una discreta quantità di ricordi altrettanto piacevoli. Fotogrammi non sempre così nitidi, volti che a ritroso nel tempo si fanno a poco a poco più indefiniti, che però compongono quel prezioso e intricato puzzle della memoria, e che troverei a dir poco spaventoso se andasse in parte perduto o se venisse intaccato, anche in un solo singolo tassello.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, incredibile a dirsi, sono diversi gli studi internazionali che sembrano muoversi in questo senso. Ricerche, di sicuro motivate da nobilissime finalità, ci mancherebbe, che tuttavia, condotte per il momento (e fortunatamente) soltanto sui topi, puntano a manipolare il bagaglio di esperienze immagazzinate nel cervello, a modificare qua e là la memoria, a tagliuzzare o resettare vita passata e <em>background</em>. Insomma, senza girarci troppo intorno, il futuro visionario immaginato da Michel Gondry nel suo celeberrimo <em>Se mi lasci ti cancello </em>non pare più così assurdo né tantomeno lontano: rendere alla portata di tutti la possibilità di rimuovere artificialmente i ricordi. Perché, a voler essere più precisi, il tentativo è proprio quello di mettere a punto farmaci capaci di spazzar via la rievocazione di eventi causa di stress o di forti traumi, in maniera mirata, senza alcun danno collaterale ( <a href="http://www.journals.elsevier.com/biological-psychiatry/">http://www.journals.elsevier.com/biological-psychiatry/ </a><a href="http://www.huffingtonpost.it/2013/09/13/cancellare-ricordi_n_3920170.html">http://www.huffingtonpost.it/2013/09/13/cancellare-ricordi_n_3920170.html </a>). Partendo proprio dalla certezza acquisita che siano i momenti più tragici a imprimersi per sempre nella testa. Tanto per fare un esempio scemo, proprio come quel luogo comune che vorrebbe tutti memori di dove ci si trovasse esattamente l&#8217;11 Settembre nel momento degli attentati alle Torri Gemelle. Il mio amore, sempre controcorrente, difatti non lo ricorda. No, non era con me, io ero in fila in segreteria all&#8217;Università a consegnare la domanda di tesi (circostanza che, se avvenuta in un altro giorno, avrei rievocato con molto più piacere). Mentre spero che la sua amnesia non sia dovuta all&#8217;essersi trovato allora in compagnia di uno dei tanti amanti che le mie fantasie di essere geloso gli hanno nel tempo attribuito. Ma senza divagare sulle tormentate paranoie del blogger e per ritornare all&#8217;argomento principale di questo post, trovo sinceramente sconcertante un simile studio. Non tanto per la banale constatazione che il dolore alla fine faccia parte della vita stessa, e il volerlo escludere, anche solo in parte, conduca forse a un&#8217;esistenza a metà, falsata, da noioso fotoromanzo. Quanto perché è proprio di fronte all&#8217;oscurità improvvisa di certi drammi e alla paura delle tragedie che facciamo i conti soprattutto con noi stessi, che misuriamo le nostre debolezze o più spesso, ci scopriamo inaspettatamente forti, coraggiosi, combattivi. Che ammettiamo, nonostante tutto, di essere più tenaci di quanto avremmo mai potuto pensare. Perfino più tenaci di tutti i nostri ricordi.</p>
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		<title>Cuore, amore&#8230;rumore?</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Oct 2013 21:51:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da ascoltare]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
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		<description><![CDATA[Ho deciso di prendermi, diciamo così, una licenza. Tanto il blog è il mio, e lo gestisco io, come meglio credo. Sperando che una decisione così categorica non vi dispiaccia. Anche perché sono stato combattuto fino all&#8217;ultimo se davvero valesse &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=1700">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ho deciso di prendermi, diciamo così, una licenza. Tanto il blog è il mio, e lo gestisco io, come meglio credo. Sperando che una decisione così categorica non vi dispiaccia. Anche perché sono stato combattuto fino all&#8217;ultimo se davvero valesse la pena, per questa volta, di evitarvi di inserire nella sezione &#8220;da ascoltare&#8221;, una delle solite