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	<title> &#187; spot</title>
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		<title>Photo food&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 12:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=2BXRGzjo1_Q">IKEA &#8211; Let&#8217;s Relax &#8211; YouTube</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><object width="594" height="500" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/2BXRGzjo1_Q" /><embed width="594" height="500" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/2BXRGzjo1_Q" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Guarda qui cos&#8217;ho preparato oggi!&#8221;. E&#8217; quasi ora di pranzo, annoiato e impaziente desidero solo poter scendere dal treno, come al solito, in ritardo, il servizio gratuito di connessione wi-fi reclamizzato ogni minuto sullo stesso convoglio sembra procedere altrettanto a rilento, e per visualizzare l&#8217;immagine inviatami via Whatsapp dalla mia amica Loredana devo aspettare di ritrovarmi una mezz&#8217;ora più avanti solo, al tavolo di un bar, di fronte ad uno squallido tramezzino, divorato in quei pochi secondi che precedono il mio appuntamento di lavoro, in altre circostanze neppure sufficienti ad ordinare un velocissimo pasto. &#8220;Sembrano davvero buoni!&#8221; riesco, non so come, a replicare, mentre mi ustiono il palato buttando giù un caffé troppo bollente, e la vista di quel succulento piatto di spaghetti alle vongole, campeggiante nella foto inviatami poco prima, non fa che accrescere l&#8217;acquolina in bocca, oltre alla comprensibile voglia, mista ad invidia sottile, di barattare il mio misero pranzo con quella pietanza immortalata, in apparenza ben più gustosa. Direi che il suo messaggio ha ottenuto senza dubbio l&#8217;effetto desiderato: perché è per questo che, <em>smartphone</em> alla mano, fotografiamo come forsennati milioni di portate rese esteticamente impeccabili, grazie a quella dedizione spasmodica, un tempo appannaggio esclusivo di personaggi da libro di ricette come Wilma de Angelis o suor Germana. E&#8217; per questo che curiamo allo stremo impiattamento e presentazione di qualsiasi prelibatezza, vera o presunta, uscita dalle nostre mani, sempre in preda alla criticabile ma diffusissima smania di condividerla sui <em>social</em> non appena poggiata quell&#8217;ultima foglia di basilico sulla sua sommità. Per cercare, nel più vasto pubblico del <em>web</em>, maggiore o incondizionata approvazione, consensi e commenti lusinghieri, per coccolare il nostro ego culinario con il moltiplicarsi costante di <em>like</em>, stelline o cuoricini, per ottenere in risposta quell&#8217;entusiasmo che mariti, mogli, fidanzate/i o figli troppo distratti a tavola non sembrano ugualmente riservare ai nostri piatti così amorevolmente preparati, spesso al contrario demoliti da critiche del tipo &#8220;però manca un po&#8217; di sale&#8221; o &#8220;secondo me è sbagliata la cottura!&#8221;. Per metterci in mostra, e forse anche alla prova, su di un terreno più familiare, democratico, a portata di mano, come lo è poi la cucina, per regalare finalmente una vetrina degna e spaziosa alle nostre supposte abilità ai fornelli, fino ad oggi tenute nascoste fra le mura domestiche o al massimo svelate a parenti e amici utilizzati come cavie dei nostri peggiori esperimenti con il cibo. Contagiosa moda collettiva o frontiera recente della vanità 2.0, il <em>foodspotting </em>(questo il termine corretto per descrivere la mania di inondare la rete, Instagram in primis, con foto di piatti tutte noiosamente uguali a sé) è anche l&#8217;ultimo bersaglio della nuova e riuscitissima campagna Ikea (video allegato), l&#8217;arcinoto colosso svedese di arredamento colpevole di aver riempito le nostre case con mobili dai nomi impronunciabili e di aver trasformato in un incubo i nostri week-end di <em>shopping</em> forzato tra mensole da misurare e piumoni talvolta esagerati per le più miti temperature nostrane. Con la medesima ironia e l&#8217;efficacia già notate nelle precedenti pubblicità ideate dallo stesso gruppo, lo spot citato si scaglia così contro l&#8217;inutile ossessione quotidiana di fotografare e condividere sulle proprie pagine internet i piatti prima ancora di poterli assaggiare, mettendo in scena un raffinato ambiente aristocratico settecentesco e ipotizzando la ricerca di potenziali gradimenti virtuali in quell&#8217;epoca, in un tripudio di costumi sfarzosi, volti pallidamente truccati e parrucche (peccato quest&#8217;ultime non tornino di moda, ne approfitterei subito). Con un messaggio finale piuttosto esplicito &#8220;<em>Let&#8217;s relax. It&#8217;s a meal</em>&#8220;. Rilassiamoci, è solo cibo. Parole che terremo bene a mente quando, magari contro la nostra volontà, ci ritroveremo proprio all&#8217;Ikea a rigirare tra le mani un piccolo barattolo di SILL SOMMAR (aringhe marinate), tentando di intuirne, forse invano, il contenuto.</p>
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		<title>Tra palco e parco&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Apr 2016 09:54:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=k6yJjjZci_Y">Ivy Park &#8211; Beyoncé ‘Where is your park’ &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="605" height="507" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/k6yJjjZci_Y" /><embed width="605" height="507" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/k6yJjjZci_Y" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">I milioni e milioni di appassionati di moda nel mondo, gli stravaganti e non sempre competenti <em></em>operatori del settore, anche le più semplici e talvolta malvestite <em>fashion &#8211; victims</em>, ormai tutti arcistufi di assistere a continui balletti, a terremoti inaspettati o improvvisi licenziamenti ai vertici creativi delle <em>maison</em> (solo poche settimane fa l&#8217;abbandono di Hedi Slimane da Saint Laurent e la sua prevedibilissima sostituzione con Anthony Vaccarello, mentre rimane ancora vacante il trono di Dior, la semisconosciuta Bouchra Jarrar eredita il compito ingrato non far rimpiangere Alber Elbaz da Lanvin e più vicino a noi perfino Massimiliano Giornetti dice addio a Salvatore Ferragamo) sapranno trarre almeno un po&#8217; di consolazione in questi giorni dalla notizia più presente e commentata su <em>magazine</em> e siti specializzati di tutto il pianeta. E cioè il lancio in pompa magna della nuova linea di <em>athleisure wear </em>(parola di oscuro significato, comunque una sorta di mix fra sportivo &#8211; <em>athletic &#8211; </em>e <em>leisure, </em>per il tempo libero) creata in collaborazione con