<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title> &#187; racconto</title>
	<atom:link href="https://www.tempiguasti.it/?feed=rss2&#038;tag=racconto" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.tempiguasti.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 23 Oct 2020 23:35:24 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=3.6.1</generator>
		<item>
		<title>Just me and you&#8230;</title>
		<link>https://www.tempiguasti.it/?p=4557</link>
		<comments>https://www.tempiguasti.it/?p=4557#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 26 Jun 2016 15:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da leggere]]></category>
		<category><![CDATA[liste]]></category>
		<category><![CDATA[manie]]></category>
		<category><![CDATA[passato]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.tempiguasti.it/?p=4557</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Vuoi che ti passi dell&#8217;insalata?&#8221; &#8220;No, grazie, non mangio cibi verdi!&#8221; &#8220;Davvero? Ma pensa, neanch&#8217;io!&#8221;. Ero incredulo, quasi sconvolto, soprattutto sollevato. Ho perfino provato forte il desiderio di tuffarmi al di là del tavolo dove era seduta anche lei, durante &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4557">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;Vuoi che ti passi dell&#8217;insalata?&#8221; &#8220;No, grazie, non mangio cibi verdi!&#8221; &#8220;Davvero? Ma pensa, neanch&#8217;io!&#8221;. Ero incredulo, quasi sconvolto, soprattutto sollevato. Ho perfino provato forte il desiderio di tuffarmi al di là del tavolo dove era seduta anche lei, durante un pranzo fra colleghi, solo per abbracciarla, manifestarle tutta l&#8217;improvvisa e sconquassante gioia per la fine dell&#8217;attesa pluridecennale di un altro essere umano che pronunciasse quelle stesse, fatidiche parole, esultare in pubblico per il piacevole e inaspettato conforto dovuto alla speranza colmata di ritrovare nei gusti altrui la mia identica e forse un po&#8217; bizzarra consuetudine, universalmente considerata dal 99% degli abitanti del pianeta una stramba e capricciosa rarità. &#8220;E le zucchine?&#8221; &#8220;Dipende da come sono cucinate, ma in genere non mi fanno impazzire&#8221; &#8220;Uguale! E il radicchio?&#8221; &#8220;No, ma scherzi? Non sarà verde ma ha quella consistenza lì&#8221; abbiamo proseguito nella nostra trascinante ed empatica conversazione, probabilmente suonata un tantinello surreale alle orecchie degli altri presenti, quanto così familiare e gradevolmente prevedibile per me, ipnotizzato com&#8217;ero dai suoi racconti su lattuga, spinaci o broccoli, talmente sovrapponibili ai miei stessi aneddoti sull&#8217;argomento, da darmi quella gratificante sensazione di riascoltare la melodia di una vecchia canzone imparata un tempo a memoria e mai più sentita per anni. Perché se si è speso inutilmente più dei due terzi della propria esistenza per convincere parenti e amici della fondatezza di quella tua, chiamiamola così, irragionevole repulsione, oltre a tutta la propria infanzia a buttar giù bocconi interi di bietole o cavolfiori da non sfiorare mai neppure con lingua e denti, stufo di esser sempre additato come l&#8217;ospite esigente e incontentabile, quello che puntuale, dopo ogni invito a cena, riceve la solita telefonata del tipo &#8220;ma neanche i carciofi mangi? e gli asparagi? allora cosa posso cucinarti?&#8221;, incontrare la comprensione e la solidarietà di un&#8217;altra creatura affetta dalla stessa, forse rara ma comunque esistente, abitudine, equivale a un impagabile attestato di appartenenza ad una delle tante schiere imperfette dell&#8217;umanità. E visto che abbiamo tutto da guadagnare dal condividere o dal riscontrare nel prossimo le nostre stesse vulnerabili pecche o le nostre più illogiche manie o consuetudini, anche solo per non sentirsi isolati da una muraglia di singolari usanze erroneamente ritenute fuori dal comune, vi invito, come faccio io di seguito, ad uscire allo scoperto e a raccontare qui tranquillamente tutte le vostre stranezze, con la concreta possibilità che appartengano anche all&#8217;insensato repertorio di comportamenti e di azioni bislacche di qualcun altro, fino adesso mai purtroppo incontrato. Ecco le mie:</p>