canzonette pop che tanto mi ispirano commenti idioti e che soprattutto rivelano quanto di musica in realtà ne capisca meno di zero. Però, per onestà, devo ammettere che per un soffio questo post non ha degnamente ospitato l&#8217;ultimo singolo di una cantante eccelsa e raffinata come Paris Hilton, personaggio di cui avrei potuto scrivere fiumi e fiumi di complimenti e spendere migliaia di parole in lode. Ma la mia vena satirica ne avrebbe di gran lunga risentito, motivo per cui lascio alla vostra autonomia (e al vostro fegato, se ne avete) la gioia di scoprire di quale capolavoro della discografia vi abbia privato qua sopra (comunque, per gustarvelo, basta un clic al link qui accanto: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=K1JMjwJG2UM">http://www.youtube.com/watch?v=K1JMjwJG2UM</a>). Al contrario, la licenza di cui vi parlavo nell&#8217;incipit consiste invece nel pubblicare e commentare, sempre a modo mio, ci mancherebbe, una notizia, che con l&#8217;ascolto è del tutto pertinente ma che non richiederà alle orecchie lo sforzo di sperimentare alcun nuovo suono (sempre che le vostre siano uscite integre dall&#8217;insensato tentativo di riprodurre sul serio il brano di Paris Hilton). Si tratta di uno di quegli studi, fondati su solida base scientifica, che al solito mi incuriosiscono e mi divertono perché tra l&#8217;altro facilmente testabili nella vita di ciascuno, a cominciare proprio dalla mia, anzi, talvolta così incredibilmente ovvi che il solo averne fatto oggetto di ricerca è il lato più spassoso di tutta la vicenda. Ad essere affrontato è quindi il serissimo esperimento che proverebbe come, nelle coppie collaudate, col tempo si tenda a ridurre inconsciamente la voce del partner a un rumore di fondo, un brusio indistinto, una sequenza di suoni trascurabili a cui non si presta la dovuta attenzione, perché la prolungata familiarità con la fonte ci porterebbe a isolarne forma e contenuti, e quindi a ignorarla. Insomma, finalmente la prova, o forse l&#8217;alibi, che non ascoltiamo quanto dovremmo &#8211; e di conseguenza, non siamo ascoltati &#8211; la nostra irritabile dolce metà (leggere per credere: <a href="http://science.time.com/2013/08/30/how-you-tune-out-your-spouse-and-why/?iid=sci-main-lead">http://science.time.com/2013/08/30/how-you-tune-out-your-spouse-and-why/?iid=sci-main-lead</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto credo che mi convenga scrivere di mio pugno una sentita lettera di ringraziamento agli studiosi canadesi della Queen&#8217;s University di Kingston, autori della singolare ricerca, che mi scagiona così d&#8217;un tratto dall&#8217;accusa che più spesso mi sono sentito rivolgere nella mia esistenza, e non solo dal mio pazientissimo amore: &#8220;ma mi stai ascoltando?&#8221;. No. Cioè, sì, fino a un certo punto. Ok, lo ammetto, poi mi sono distratto. In realtà mi distraggo dopo pochi secondi: con tutti, per un niente, ecco che mi deconcentro, perdo il filo, vago con la testa. Comincio a fissare il volto del mio interlocutore, chiunque esso sia, anche quando siamo a quattr&#8217;occhi, perché la mia attenzione si sposta altrove, su un particolare che mi colpisce, anche il più banale, i lineamenti irregolari del viso ad esempio, le orecchie non allineate, la forma del mento, che so, ed ecco che ho già perso quelle due, tre parole fondamentali per il proseguimento della conversazione. Ricordo che una volta, ad un colloquio di lavoro (ovviamente poi andato male) misi in imbarazzo il tizio che mi stava valutando perché possedeva due incisivi così sporgenti da formare un solco profondo sul labbro inferiore, dettaglio inquietante da cui non sono riuscito a distogliere lo sguardo per tutto il tempo dell&#8217;appuntamento. Certo, mi si potrebbe obiettare, perlomeno il volto del mio amore non dovrebbe essere più causa di distrazione, se non altro perché lo conosco in ogni sua piega, dati i quasi venti anni di relazione da cui ci sopportiamo reciprocamente. Eppure succede: al mare, ogni volta, quando si allontana e dice &#8220;vado a farmi una nuotata&#8221; e poi s&#8217;inabissa, non senza essersi infilato in un&#8217;attrezzatura degna del più evoluto 007. E dopo che io ho sonnecchiato, letto un paio di riviste, fatto tre bagni, familiarizzato con i vicini di ombrellone, valutato se sia il caso di avvertire la capitaneria di porto per la sua prolungata assenza, eccolo riemergere, quando ormai sulla spiaggia sono rimasto solo con due gabbiani atterrati in cerca di cibo. &#8220;Ho fatto tardi?