il patron di <em>Topshop </em>Philip Green (ideatore della catena di abbigliamento colpevole di aver eletto a stilista perfino Kate Moss) ma soprattutto voluta e ideata (chissà poi quanto) dall&#8217;indiscussa e onnipresente regina del pop del terzo millennio, Beyoncé (nome che noi italiani fatichiamo forse un tantinello a pronunicare correttamente, ma che stando ai rimproveri della mia amica americana Christine si dovrebbe leggere &#8220;Biònsi&#8221;, senza quella &#8220;é&#8221; finale accentata, che fa un po&#8217; sciroppo per la tosse). Sottigliezze linguistiche a parte, l&#8217;operazione colossale di prestito momentaneo della cantante al mondo della moda, che vede tra l&#8217;altro il coinvolgimento di un gigante della distribuzione <em>online</em> come Zalando, sito incaricato della vendita in esclusiva della collezione sui mercati europei, ha come freccia al proprio arco, un&#8217;ulteriore, forse vincente, intuizione: quella di voler rendere cioè <em>glam, fashion, trendy</em> (e se volete abusare di una altro termine del genere fate pure) il momento in cui invece spesso diamo il peggio in quanto a cura del nostro <em>look</em>: quello dell&#8217;attività fisica. E questo a cominciare sin dal nome dato alla linea, <em>Ivy </em><em>Park</em>, ottenuto unendo in parte il nome stesso della figlia di Beyoncé, chiamata, secondo la discutibile consuetudine diffusa fra la star di rovinare l&#8217;esistenza alla propria prole, Blue Ivy, e appunto <em>Park, </em>il parco<em>, </em>luogo per eccellenza nel nostro immaginario deputato, almeno nelle intenzioni, ad un po&#8217; di sano moto all&#8217;aperto. Ma mentre in prossimità della bella stagione noialtri comuni mortali raggiungiamo spesso quei miseri spazi verdi urbani dandoci al <em>jogging</em> infagottati in felpone con vignette di Snoopy o in maxi t-shirt più coprenti di un burqa, ecco che la ben più raffinata (e senza dubbio in forma) cantante, come si evince dal poetico spot della sua linea (video allegato), riesce ad apparire impeccabile, senza un capello fuori posto, una sola goccia di sudore o una sbavatura di trucco neppure quando si trova a saltare faticosamente la corda o ad emergere dalle acque di una piscina (visto l&#8217;effetto miracoloso, forse si tratta di quelle di Lourdes). Certo, i maligni potrebbero sottolineare il ricorrere nello stesso spot al solito espediente di incrociare le ginocchia sul davanti in tante inquadrature per attenuare quei fianchi leggermente abbondanti (trucco che decenni di pose di Raffaella Carrà in tv ormai ci hanno svelato appieno) o l&#8217;incomprensibile esistenza di attrezzi ginnici quali grandi cerchi metallici a cui appendersi come bradipi, perfino la criticabile scelta di utilizzare il bianco e nero per filmare la stradina deserta in mezzo al parco, così simile a quelle inquietanti sequenze dei film horror in cui ti aspetti un folle sbucare all&#8217;improvviso dalle fronde con un&#8217;accetta fra le mani. Mentre i più dubbiosi, finita la magia della sua visione, potrebbero rimanere con un solo, irrisolto, quesito: ma quale sarebbe poi lo scopo di firmare una linea fatta per lo più di ciabatte o fascette per capelli?</p>
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		<title>Mia cara Miss&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Feb 2015 11:13:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Miss Dior &#8211; The new film (Official Director&#8217;s Cut) &#8211; YouTube. E pensare che in Francia le associazioni femministe avevano impiegato più di un anno, tra appelli, ricorsi e battaglie legali, per riuscire nel 2012 ad abolire, almeno nei documenti &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3848">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=52Z5ob-6jNI">Miss Dior &#8211; The new film (Official Director&#8217;s Cut) &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="601" height="502" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/52Z5ob-6jNI" /><embed width="601" height="502" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/52Z5ob-6jNI" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">E pensare che in Francia le associazioni femministe avevano impiegato più di un anno, tra appelli, ricorsi e battaglie legali, per riuscire nel 2012 ad abolire, almeno nei documenti amministrativi, l&#8217;uso del termine <em>mademoiselle</em>, signorina appunto, giudicato intrusivo nella vita privata delle donne (probabilmente stufe di rispondere al quesito &#8220;sposata?&#8221; ai funzionari statali come alle conoscenti più ficcanaso)  e soprattutto discriminatorio nei loro confronti (un corrispettivo maschile per indicare un uomo senza anello al dito non esiste in alcuna lingua burocratica). Fiato sprecato: a rispolverare inaspettatamente l&#8217;importanza della frase &#8220;sono signorina&#8221;, che qui in Italia ricorda piuttosto il riuscito tormentone di uno dei personaggi storici di Anna Marchesini, l&#8217;indimenticabile Sig.na Carlo, è il nuovissimo spot di un profumo, di quelli da cui siamo assediati ogni ora in tv e al cinema nel periodo pre &#8211; San Valentino, firmato da una <em>maison</em> che poi francese lo è altrettanto, anzi, è forse l&#8217;emblema planetario della storica eleganza d&#8217;oltralpe, Dior. Ma che, probabilmente attenta a non riaizzare il fuoco delle polemiche al riguardo in patria, ha visto bene di far pronunciare alla splendida protagonista del cortometraggio, la ex bambina prodigio del cinema Natalie Portman, la frase clou della sceneggiatura in inglese, &#8220;<em>it&#8217;s miss, actually</em>&#8221; (&#8220;sarei ancora signorina, per diamine!&#8221;), in risposta a quello screanzato di un inserviente che, incaricato di portarle il bouquet da sposa, si permette di apostrofarla, per ben due volte, con il poco gradito titolo di <em>madame</em>. Lasciandoci così presagire il seguito della storia, che il volto pressoché perfetto ma angosciato della stessa Portman ci aveva già suggerito in tutte le altre cupe inquadrature in bianco e nero di cui è costellato il medesimo spot: che lei no, a pronunciare quel fatidico e vincolante &#8220;sì&#8221; proprio non ci vuole andare, che il padre la sta di sicuro obbligando/ricattando, che le amiche/damigelle sono all&#8217;oscuro del suo cuore palpitante in segreto per qualcun altro e via discorrendo (e se poi volete leggerci anche una gravidanza indesiderata in quel suo accarezzare sospettosamente il pancino sopra l&#8217;abito candido, fate pure). Nessun colpo di scena quindi, quando dopo i sospiri e le esitazioni che scandiscono il suo passaggio tra gli invitati, la promessa sposa ci ripensa e torna indietro di corsa, mollando