<p style="text-align: justify;">- I barattoli della cucina (caffé, zucchero, sale, etc) devono essere, sui miei scaffali, sempre pieni fino all&#8217;orlo. Già se scendono sotto la metà del proprio contenuto vanno riempiti (meno non se ne parla proprio). E per evitare il rischio del ricambio costante della parte superficiale a discapito di un fondiccio ristagnante a lungo, svuoto con cura ciascun barattolo, lo riempio per circa metà dell&#8217;altezza direttamente dalla confezione, per poi riversare di nuovo lì sopra il contenuto tolto poco prima. Almeno un paio di volte a settimana.</p>
<p style="text-align: justify;">- Il volume della tv, dell&#8217;autoradio, dello smartphone, di qualsiasi altro diabolico congegno atto a riprodurre suoni deve segnare sempre, e dico sempre, un numero pari, mai dispari. Stessa cosa vale per tutte le mie sveglie: mai potrei sintonizzarle, che so, alle 7.37. Più difficile semmai estendere la stessa discutibile mania agli orologi comuni: voglio dire, se quel minuto è dispari, è dispari. Allora lo fisso a lungo, finché non diventa pari. Poi sto meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">- Gli acquisti da porre sul <em>tapis &#8211; roulant</em> di una cassa in qualsiasi negozio non saranno mai buttati lì in ordine sparso o, peggio ancora, messi a casaccio, sbilenchi, a formare torri pericolanti di spese da imbustare, ma posti ordinatamente in maniera perpendicolare gli uni agli altri. Come in una sorta di <em>Tetris</em> tridimensionale, le cui pedine sono però scatole di scarpe in saldo, pezzi di mobili impronunciabili dell&#8217;Ikea o confezioni d&#8217;acqua lievemente gassata. Indicibile è la vastità di espressioni sgomente da parte delle commesse avvistate negli anni.</p>
<p style="text-align: justify;">- Il mio oculista di fiducia ormai se n&#8217;è fatto una ragione e mi fissa direttamente l&#8217;appuntamento annuale di controllo verso le 6 del pomeriggio, l&#8217;ultimo della giornata. Perché tanto prima delle 8 non uscirà di lì: di sicuro gli ci vorranno quelle due ore anche solo per potersi avvicinarsi alle mie pupille, pensiero che a rievocare anche adesso mi provoca sudarelle fredde e nausea. Ebbene sì, più di ogni altra cosa al mondo mi terrorizzano le visite agli occhi: in compenso non batto ciglio di fronte al dentista, sulla cui poltrona riesco spesso ad addormentarmi. Qualcun altro può vantarsi di fare altrettanto?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.tempiguasti.it/?feed=rss2&#038;p=4557</wfw:commentRss>
		<slash:comments>10</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Will you remember?</title>
		<link>https://www.tempiguasti.it/?p=4476</link>
		<comments>https://www.tempiguasti.it/?p=4476#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 10 May 2016 16:10:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da leggere]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[dettagli]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[ricordo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.tempiguasti.it/?p=4476</guid>