&#8221; esordisce sempre con candore &#8220;Per il falò, intendi?&#8221;, &#8220;Ma no vedi&#8230;&#8221; e via che mi parte con tutto l&#8217;elenco dettagliato di pesci, molluschi, alghe incontrati durante la sua immersione, citandomi con precisione la posizione in mare di ciascuno. E io non l&#8217;ascolto, non del tutto almeno: guardo solo il rossore dell&#8217;impronta lasciatagli dalla maschera, le sue dita raggrinzite dal freddo, e la sua bocca che sta di sicuro pronunciando parole piene di entusiasmo. Ed è quello che mi basta, a farmi sentire fortunato.</p>
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		<title>Canta che ti passa!</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Aug 2013 23:03:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cantare]]></category>
		<category><![CDATA[coro]]></category>
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		<description><![CDATA[Sister act &#8211; I will follow him (HD) &#8211; YouTube. La mia fortunatissima (c&#8217;è bisogno di spiegare il perché?) e riservata dolce metà, a cui avevo promesso, ovviamente mentendo, che non sarebbe più comparsa tra le pagine di questo blog &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=1475">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=ghHE_kVWXxM">Sister act &#8211; I will follow him (HD) &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="596" height="364" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/ghHE_kVWXxM" /><embed width="596" height="364" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/ghHE_kVWXxM" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">La mia fortunatissima (c&#8217;è bisogno di spiegare il perché?) e riservata dolce metà, a cui avevo promesso, ovviamente mentendo, che non sarebbe più comparsa tra le pagine di questo blog per almeno un anno, è solita descriverla agli altri come une delle mie qualità più apprezzabili, insieme alla mia formidabile capacità di dimenticare qualsiasi suo suggerimento o biasimo in meno di dieci secondi e al mio sovente e fastidioso russare notturno. Si tratta di un&#8217;attitudine speciale, chiamiamolo pure un talento naturale, una peculiare e stramba inclinazione, che mi vien fuori senza sforzo alcuno, che consiste nello stringere immediata amicizia con persone dal carattere particolarmente estroso o bizzarro, o dal temperamento e dagli interessi curiosi o singolari. Senza girarci troppo intorno, chi nell&#8217;opinione comune spesso si merita la fama di &#8220;brava persona, forse un po&#8217; alternativa&#8221;, talvolta di &#8220;picchiatello&#8221; o più raramente di &#8220;matto pieno&#8221;, con me ha da subito un incredibile e inspiegabile feeling; cioè, una spiegazione al tutto ci sarebbe pure, ma è proprio uno di quei casi in cui è meglio non porsi troppe domande (a questo punto, caro lettore, se nella vita siamo molto amici, faresti bene a chiederti anche tu se hai tutte le rotelle al posto giusto). Nella mia collezione di stravaganti quanto interessanti personalità conosciute nel tempo, un posto d&#8217;onore lo merita senz&#8217;altro Susanna, all&#8217;epoca del nostro primo incontro, avvenuto in un arrangiato e piuttosto economico corso d&#8217;inglese &#8211; che raggiungevamo con la sua malridotta Cinquecento bianca &#8211; brillante studentessa di matematica con l&#8217;irrazionale passione per l&#8217;astrologia. L&#8217;ultima volta che ci siamo visti invece, ormai qualche anno fa, alla sua vita semi-eccentrica aveva aggiunto un tranquillo lavoro da bancaria, una cultura da autodidatta nel sanscrito, un matrimonio con il suo fidanzato storico, vulcanologo, poi coronato dalla nascita di una splendida bambina, Deva (&#8220;perché è un nome sanscrito&#8221; mi spiegò allora, &#8220;mica per emulare Monica Bellucci&#8221;).