proprio lì, sotto gli occhi di tutti, il quasi marito che evidentemente un colpo di testa simile un po&#8217; se lo aspettava (non si volta neanche, che so, a cercare di trattenerla o anche solo a insultarla), mentre la fanciulla, finalmente libera da un simile fardello, abbandona, in ordine, paparino incredulo, scarpe griffate, abito rigonfio gettato lì fra olivi e asparagi, rimanendo infine con addosso un più pratico tubino nero, che si sa, torna utile in ogni occasione, soprattutto quando si è appena scaricato qualcuno sull&#8217;altare. Raggiungendo quindi, tra la presenza incomprensibile delle note più celebri di Janis Joplin, quelle di <em>Piece of my heart</em>, una scogliera pittoresca dove, guarda caso, a prelevarla con un apposito elicottero ci penserà il vero amato, fino ad allora avvolto nel mistero (a dire il vero anche in seguito, perché ne inquadreranno solo un pezzo di mento), il quale provvede naturalmente anche a lanciarle scaletta e petali (immancabili del resto in ogni veivolo che si rispetti) perché raggiungano insieme la meta romantica della loro appassionante fuga, Parigi (evviva l&#8217;originalità). Dove, mia cara miss, nonostante la tua intrepida e avventurosa performance, nonostante tutti i tuoi sforzi per sottolineare il tuo caratterino indipendente così come la tua natura recalcitrante ad ogni tipo impegno matrimoniale, mi spiace dirtelo, ma chiunque, per legge, che tu lo voglia oppure no, sarà comunque tenuto a darti della &#8220;signora&#8221; (o <em>madame</em>, se preferisci).</p>
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		<title>Profumo di cover</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2014 11:27:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[▶ CHANEL N°5: The One That I Want &#8211; The Film &#8211; YouTube. Lo stile lo riconoscerebbe anche un bambino, sin dalla prima inquadratura. E&#8217; quello rutilante, pirotecnico, immaginifico, con cui solo certe pellicole firmate in passato dallo stesso regista, &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3544">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=8asRWe5XNw8">▶ CHANEL N°5: The One That I Want &#8211; The Film &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="583" height="378" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/8asRWe5XNw8" /><embed width="583" height="378" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/8asRWe5XNw8" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Lo stile lo riconoscerebbe anche un bambino, sin dalla prima inquadratura. E&#8217; quello rutilante, pirotecnico, immaginifico, con cui solo certe pellicole firmate in passato dallo stesso regista, Baz Luhrmann (<em>Romeo + Juliet</em>, <em>Moulin Rouge</em>) sono riuscite ad abbagliare ogni angolo più sperduto della nostra, non troppo sconfinata, fantasia di spettatori. Che lo spot chiamato in causa poi, non faccia leva su di un (impossibile) processo di identificazione, arduo da realizzare, tra il pur modaiolo target di riferimento e l&#8217;ostentata perfezione di ambienti e soggetti, ma tenti piuttosto di rifilarci in toto il pacchetto &#8220;dimensione superlativa e irraggiungibile di lusso + storia d&#8217;amore appassionante comprensiva di <em>happy ending</em> + prodotto che significhi tutto ciò&#8221; (l&#8217;ultimo dei quali, a dire, il vero, è l&#8217;unico oggetto materiale che forse chiunque potrebbe concedersi nella propria quotidianità, molto meno scintillante e romanzata) è altrettanto evidente dopo appena dieci secondi dal suo inizio. Insomma, ribadire anche qui che l&#8217;ultima, spettacolare, fatica pubblicitaria siglata (un po&#8217; ovunque) dalla doppia C della storica maison Chanel, in nome della fragranza più iconica di tutti i tempi, quel N°5 che accompagnava la sensualità notturna di Marilyn Monroe (mica di una sciacquetta qualsiasi), sia l&#8217;ennesimo esempio di un dispendioso capolavoro di cinematografia inchinatosi alla moda, significherebbe non solo sottolineare l&#8217;ovvia verità ma forse non rendere giustiza ad un suo ulteriore, fondamentale pregio. Sì, d&#8217;accordo, il cortometraggio è anche e soprattutto un tributo al fascino costosissimo e ineguagliabile della più pagata delle top model, Gisele Bundchen, sul cui corpo marmoreo, privo di ogni benché minima traccia di umani difetti, pare spesso indugiare la telecamera, quasi in preda ad una sorta di comprensibile ed estatico stupore. Ci sarebbero poi, degne di nota, le sue inaspettate evoluzioni subacquee e le sue (vere?) abilità da surfista navigata, eseguite con tanto di tavola griffata e incorniciate dalla trasparenza dell&#8217;oceano delle Fiji, in qualche fotogramma purtroppo dotato di una fissità artificiale proprio come certi sfondi finti che erano soliti scorrere sui lunotti posteriori durante le scene in auto dei vecchi film. C&#8217;è naturalmente quella smisurata e raffinatissima abitazione sulla spiaggia, dal design contemporaneo e dagli spazi immensi eppur così tirati a lucido, che arrivi quasi a provare simpatia per la povera colf pagata per tenerla perfettamente pulita, la stessa che compare solo qualche secondo in compagnia della bambina che &#8220;mamma &#8211; Gisele&#8221; le ha smollato per seguire il suo fighissimo lavoro di indossatrice. C&#8217;è una New York strabordante di luci e ingolfata di traffico che Gisele di nuovo attraversa a rotta di collo, in macchina, sempre splendida anche quando frigna, per arrivare impeccabile e puntuale all&#8217;appuntamento con il bellone di turno, l&#8217;attore olandese Michiel Huisman, noto per il suo ruolo di Daario Naharis nella fortunata serie tv <em>Il trono di spade</em>. Ma c&#8217;è soprattutto quella canzone ipnotica e struggente, quella melodia soave e mozzafiato che sembra farsi a poco a poco più familiare, le cui parole arrivano a salirti poco alla volta precise alla bocca mentre pensi &#8220;eppure mi sembra di conoscerla già&#8230;la conosco?&#8230;ma non mi dire che&#8230;&#8221; ed è solo allora che ricordi il titolo dello spot, <em>The one that I want</em>, quasi identico a quello del brano musicale riarrangiato e reinterpretato per l&#8217;occasione dall&#8217;artista debuttante Lo &#8211; Fang nel medesimo video. Ed è proprio in compagnia delle stesse parole e delle note di questa magnifica ballad che per qualche giorno, quasi sicuramente, ti ritoverai ad andare a dormire, come se si trattasse davvero di gocce del tuo profumo preferito.