		<description><![CDATA[Di quella prima presentazione ufficiale ricordo tutto, o quasi. La sua stretta di mano accogliente e vigorosa, l&#8217;accento emerso in alcune parole che tradiva inconfondibili origini campane, un piccolo tatuaggio floreale poggiato sul braccio destro, la t &#8211; shirt grigia &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4476">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di quella prima presentazione ufficiale ricordo tutto, o quasi. La sua stretta di mano accogliente e vigorosa, l&#8217;accento emerso in alcune parole che tradiva inconfondibili origini campane, un piccolo tatuaggio floreale poggiato sul braccio destro, la t &#8211; shirt grigia forse azzardata per la giornata pienamente primaverile solo sul calendario. E poi quel gentile ribadire l&#8217;offerta di un caffé, le confidenze preoccupate sul crescere veloce dei suoi figli, il malcelato e giustificabile orgoglio per i loro risultati scolastici, alcuni brevi aneddoti perfino troppo personali per essere condivisi con chi, come me, si conosce da soli tre minuti, ma dovuti, credo, al suo percepire il lieve disagio che mi coglie quando entro in un posto nuovo per la prima volta. Era soprattutto il suo viso quasi pittoresco a darmi da pensare, non direi esattamente familiare ma, di certo, già incontrato altrove, così come il suono della sua voce che a poco a poco cominciava a risultare meno sconosciuto alle mie orecchie: sì, l&#8217;avevo sicuramente già sentita, avevamo già parlato, forse ad una cena, forse ad una festa di compleanno, anni prima. &#8220;Ho incontrato un architetto oggi per lavoro&#8221;, racconto appena tornato a casa al mio amore, che, data la metà della sua esistenza al mio fianco e il 90% di una (moderata) vita mondana in comune, può venire incontro alla mia memoria in genere affidabile, quel giorno un tantinello zoppicante. &#8220;Sono però sicuro che l&#8217;avessi già visto, mi aiuti a ricordare dove?&#8221;, ed ecco così fioccare la sua risposta semplice, da persona pratica, che sa puntare dritto al sodo &#8220;Va bene, come si chiama?&#8221;. Boh. Il nome? Rimosso: niente, vuoto, nada de nada, completamente azzerato, in testa neanche il più banale appiglio, che so, una sola lettera o anche una vaga idea sulla sua lunghezza, che potessero far scattare d&#8217;un tratto un&#8217;associazione o un&#8217;illuminazione improvvisa in me, perso nel frattempo in quell&#8217;infinito e sconfortante ventaglio di possibilità anagrafiche esistente fra Leo e Gianmassimiliano.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Tu registri soprattutto i dettagli&#8221; mi fa notare, qualche sera prima, la mia amica Chiara, raggiunta per un aperitivo fra ex &#8211; colleghi che abbiamo tentato di organizzare per mesi per poi ritrovarci in quattro (simpatici) gatti, a far quattro (piacevoli) chiacchiere, davanti a quattro (buonissime) birre. &#8220;Per esempio, cosa ti ha distratto adesso?&#8221; insiste, sottolineando il mio vagare altrove con lo sguardo, ed io &#8220;Lo so, stavi parlando, ma c&#8217;è quella tizia davanti a noi che si è inerpicata su dei tacchi esagerati e non ci sa proprio camminare, non vedi come si appoggia alle sue amiche?&#8221; &#8220;Non c&#8217;avrei mai fatto caso!&#8221; conlcude lei sorridendo. E se avesse semplicemente ragione? Se il mio cervello fosse davvero strutturato per assorbire e catturare solo tonnellate di particolari superflui o di sottigliezze trascurando invece tante altre informazioni che mi tornerebbero più utili o che si potrebbero rivelare necessarie o fondamentali? E&#8217; ciò che mi succede, ad esempio, con i miei, oltre duecento, variopinti studenti di moda, di cui mi è impossibile ricordare tutti i nomi o le singole storie (o anche solo il rendimento), ma che ho ben immagazzinato mentalmente, ripescandoli all&#8217;occorrenza nella testa come &#8220;quello con i lobi forati da tribù amazzonica&#8221;, &#8220;quella con gli occhiali dalla grande montatura nera (che, quando toglie, non riconosco mai)&#8221;, &#8220;quello che alla visita al museo indossava gli scarponcini rosso fuoco&#8221; o &#8220;quella che non ha mai i capelli dello stesso colore dell&#8217;ultima volta o di un solo colore&#8221;. Perché poi, il timore, è purtroppo quello di smarrire per sempre, negli oscuri meandri della memoria, fatti, persone, episodi, che a distanza di tempo sarebbe invece comodo o interessante poter riuscire a rievocare o a riutilzzare, proprio come le circostanze e le esperienze, oggi dannatamente fumose, a cui mi è capitato, per caso, di ripensare in questi giorni e che vado qui ad elencare:</p>