</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la nostra saltuaria ma piacevole frequentazione, successe anche che la mia diffidenza alimentare verso il mondo vegetale, cioè la mia incapacità di toccare i cibi verdi senza sentirmi un ruminante, fu, soprattutto in un&#8217;occasione, una vera e propria salvezza. Declinato l&#8217;invito di Susanna ad una delle sue pittoresche cene in cui venivano serviti esclusivamente piatti a base di fiori, evitai così un&#8217;intossicazione a cui non scamparono invece tutti gli altri commensali, che si ritrovarono, senza conseguenze per fortuna, in massa a concludere la serata all&#8217;ospedale per un risotto alla ginestra poi scoperto velenoso (come del resto lo è la ginestra se cucinata). Altra avventura in cui più di una volta tentò di coinvolgermi, senza successo, fu il suo improvviso e deflagrante amore per il gospel; io, che non riesco a cantare neppure sotto la doccia perché mi entra l&#8217;acqua nel naso, che posso al limite massacrare qualche brano mentre sono al volante quando il rumore del traffico copre la mia voce, e che l&#8217;unico complimento canoro ricevuto negli anni è stato &#8220;sembri quasi Pupo&#8221; avevo deciso che non l&#8217;avrei mai seguita neanche in questo. Ma, solo per farla contenta, andai, un&#8217;unica volta, ad assistere con interesse alle prove del coro multietnico a cui aveva deciso di unirsi. &#8220;Sicuro non faccia per te?&#8221; mi chiese quella sera &#8220;in fondo sei del Leone, potrebbe giovare al tuo cuore&#8221;; frase che mi suonò misteriosa, che forse lì per lì accompagnai con il più scaramantico dei gesti, e che mi è tornata in mente questi giorni, quando, con mio enorme stupore, ho scoperto che la scienza (chi l&#8217;avrebbe mai detto) dà in pieno ragione a Susanna: cantare in un coro, farebbe sul serio bene al cuore. Questa la conclusione a cui è giunto uno studio svedese, che ha pubblicato di recente gli esiti della ricerca sulla rivista <em>Frontiers in Neurosciences </em>(<a href="http://www.frontiersin.org/Auditory_Cognitive_Neuroscience/10.3389/fpsyg.2013.00334/abstract">http://www.frontiersin.org/Auditory_Cognitive_Neuroscience/10.3389/fpsyg.2013.00334/abstract</a>) e che ha sottolineato come il cuore riesca a rallentare il suo ritmo, con tutta una serie di benefici sull&#8217;organismo, quando ci troviamo a cantare all&#8217;unisono con gli altri. Che aggiungere? Che forse, con l&#8217;avvicinarsi dell&#8217;autunno, tra i mille buoni propositi in programma (l&#8217;iscrizione in palestra, la dieta, risparmiare per quel famoso viaggio) sarebbe finalmente il caso di prendere in considerazione anche delle lezioni di canto collettive. Sempre che non preferiate un corso di sanscrito.</p>
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		<title>La gaia leggenda</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Apr 2013 21:17:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da leggere]]></category>
		<category><![CDATA[gay]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Robin Hood]]></category>
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		<description><![CDATA[Giuro che ci metterò tutto l&#8217;impegno, per evitare battutacce da osteria (che poi, non sono nel mio stile), per non cadere nel facile tranello del commento sarcastico sulla calzamaglia, per darmi uno schiaffetto sulla mano ogni volta che avrò la tentazione di &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=856">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2013/04/Robin_Hood_Disney.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-857" title="Robin_Hood_Disney" alt="" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2013/04/Robin_Hood_Disney.jpg" width="960" height="544" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Giuro che ci metterò tutto l&#8217;impegno, per evitare battutacce da osteria (che poi, non sono nel mio stile), per non cadere nel facile tranello del commento sarcastico sulla calzamaglia, per darmi uno schiaffetto sulla mano ogni volta che avrò la tentazione di scrivere una frase un po&#8217; troppo becera.  