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Oggi è un altro giorno&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Oct 2014 15:26:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Brandt Zwieback TV Spot 2014 &#8220;Langschläfer&#8221; &#8211; YouTube. Vorrei svegliarmi lentamente, la luce che s&#8217;insinua timida dalla finestra bussarmi con leggerezza sulle palpebre, provare ad aprire almeno un occhio per piegare lo sguardo assonnato verso la sveglia che annuncia l&#8217;ora &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3525">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=rqYHwXwnTrM">Brandt Zwieback TV Spot 2014 &#8220;Langschläfer&#8221; &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="600" height="384" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/rqYHwXwnTrM" /><embed width="600" height="384" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/rqYHwXwnTrM" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei svegliarmi lentamente, la luce che s&#8217;insinua timida dalla finestra bussarmi con leggerezza sulle palpebre, provare ad aprire almeno un occhio per piegare lo sguardo assonnato verso la sveglia che annuncia l&#8217;ora di alzarsi, e infine scoprire che quella sgradevole sensazione ancora presente sulle braccia e nel petto è soltanto il consueto rimasuglio di un incubo ricorrente. In alternativa vorrei riuscire ad andare in letargo, perché trovo tremendamente ingiusto creare una così perfetta scappatoia alla detestabilità dell&#8217;autunno e renderla esclusiva prerogativa di alcune specie di animali, che vai a sapere poi se siano davvero in grado di apprezzarla fino in fondo, loro che sono tutti istinti elementari incorniciati da pelo che si arruffa. Io no, mostrerei al contrario un&#8217;enorme gratitudine a chiunque se ne dichiari l&#8217;inventore, se solo riuscissi a farmi cullare per i prossimi mesi dall&#8217;abbraccio di un sonno profondo e ristoratore, con golose e sufficienti provviste di cibo a portata di mano, da poter spiluccare di tanto in tanto, pronto a distendermi beatamente su di un letto morbido, con il probabile sorrisino idiota dato dalla speranza di un risveglio in un momento più benevolo, caloroso, in altri termini, migliore. Invece al momento non ho scampo, mi tocca star qua, a inaugurare questo mese in balìa della mia puntuale e invadente inquietudine stagionale, le cui picchiate di umore sono stavolta perfino aggravate da inimmaginabili scoperte, come quella di un movimento capillare autoproclamatosi &#8220;sentinelle in piedi&#8221;, nome che pare riecheggiare l&#8217;altisonanza tipica delle manifestazioni del nostro ventennio più buio (non quello più recente, l&#8217;altro), quando esisteva lo spauracchio di squadroni pronti a &#8220;vigilare&#8221; sulla condotta altrui. E per quanto uno possa tentare di non farci caso o di liquidarlo come l&#8217;ennesimo fenomeno generato dalla più bigotta ottusità, ecco che poi ti ritrovi ad esporti e a misurarti in confronti sfibranti con sconosciuti dalle opinioni retrograde che, sulle bacheche dei tuoi amici di Facebook, ne arrivano pure a difendere i modi, facendosi scudo con quell&#8217;innocua apparenza da &#8220;pacifica dimostrazione di dissenso&#8221;, come se il silenzio irremovibile di certe prese di posizione non fosse ugualmente in grado di turbare, offendere, ferire. E avverti di nuovo accendersi in te altrettanti covoni di rabbia e frustrazione se proprio negli stessi giorni la vita per dispetto ti sceglie per raccogliere lo sfogo di chi, con coraggiosa serenità, ha deciso di tentare a piccoli passi il proprio <em>coming out</em> e invece di ottenere quel placido e affettuoso sostegno che tante famiglie &#8220;naturali&#8221; sembrano sbandierare a vanvera come loro unico e vero pilastro, per tutta risposta si trova invece ad essere trattato al pari di un&#8217;insormontabile delusione, di una scheggia impazzita, di una maledizione del destino. Trovo perfino più irritanti che divertenti certi plateali dietrofront conditi di opportunismo, orchestrati da giovani arriviste ed aspiranti first &#8211; lady, difficili da distinguere nel look dalle drag &#8211; queen di cui si circondano per affermare la propria riscoperta vocazione alla tolleranza, così come le anacronistiche e veementi ripicche di taluni ministri scandalizzati dall&#8217;operato di più concreti ed intelligenti amministratori locali. Mi infastidisce addirittura constatare che mentre da noi si possa al massimo aspirare negli spot ad un attempato sex &#8211; symbol che stuzzichi i sogni erotici delle consumatrici al ritmo di discutibili doppi sensi come il &#8220;biscottone inzupposo&#8221;, nella vicina Germania (dove comunque veri e propri &#8220;matrimoni&#8221; tra persone dello stesso sesso sono ancora inesitenti) anche per pubblicizzare delle semplici fette biscottate si ricorra invece alla sorridente e verosimile quotidianità di una coppia apertamente gay (video allegato). Si, lo so che un domani anche qui da noi assisteremo finalmente al trionfo di questa lunghissima ed estenuante battaglia di civiltà, che riusciremo a far valere i sacrosanti diritti di tutte le persone senza alcuna etichettatura di genere od orientamento, che ci risveglieremo infine al calore di una stagione che avrà spazzato via tutta la gravità di quei pregiudizi inneggianti all&#8217;intolleranza e all&#8217;omofobia. Un domani, certo. Non oggi. Oggi, perdonatemi, è maggiore lo sconforto.</p>
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		<title>Girl power</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2014 07:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Verizon Commercial 2014 &#124; Inspire Her Mind &#8211; Extended &#124; Verizon Wireless &#8211; YouTube. Succede raramente, ma a volte, proprio come in quelle scene dei film in cui la telecamera si innalza a poco a poco sul protagonista per abbracciare &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3171">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=XP3cyRRAfX0">Verizon Commercial 2014 | Inspire Her Mind &#8211; Extended | Verizon Wireless &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="600" height="404" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/XP3cyRRAfX0" /><embed width="600" height="404" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/XP3cyRRAfX0" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Succede raramente, ma a volte, proprio come in quelle scene dei film in cui la telecamera si innalza a poco a poco sul protagonista per abbracciare nell&#8217;inquadratura tutto ciò che lo circonda, ho come una sorta di alienante e più oggettiva percezione di me, un punto di vista estraneo e quasi sospeso nel tempo, che mi spinge a chiedermi cosa stia facendo lì in quel preciso istante e cosa penserebbe, casomai, un qualunque, sconosciuto, spettatore. Sono naturalmente attimi di riflessiva