<p style="text-align: justify;">- La storia romana, che avevo studiato a fondo per un esame di archeologia e che sono costretto in questi giorni a ripassare per un progetto di lavoro, di cui però sembro aver cancellato ogni minima traccia. Ricordo bene il professore (no, il nome no, figuriamoci), i suoi buffi occhiali con una lente incrinata e malamente rattoppata con lo scotch e il lieve terremoto che ci colpì durante una sua lezione, fra il panico generale e il suo improvviso mutismo.</p>
<p style="text-align: justify;">- Il metodo per fare i calcoli a mano che mi aveva insegnato mia nonna Rina, che ho sognato poche sere fa, e che non metteva in colonna le singole cifre ma riusciva comunque a sbrigare i conti su un foglietto di carta su cui annotava per esteso i numeri. Io ho riprovato proprio ieri a fare una divisione a due cifre, senza calcolatrice, e non sono andato più in là di uno sbilenco incasellamento (programma di terza elementare, credo).</p>
<p style="text-align: justify;">- La ricetta originale del <em>sashimi </em>cucinatomi anni fa a Dublino dal mio amico giapponese Seiichi, che oggi non riuscirei ad eseguire senza ricorrere ad un <em>tutorial</em> ma che avrei potuto memorizzare rubando allora con gli occhi ogni suo gesto. Mentre ricordo solo il suo lento portare al naso gli ingredienti per valutarne la freschezza e il suo singolare quaderno illustrato di ricette, fatto di foto scattate a tavola e di pochi ideogrammi appuntati lì a fianco.</p>
<p style="text-align: justify;">- Le circostanze esatte in cui ho conosciuto le solite tre (sempre le stesse, poi) arcigne pseudocolleghe che incontro una o due volte all&#8217;anno ai soliti eventi e che continuano invece a ripresentarsi come se non ci fossimo mai visti prima. Perché è scocciante dire &#8220;Sì, ci conosciamo&#8221;, senza poter precisare l&#8217;occasione in cui il fatto è avvenuto. E anche perché mi pare inconcepibile che alcuni costanti dettagli, come la mia pelata, i miei occhialoni o il mio accento non vengano riconosciuti al volo&#8230;possibile?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.tempiguasti.it/?feed=rss2&#038;p=4476</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Così lontano, così vicino&#8230;</title>
		<link>https://www.tempiguasti.it/?p=4401</link>
		<comments>https://www.tempiguasti.it/?p=4401#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 24 Mar 2016 18:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da leggere]]></category>
		<category><![CDATA[attentato]]></category>
		<category><![CDATA[Bruxelles]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.tempiguasti.it/?p=4401</guid>
		<description><![CDATA[La prima cosa che ti sorprende in Elena è il suo spiccato e un po&#8217; cinico senso dell&#8217;umorismo, il tempismo perfetto delle sue battute taglienti, quell&#8217;ironia sottile e sferzante che solo le vere persone di spirito riescono, con leggerezza ed &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4401">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La prima cosa che ti sorprende in Elena è il suo spiccato e un po&#8217; cinico senso dell&#8217;umorismo, il tempismo perfetto delle sue battute taglienti, quell&#8217;ironia sottile e sferzante che solo le vere persone di spirito riescono, con leggerezza ed irresistibile efficacia, a