Anche perché l&#8217;argomento è delicato, lo studio che lo supporta serio e accuratissimo, la rivista che l&#8217;ha pubblicato, il celebre quotidiano tedesco <em>Die Welt </em>(<a href="http://www.welt.de/geschichte/article115412317/Robin-Hood-war-schwul-und-klaute-fuer-seine-Tasche.html">http://www.welt.de/geschichte/article115412317/Robin-Hood-war-schwul-und-klaute-fuer-seine-Tasche.html) </a>più che autorevole, oltre che di rinomata tradizione editoriale. La risatina beffarda, che comunque c&#8217;è e c&#8217;è stata, e che persiste sulle mie labbra dal momento che ho deciso di occuparmi di questo tema, per fortuna non trasparirà né dallo schermo né dalle parole di questo post. Ma andiamo per ordine. Esattamente negli stessi giorni in cui in Francia si vinceva la civilissima battaglia per il diritto al matrimonio e alle adozioni da parte delle coppie omosessuali, notizia liquidata da qualche nostro tg nazionale con un servizio di circa trenta secondi, per dare spazio ad altre ed urgenti questioni, come il dibattito sulla t-shirt della Mussolini o le nuove avventure del Commissario Rex, era un altro gay, insospettabile, a tenere banco sulle prime pagine dei giornali: Robin Hood. Incredibile, vero? Eppure, per quanti sforzi abbiano fatto la letteratura prima e il cinema poi, per tramandarci l&#8217;erronea immagine di un eroe macho e sciupafemmine, a cui sono stati affibbiati travolgenti e passionali amori etero e il volto di attori ad alto tasso di testosterone come Kevin Costner e Russel Crowe, la verità, spiace deludervi, è tutta un&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché Robin Hood, secondo il filologo britannico Andrew James Johnston, professore della Freie Universitaet di Berlino, che si è preso la briga di ricostruirne scrupolosamente la storia, analizzando tutti i testi e le ballate di epoca medievale in cui il leggendario personaggio compare, è stato sì un celebre bandito realmente esistito. Ma non esattamente dedito a quella nota pratica di &#8220;rubare ai ricchi per dare ai poveri&#8221;, che ce lo rendeva immediatamente simpatico. Più che altro, i furti che lui e i suoi seguaci compivano, servivano per &#8220;autofinanziare&#8221;, diciamo così, la loro comunità, un gruppo di ribelli che abitava la foresta di Sherwood per sfuggire alle leggi vigenti in città. Primo, a causa di un antesignano spirito ambientalista, che li portava a prediligere una vita <em>eco-friendly</em>, a maggiore e più diretto contatto con la natura. Secondo, ed è questo il punto su cui lo studioso insiste maggiormente, perché con tutta probabilità si trattava di un&#8217;allegra comitiva di soli omosessuali, che i pregiudizi di allora, non del tutto estinti col passare dei secoli, costringevano a un&#8217;esistenza appartata, ai margini della legalità. E se la (maliziosa) domanda che adesso vi sovviene riguarda lo stretto rapporto tra Robin e Little John, la risposta è sì: si trattava proprio del suo compagno prediletto, e non stiamo semplicemente parlando di un&#8217;innocua amicizia. Con buona pace di Lady Marion, la quale, per fortuna, più che una povera vittima ignara delle preferenze sessuali dell&#8217;eroe incappucciato che la tradizione vuole innamorato di lei, sarebbe invece una figura inventata posteriormente, solo per nascondere la scomoda verità. Che il grande schermo, a questo punto, avrebbe il dovere di mettere in scena: meglio se con un chiacchieratissimo George Clooney come protagonista.</p>
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		<title>Nessun dorma</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 21:55:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da ascoltare]]></category>
		<category><![CDATA[dormire]]></category>
		<category><![CDATA[sonno]]></category>
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		<description><![CDATA[Sinéad O&#8217;Connor &#8211; Nothing Compares 2U &#8211; YouTube. &#8220;Vado ad abbandonarmi tra le braccia di Orfeo&#8221; mi disse una volta il mio coinquilino pantofolaio e un tantinello bisbetico, con cui dividevo, insieme ad altri due (per fortuna) più simpatici ragazzi &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=691">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=iUiTQvT0W_0">Sinéad O&#8217;Connor &#8211; Nothing Compares 2U &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="606" height="392" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/iUiTQvT0W_0" /><embed