lucidità in cui a prendere il sopravvento è quella spiacevole ed umanissima sensazione di sentirsi a disagio, direi forse fuori luogo, nella maggior parte dei casi terribilmente stupidi e in questo, tra l&#8217;altro, in ottima compagnia. Ed è ciò che ho avvertito con chiarezza, rimanendone in parte turbato, quando proprio l&#8217;altro giorno, per lavoro, mi sono ritrovato in un chiassoso parterre ad assistere ad una sfilata di un noto brand di moda per bambini. Ebbene, all&#8217;uscita finale, con tutti i piccoli modelli che avanzavano tra gli applausi e gli schiamazzi di stampa, compratori e genitori presenti intorno alla mini-passerella, ho provato a lanciare uno sguardo più obiettivo e critico alla curiosa scena intorno a me, così riassumibile: decine di adulti sovraeccitati che osannavano e incitavano i loro pargoli, alcuni dei quali apparivano divertiti, altri disinvolti, molti altri invece intimiditi per non dire addirttura terrorizzati. Non discuto la necessità e la, spesso presente, qualità riconoscibile nelle tante collezioni di abbigliamento per l&#8217;infanzia: in numerosi casi si tratta di lavori eccellenti, frutto dell&#8217;impegno di piccole e medie imprese, anche italiane, che vantano decenni di tradizione nel settore e una cura ineccepibile nella confezione di vestiti, calzature e accessori, fiore all&#8217;occhiello di una vocazione artigianale ancora oggi, per fortuna, esistente. Si tratta piuttosto di rivedere il perché sia ritenuto comunemente accettato o accettabile il tradurre alla lettera una modalità di presentazione di un prodotto, nello specifico una sfilata o un servizio fotografico, che, se ancor oggi valutati come gli strumenti di diffusione mediatica più adeguati o funzionali al comune alafabeto del fashion &#8211; system, appaiono però una dissonante forzatura una volta calati nel mondo dei più piccoli. Me lo sono chiesto per tutto il giorno, quando ho continuato ad incrociare, nella frenesia dei backstage, graziose e vivaci bambine innaturalmente atteggiate a top &#8211; model, la freschezza tipica dei loro visi nascosta e stravolta da make &#8211; up e capelli ossigenati, talvolta trainate ed esibite come merce da esporre da genitori smaniosi di un briciolo fugace di fama o di approvazione. E continuo a chiedermelo ancora oggi, quando, di fronte al nuovo, efficace, spot della compagnia di telecomunicazioni americana Verizon (video allegato), centinaia di altre domande del tutto simili si rincorrono e si moltiplicano: è giusto pretendere da una bambina, sin dai primi anni, di adeguarsi alla rigidità di un desiderio sociale che ne enfatizzi solo la piacevolezza e la cura estetica, è giusto sottoporla alla discutibile pressione di corrispondere a un modello universale basato su un&#8217;immagine stereotipata, tutta moine e civetteria, con cui il mondo femminile viene spesso e superficialmente liquidato? Proviamo allora a fermarci solo per un minuto, quello necessario per capire il messaggio dello spot: e proviamo davvero a scoprire se esiste una profonda ragione per cui femminilità debba fare più spesso rima con quella sana curiosità in ogni settore, che occorrerebbe, al contrario, rispettare, salvaguardare e coltivare.</p>
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		<title>Virale di brutto!</title>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2014 14:59:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
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		<description><![CDATA[Pittarello Rosso diventa PittaRosso con Simona Ventura [SPOT TV 2014] &#8211; YouTube. Nessuno rimarrà sorpreso o sconvolto dalla seguente affermazione, ma detesto avere torto. E va bene, mi si dirà, in fondo è una caratteristica piuttosto tipica, forse indicativa, di &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=2968">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=cHxSEZkEeEA">Pittarello Rosso diventa PittaRosso con Simona Ventura [SPOT TV 2014] &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="612" height="378" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/cHxSEZkEeEA" /><embed width="612" height="378" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/cHxSEZkEeEA" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno rimarrà sorpreso o sconvolto dalla seguente affermazione, ma detesto avere torto. E va bene, mi si dirà, in fondo è una caratteristica piuttosto tipica, forse indicativa, di tutti quegli individui che, sopravvalutando il peso delle proprie opinioni, non si limitano a rivestirle di una fittizia e quasi sacrale importanza, ma fregandosene dei limiti della comune decenza o di una discrezione talvolta apprezzabile, si dimostrano perfino così presuntuosi da costruirci intorno, ad hoc, un personalissimo quanto insensato spazio virtuale. Motivo per cui, quando a darmi in qualche modo contro o ad evidenziare l&#8217;infondatezza di certi miei pensieri ci si mette il web stesso, mezzo su cui mi vado illudendo, da tempo, di avere anch&#8217;io una mia, seppur flebile, voce in capitolo, ecco che stizza e malcontento raddoppiano. Proprio l&#8217;altro giorno, a riprova di quanto io stesso possa naturalmente beccare in rete qualche granchio, una mia amica che decide di postare sulla sua pagina Facebook uno spot amatoriale (mi si perdoni la momentanea dimenticanza, non ricordo più di cosa), parodia di una tra le più celebri pubblicità del passato, quella del profumo Egoiste di Chanel (per chi ha la memoria corta o un&#8217;invidiabile giovane età linko qui l&#8217;originale: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=2JSRXtH3wRk">http://www.youtube.com/watch?v=2JSRXtH3wRk</a>). Ebbene, credevo, per quanto all&#8217;epoca riuscito, famoso, costoso (venne appositamente costruita dal niente la facciata di quel finto hotel), lo spot di Chanel sbeffeggiato è però troppo vecchio (anno 1990, quasi un quarto di secolo) per mantenere ancora una sua efficacia comunicativa, per permettere a chiunque di cogliere esplicitamente quel richiamo, anche ironico, che presuppone però un preciso tuffo indietro negli anni. Mi sbagliavo (frase che vi consiglio di leggere attentamente adesso, può darsi che non la ritroviate mai più): pollici su e commenti di apprezzamento continuavano a moltiplicarsi sotto la pubblicazione dell&#8217;anteprima del video e soprattutto sotto i miei occhi increduli, sintomo di quanto anche una semplice e non più recente pubblicità, se basata su un&#8217;idea convincente e ben realizzata, possa arrivare a godere di una fama più duratura di quanto probabilmente si sarebbero mai aspettati i suoi stessi creatori. Per un&#8217;irritante e sgradevole coincidenza, grazie ad un successivo messaggio di quella stessa amica, mi ritrovo per di più ad essere smentito nelle mie convinzioni una seconda volta, e nel giro di pochi giorni poi: perché, in mezzo ai suoi affettuosi saluti e ai racconti della sua movimentata vita familiare e professionale, ecco che mi piazza un diretto &#8220;ma l&#8217;hai visto lo spot di PittaRosso (video allegato)? non pensi sia il caso di scriverci qualcosa?