width="606" height="392" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/iUiTQvT0W_0" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Vado ad abbandonarmi tra le braccia di Orfeo&#8221; mi disse una volta il mio coinquilino pantofolaio e un tantinello bisbetico, con cui dividevo, insieme ad altri due (per fortuna) più simpatici ragazzi provenienti da ogni punto cardinale d&#8217;Italia, il primo, poco (e male) arredato eppure disordinatissimo appartamento affittato ai tempi dell&#8217;Università. &#8220;Ehm, forse dovresti aggiungere una M&#8221; provai a rispondergli, non tanto per rivendicare quell&#8217;unica occasione nella vita in cui mi tornarono utili i miei studi classici, quanto per ribadire che, se proprio vuoi lanciarti in una citazione pseudocolta, per conoscere la quale basterebbe riempire due cruciverba in più all&#8217;anno, almeno fai il tentativo di riportarla in maniera corretta. &#8220;Hai ragione, scusami. Vado ad abbandonarmi tra le braccia di Orfeum&#8221; fu la sua spiazzante risposta, con cui riuscì ad ammutolirmi all&#8217;istante oltre a rendermi chiaro quanto anche il latino, forse più della mitologia, fosse il suo vero tallone d&#8217;Achille (tanto per rimanere in tema). Morfeo (con la M, mi raccomando) era dunque, secondo la tradizione letteraria greca, il dio del sonno, dalla natura così sfuggente e misteriosa da poter assumere, nelle sue epifanie notturne, le più diverse sembianze di cose e persone, le stesse cioè che potevano abitare i sogni degli umani. Figura che mi è sempre sembrata affascinante, soprattutto per l&#8217;attribuzione di quella capacità di metamorfosi con cui nei secoli passati quei gran furboni di scrittori avevano trovato un&#8217;ottima scorciatoia per spiegare ciò che per lungo tempo, e forse ancora oggi, rimane in parte insondabile: il sonno e i suoi meccanismi.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché non è soltanto la sfera onirica che continua ad essere indagata e analizzata dal punto di vista scientifico, ma anche la finalità di fasi del nostro riposo, come dimostra, proprio poche ore fa, la notizia della pubblicazione di uno studio, tutto italiano, che spiegherebbe il funzionamento delle onde lente prodotte dal cervello durante i momenti in cui, vinti dalla stanchezza, ronfiamo come ghiri in letargo (<a href="http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/medicina/2013/04/03/Identificati-neuroni-interruttori-sonno_8495778.html">http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/medicina/2013/04/03/Identificati-neuroni-interruttori-sonno_8495778.html</a>) attivando così una serie di neuroni che risiedono nella parte più profonda della nostra corteccia cerebrale. E non avete idea di quanta fatica mi costi in questo momento scrivere un post proprio sul sonno, quando, ancora scombussolato dall&#8217;arrivo della nuova stagione, dell&#8217;ora legale, di un&#8217;improvvisa concentrazione di lavoro che mi gratifica l&#8217;ego ma riduce notevolmente il tempo che trascorrerei invece volentieri con la testa affondata nel cuscino, tento di combattere il mio torpore pur di rimanere davanti allo schermo ad aggiornare questo blog per rispetto all&#8217;impegno ormai preso e a quelle due persone che oggi hanno notato l&#8217;assenza di un nuovo racconto. Come se non bastasse, incuriosito anche dalla notizia del nuovo tour italiano, appena cominciato, della controversa cantante irlandese Sinead O&#8217;Connor, (<a href="http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2013/03/28/news/concerti_29-marzo-55529470/?ref=HRESS-42">http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2013/03/28/news/concerti_29-marzo-55529470/?ref=HRESS-42) </a>perché memore di <em>Nothing compares 2 U </em>(video allegato) come una delle più magnetiche e intense dichiarazioni d&#8217;amore in musica di tutti i tempi, sono andato a ricercarmi e ad ascoltare invece i suoi brani recenti, sicuramente interessanti, ma che hanno dato però il definitivo colpo di grazia alla mia già compromessa lucidità. Ok, vado a dormire. Anche perché la notte porterà consiglio, per il prossimo post.</p>
<p style="text-align: justify;">
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