&#8221;. Ed io, dall&#8217;alto del mio piedistallo di spocchia, con tutta la sufficienza del caso, che le rispondo lapidario &#8220;ma è così brutto, a chi vuoi che interessi?&#8221;. A chiunque, tranne che a me, mi verrebbe adesso da aggiungere, visto che dopo Suor Cristina e Conchita Wurst (personaggi di cui, per fortuna, mi sono occupato con una discreta tempestività) è forse il terzo fenomeno più commentato, scandagliato, preso di mira dall&#8217;intero e cattivissimo popolo della rete. Che, giustamente, ne ha fatto l&#8217;emblema della pressappocaggine e della più ripugnante banalità oggigiorno imperante sui nostri media. Che, a ragione, ne ha sottolineato, colpito, demolito quella sciatteria di realizzazione, la totale ed evidente mancanza di una trovata di base, l&#8217;incomprensibilità di quell&#8217;odiosa musichetta martellante su cui allestire l&#8217;insulso ballettino, una marcia zoppa e disarticolata, evocazione pessima dei famosi e già imitatissimi passi degli All Blacks. Che, come prevedibile, si è più volte interrogato sulla presenza di un volto noto come la Ventura e sulle oscure ragioni che l&#8217;avranno spinta a metterci la faccia (soldi? una fornitura vitalizia di scarpe? una scommessa persa?), sull&#8217;ambiguità di quella frase &#8220;te lo dice la Simona in rosso&#8221; pronunciata però in abito candido (errore? furbizia? budget esaurito?), sul disastroso risultato finale, di un orrore epocale, difficile da dimenticare. Elevandolo, al contempo, come ineguagliabile termine e idolo assoluto della bruttezza contemporanea, un&#8217;apologia della sconclusionatezza e del mal riuscito che si trasforma, a tutti gli effetti e suo malgrado, in un clamoroso successo. Bersagliato, scimmiottato e cliccatissimo. Con il reale rischio di ritrovare, fra venticinque anni, ancora qualcuno disposto a prenderne nuovamente ispirazione per l&#8217;ennesima, avvilente, parodia.</p>
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		<title>Gentilezza a casaccio</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Apr 2014 08:54:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[▶ &#8220;Unsung Hero&#8221; (Official HD) : TVC Thai Life Insurance 2014 : โฆษณาไทยประกันชีวิต 2557 &#8211; YouTube. Se la cattiveria avesse un regno, questo sarebbe senza dubbio il sovraffollato e crudele impero di internet. E&#8217; in rete infatti che, a dispetto &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=2837">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=uaWA2GbcnJU">▶ &#8220;Unsung Hero&#8221; (Official HD) : TVC Thai Life Insurance 2014 : โฆษณาไทยประกันชีวิต 2557 &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="601" height="392" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/uaWA2GbcnJU" /><embed width="601" height="392" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/uaWA2GbcnJU" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Se la cattiveria avesse un regno, questo sarebbe senza dubbio il sovraffollato e crudele impero di internet. E&#8217; in rete infatti che, a dispetto di una educazione basilare (più o meno) ricevuta da tutti e del necessario rispetto per le principali norme di una civile convivenza, materiale in teoria da maneggiare quotidianamente, ci trasformiamo al contrario in esseri sgarbati, rozzi, dediti a una violenza e ad un&#8217;aggressività verbale a cui di rado ricorriamo invece nella vita reale. Trincerati dietro i nostri pc, armati solo di sarcasmo e tastiera, sicuri soprattutto che una discussione o un diverbio online non possano (almeno sul momento) degenerare in uno scontro fisico, in cui forse avremmo la peggio, ci lanciamo in commenti perfidi, affermazioni offensive e inopportune, frasi ciniche e di dubbio gusto, come se il loro concretizzarsi solo su uno schermo potesse in qualche modo attutirne la gravità dei contenuti. L&#8217;esempio più calzante sono ovviamente i social network: sempre più stressati, frustrati, inaspriti da un tran tran che non offre le medesime e quasi catartiche occasioni di sfogo, ecco che riempiamo i nostri spazi sul web di tutto ciò che vorremmo dire ma che forse, non saremmo mai davvero in grado di pronunciare in pubblico, in fondo anche perché unicamente la rete riesce darci l&#8217;illusione di possedere un nostro, fedele e ammirato, pubblico da deliziare, per quanto solo virtuale. Scommetto che anche voi infatti vi ritroverete spesso con la home di Facebook letteralmente sommersa dai post di quell&#8217;amico/a che non fa che lagnarsi di continuo e soprattutto minacciare botte a chicchessia, quando poi, nella vita di tutti i giorni, è la persona più mansueta o innocua che conosciate, incapace perfino di una qualsiasi risposta maleducata. Oppure vi sarà successo, come a me, di seguire questa o quella &#8220;twistar&#8221; perché in grado di condensare delle originali perle di perfidia in soli 140 caratteri, e poi sentirla intervistata in tv riuscire a balbettare solo delle banalissime e insulse risposte, con il sospetto crescente che il proprio account Twitter sia stato dato in affidamento a qualcun altro forse più in gamba. Fatto sta che la maggior parte degli interventi sul web si contraddistinguono, riscuotendo dovunque il proprio successo, per una maggiore scorrettezza di contenuti, per i toni fortemente polemici o battaglieri, per un piglio rabbioso che talvolta poi non possiede neppure la più pallida ombra di equivalenza nella vita reale. Succede anche che, paradossalmente, il curioso popolo di internet, lo stesso che si esprime nella maggior parte dei casi con un humour tagliente e feroce, si trasformi invece d&#8217;un tratto nella quintessenza della sensibilità, rivelando al contrario un cuore tenero, una dolcezza inimmaginabile e quasi stucchevole. Ecco dunque fioccare e moltiplicarsi gli appelli di stampo animalista (solo in questi giorni qualche migliaio quelli per la salvaguardia degli agnelli di Pasqua), le onnipresenti clip e immagini di cagnolini e gattini dal musetto simpatico che spingerebbero anche un eremita convinto alla compagnia di un animale domestico, e ancora accorati appelli alla solidarietà per bambini sofferenti (di cui si diffondono le storie personali sin nei dettagli), per reparti ospedalieri, associazioni umanitarie, in un guazzabuglio di foto, video e commenti in cui poter ogni volta trovare di sicuro parole del tipo &#8220;toccante&#8221;, &#8220;commovente&#8221; &#8220;ho pianto per settimane&#8221;. Di recente è stato lo spot <em>Unsung Hero</em> <em></em>(video allegato), prodotto e realizzato dalla compagnia di assicurazioni thailandese <em>Thai Life Insurance </em>ad aver catalizzato l&#8217;attenzione dei navigatori sul web, superando le 10 milioni di visualizzazioni e diventando così piccolo caso internazionale, grazie a un messaggio diretto ed inequivocabile: si può essere generosi, altruisti, disponibili senza necessariamente aspettarsi qualcosa in cambio. La gentilezza fine a se stessa, senza la certezza di future lodi o ricompense, può essere ugualmente appagante. La condivisione in rete dello spot è stata, naturalmente, altissima. La sua messa in pratica, come prevedibile, al momento, molto, molto meno.</p>
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		<title>(Troppo?) Sexy Bar</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Apr 2014 10:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hoodies &#8211; Bar Refaeli // הודיס // בר רפאלי ורדבנד ***הגירסה המלאה והלא מצונזרת &#8211; YouTube. &#8220;Io no, non potrei mai! Avrei tutti i capelli in disordine!&#8221; mi urla nell&#8217;orecchio una simpaticissima amica di amici, di cui, spiacente, non ricordo &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=2753">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=8r-ERs-79ow">Hoodies &#8211; Bar Refaeli // הודיס // בר רפאלי ורדבנד ***הגירסה המלאה והלא מצונזרת &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="593" height="406" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/8r-ERs-79ow" /><embed width="593" height="406" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/8r-ERs-79ow" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Io no, non potrei mai! Avrei tutti i capelli in disordine!&#8221; mi urla nell&#8217;orecchio una simpaticissima amica di amici, di cui, spiacente, non ricordo neanche il nome, mentre il fastidioso volume della musica martellante selezionata (a caso?) dal dj nel locale mi impedisce di proseguire più tranquillamente la nostra conversazione. Il tutto nonostante fossimo proprio l&#8217;uno accanto all&#8217;altra, poche sere fa, in uno di quei rari momenti in cui ti senti così predisposto alla sociabilità da diventare, quasi subito, non solo il migliore amico degli amici di amici, ma il migliore amico di qualsiasi persona o cosa ti graviti intorno in quel preciso istante, direi il miglior amico dell&#8217;universo in generale. &#8220;E tu?&#8221; ritenta imperterrita la fanciulla, per nulla scoraggiata dal chiasso infernale di tutta la folla lì presente e ballonzolante al ritmo di una qualche hit a me sconosciuta, &#8220;Neanch&#8217;io, credo!&#8221; le rispondo, a gran voce, &#8220;ma non esattamente per lo stesso motivo!&#8221;. Il nostro allegro scambio di opinioni, tra l&#8217;incomprensibile e il surreale, era in realtà partito dalla richiesta della mia nuova conoscenza (devo farmi ridire il suo nome, prima o poi) che suonava più o meno &#8220;ci facciamo una foto insieme, così poi la condivido?&#8221;, a cui avevo immediatamente risposto, fermo e cordiale come al solito &#8220;ma non ci penso proprio!&#8221;, e lei, di nuovo, &#8220;eddai, mica la pubblico con l&#8217;# (leggasi hashtag) <em>aftersex</em>!&#8221;. Che cosa? &#8220;Davvero non ne hai mai sentito parlare?&#8221;, mi domanda quindi, e a quel punto, solleticata di brutto la mia curiosità, tento di ottenere da lei le prime informazioni necessarie per il post che state appunto leggendo. Se siete su Instagram, applicazione nata per ritoccare le immagini scattate col cellulare, poi divenuta un social network a tutti gli effetti, probabilmente vi sarete resi conto ben prima di me, della crescente popolarità dell&#8217;hashtag (cioè l&#8217;asterisco &#8220;#&#8221; usato per introdurre e radunare i grandi temi, come su Twitter, in cui è suddiviso il vario materiale pubblicato) <em>aftersex</em>. Che altro poi non sarebbe che l&#8217;evoluzione naturale dell&#8217;onnipresente e narcisitica manìa del <em>selfie</em>, il passo successivo cioè alla frivola e imperante moda dell&#8217;autoscatto, il quale questa volta andrebbe però realizzato necessariamente in coppia, dopo un romantico (forse) e/o soddisfacente (spero) rapporto sessuale. In altre parole gli amanti di ultima generazione, quelli cioè cresciuti soprattutto a pane e tecnologia, preferirebbero di gran lunga, dopo le fatiche dell&#8217;amplesso, al posto della più classica sigaretta, di dolci coccole o della lusinghiera richiesta di un bis (o talvolta, del necessario sonnellino ristoratore) ricorrere invece velocemente alla fotocamera del telefonino, per immortalarsi proprio nel relax dei minuti post-orgasmici, al fine di condividere poi, universalmente, l&#8217;intimo e inequivocabile scatto (<a href="http://www.repubblica.it/esteri/2014/04/02/foto/lo_scatto_dopo_il_sesso_su_instagram_aftersex-82560967/1/#1">http://www.repubblica.it/esteri/2014/04/02/foto/lo_scatto_dopo_il_sesso_su_instagram_aftersex-82560967/1/#1</a>). Adesso, per quanto liberi tutti di disporre e di servirci delle nostre immagini come meglio riteniamo, rendiamoci conto che, se la smania di esserci e di apparire sembri sempre contare, in maniera preoccupante, molto più della stessa privacy, anche a un più semplice livello estetico, non si tratta proprio di attimi in cui il nostro aspetto è al massimo della forma. Voglio dire, sarà spesso piacevole, talvolta fantastico, perfino indimenticabile, ma il sesso, lì per lì, non abbellisce le fattezze di nessuno, anzi: e se vi occorresse ancora un esempio in tal senso, vi basti osservare la locandina dell&#8217;ultimo, scandaloso film di Lars Von Trier, <em>Nymphomaniac</em>, in cui anche i volti noti di fior di attori e sex &#8211; symbol (figuriamoci quelli di noi comuni mortali) sono trasfigurati dal piacere fisico in sgradevoli smorfie di lussuria. Ma come spesso accade, non è sempre il buongusto a decretare il successo o meno di una moda collettiva: ne sa qualcosa l&#8217;israeliana Bar Refaeli, top model famosa soprattutto per una passata e turbolenta relazione con Leonardo di Caprio, adesso protagonista, al fianco di un pupazzone color violaceo &#8211; cianotico, simile ai più celebri Muppet, di uno spot per intimo maschile, che sembra proprio cavalcare l&#8217;onda scandalosa dell&#8217;aftersex (video allegato). Con la differenza che la sensuale e biondissima Bar, che compare nel minuto scarso del medesimo video addirittura &#8220;triplicata&#8221; per soddisfare i sogni erotici del buffo compagno, si è vista coinvolgere nell&#8217;accusa di sconvenienza piovuta sullo stesso spot, il quale difatti può essere trasmesso, in Israele, soltanto in tarda serata, dopo le 22. Mentre, i risultati meno ironici, più trash, per non dire tragicomici, di certi scatti amatoriali presenti sui social, non sembrano al momento conoscere censure, né di orario, né di mezzo: e se non fosse per l&#8217;innegabile aspetto democratico del web, a cui siamo tanto riconoscenti, ci verrebbe da aggiungere purtroppo.</p>
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		<title>Assenza mezza bellezza!</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Mar 2014 11:29:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Oscar]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=AXCq07X8oro">Spot 30&#8243; di Poltronesofà con Sabrina Ferilli &#8211; YouTube</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><object width="584" height="392" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/AXCq07X8oro" /><embed width="584" height="392" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/AXCq07X8oro" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Questa, con ogni probabilità, sarà la recensione peggiore che vi capiterà di leggere su di una pellicola meritevole in realtà di pareri ben più illustri ed autorevoli, i quali ovviamente, si sono già scomodati al riguardo, non sempre in maniera tenera né unanime a dirla tutta. Ma si sa, i critici, quelli veri, devono per forza (o forse per contratto) sputare un po&#8217; di veleno, pena non essere considerati dei seri professionisti. La differenza (e il vantaggio) nell&#8217;aggiungere qui anche la mia bislacca opinione all&#8217;oceano di reazioni, forse spropositate, che &#8220;La grande bellezza&#8221; di Paolo Sorrentino &#8211; da pochi giorni premio Oscar come miglior film straniero &#8211; ha incredibilmente sollevato, sta nel ribadire, nel caso ce ne fosse bisogno, la natura tutt&#8217;altro che prestigiosa e competente di questo spazio, così come la già declarata frivolezza dell&#8217;autore e la sua colossale (e vergogonosa) ignoranza in materia di cinema. Premesso che non oserei mai addentrarmi nel merito della recente vittoria agli Academy Awards (evidentemente se una giuria di esperti l&#8217;ha decretata, aggiungendolo alla breve lista degli italiani premiati con lo stessi riconoscimento nel tempo, si tratta senza dubbio di un film di qualità, e dovremmo rallegrarcene tutti) l&#8217;avevo già pregustato lo scorso anno al cinema, incuriosito dai commenti contraddittori e dalla critica nettamente divisa in due sul valore stesso dell&#8217;opera di Sorrentino. E ne ero uscito un po&#8217; frastornato: né entusiasta, né disgustato, avevo piuttosto apprezzato l&#8217;inizio energico e roboante, l&#8217;abbagliante minuzia della fotografia, lo sviluppo della storia fin verso la metà, per poi clamorosamente smarrirmi (e a tratti annoiarmi) nella seconda parte. Insomma, l&#8217;avevo liquidato in fretta con un &#8220;Ni. Sì, cioè, forse interessante. Ma non credo di averlo capito del tutto&#8221;. Perché può succedere che una pellicola non ci seduca fino in fondo, o non arrivi a convincerci, ma dovrebbe anche sorgerci il legittimo dubbio che forse non siamo in grado di comprenderla davvero, di coglierne ogni spunto o riferimento, di riconoscerne eventuali citazioni o rimandi. Ma, al solito, è sempre più rapido, comodo, diffuso dar luogo a commenti feroci, come abbiamo visto questi giorni, da esperti improvvisati, che riuscire a fare, talvolta, della sana autocritica. Poi, finalmente, a poca distanza dagli Oscar, la messa in onda de &#8220;La grande bellezza&#8221; in tv, e anche io, che ormai non festeggio più martedì grasso da quando a diciotto anni ammutolii un&#8217;intera discoteca, travestito da ballerina di charleston, come milioni di italiani decido di rimanere a casa per riguardarlo con maggiore e necessario scrupolo.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui la prima sorpresa. Perché non lo ricordavo. O meglio, avevo rimosso tutta la lungaggine della vicenda finale, quella della &#8220;Santa&#8221; e delle presenze inquietanti che le ruotano attorno, compresi i fenicotteri, di cui ancora mi sfugge il profondo significato (nel caso ce ne sia uno!). Ed il motivo era che mentre il film continuava a scorrere, io mi ero fermato a rimuginare sull&#8217;improvvisa, frettolosa e in parte ingiustificata scomparsa del personaggio più accattivante, struggente, vero, dell&#8217;intera storia, quello della spogliarellista Ramona/Sabrina Ferilli. Che in mezzo alla ripugnante antipatia <em>radical chic</em> degli altri ruoli e al restante contorno di squallore mondano, aveva finalmente introdotto una nota di calda umanità, velata di una malinconia fragile e decadente, con cui risultava impossibile non simpatizzare all&#8217;istante. Considerato poi che non si tratta in questo caso della Ferilli popolana ma gioiosa vista in tanti spot (video allegato) o quella in versione sexy e un tantinello <em>trash</em> del famoso <em>strip</em> per lo scudetto della Roma e dei fortunati calendari, ma di una raffinata quanto toccante prova da attrice di sorprendente talento. Ho perfino pensato che l&#8217;inspiegabile morte di Ramona/Sabrina nella trama, che piomba sugli spettatori senza un chiarimento sul suo tragico destino, inserendo magari un fotogramma con una stanza di ospedale o una lapide, che so, anche con una sola lacrima versata da chicchessia, fosse in realtà dovuta a una lite burrascosa con il regista durante la lavorazione del film, che è arrivato così a farla fuori all&#8217;improvviso. Ipotesi che sono tornato a prendere in considerazione vista la sua discutibile assenza, lamentata su tanta stampa dalla stessa Ferilli, alla citata notte degli Oscar (<a href="http://qn.quotidiano.net/spettacoli/cinema/2014/03/03/1033994-oscar-grande-bellezza-ferilli.shtml">http://qn.quotidiano.net/spettacoli/cinema/2014/03/03/1033994-oscar-grande-bellezza-ferilli.shtml</a>). Perché io, Sabrina, alla cerimonia di consegna dell&#8217;ambita statuetta, l&#8217;avrei senz&#8217;altro portata. Primo, per dimostrare agli americani che oltre Sofia Loren (chiamata infatti quindici anni fa per la premiazione di Roberto Benigni) forse qualche altra valida maggiorata nel cinema ce l&#8217;abbiamo ancora. Ma soprattutto perché se &#8220;La grande bellezza&#8221; di cui si parla è chiaramente e volutamente assente in tutto il film di Sorrentino, alla Ferilli va riconosciuto il merito di incarnarne quel poco che c&#8217;è e per cui varrebbe la pena guardarlo.</p>
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