rivolgere ugualmente a sé come agli altri. Una qualità rara ed apprezzabile che a prima vista sembra perfino cozzare con il suo aspetto discreto e sempre naturale, i capelli nerissimi ad incornicare lo sguardo vitale e liquido, la voce inaspettatamente acuta e melodiosa, un simpatico rossore ad invaderle il viso quando, suo malgrado, si trova all&#8217;improvviso al centro dell&#8217;attenzione. Evitando quei lunghi e complicati giri di parole necessari per descrivere la nostra semi-parentela (è la sorella del compagno di mia sorella), io ed Elena ci chiamiamo fra noi, più semplicemente, Brother e Sister, anzi, da cinque anni a questa parte, da quando condividiamo cioè la gioia (e talvolta il faticoso babysitteraggio) di una splendida nipote, Giulia, peperina e attaccabottoni con chicchessia, Elena è diventata per tutti (nostra nipote compresa) l&#8217;adorata e insostituibile &#8220;zia Sister&#8221;. Quella che, puntuale, ad ogni cena o compleanno in famiglia, prepara torte così golose ed esteticamente impeccabili che paiono appena uscite dal manuale di Nonna Papera, quella che mostra energia e pazienza smisurate di fronte ai giochi fantasiosi proposti da Giulia (come il suo preferito &#8220;la principessa e il popotamo&#8221;&#8230;indovinate il mio ruolo? Purtroppo no, non la principessa), quella che riesce a non perdere mai le staffe persino di fronte ai suoi inevitabili capricci a tavola o alla normalissima, infantile ed infinita ciclicità delle sue richieste di cinquenne (&#8220;giochiamo? perché? e adesso giochiamo?&#8221;). In Elena ho trovato una delle compagnie migliori per assistere ai concerti, perché entrambi detestiamo immersioni soffocanti nella folla, preferendo di gran lunga gustare lo spettacolo arretrati o in disparte (spesso vicino ai bagni) dove c&#8217;è tutto lo spazio per ballare, saltellare, azzardare coreografie tra le più improbabili, da eseguire al contrario con il necessario condimento di espressioni serie e impegnatissime. Di Elena apprezzo l&#8217;immediata sincerità di parere, il lessico ricco e minuzioso che emerge in discorsi talvolta venati di malinconia, la cultura sterminata in fatto di cinema, l&#8217;apertura e la curiosità in campo artistico, che le è costata più di una visita nel museo di moda con cui collaboro (e dove l&#8217;ultima volta l&#8217;ho sfinita con una digressione di mezz&#8217;ora sulla differenza tra jeans e denim) e un&#8217;originalissima serata in un&#8217;installazione all&#8217;aperto, un labirinto realizzato con sole balle di fieno, da cui siamo usciti dopo lungo tempo, con residui di paglia tra i capelli (i suoi) e sugli abiti (di entrambi), tra le risate, la stanchezza, la tentazione assecondata di scattarci un selfie (che non allego per motivi di decenza).</p>
<p style="text-align: justify;">Con Elena condivido anche la passione sconfinata per l&#8217;azzurro del mare ed i continui tentativi di incursione lavorativa nel campo del giornalismo, ma rispetto alla superficialità dei miei settori di competenza, abbigliamento e poco più, lei si è specializzata in un ramo ai miei occhi tra i più tosti e seri esistenti, quello delle relazioni internazionali, motivo del suo saluto, qualche mese fa, per andare a seguire un&#8217;interessante e indubbiamente gratificante opportunità di crescita professionale fuori dall&#8217;Italia: a Bruxelles. Venire a conoscenza dell&#8217;orrore e dell&#8217;insensata atrocità dei recenti attentati al riparo delle tue mura domestiche, in un altro paese, a contatto con le sole immagini e notizie terrificanti che a poco a poco arrivano a riempire lo schermo televisivo, provoca un senso di indicibile sgomento misto all&#8217;egoistico sollievo per la fortuna di trovarsi al momento altrove. Contemplare invece la possibilità che la furia assassina possa coinvolgere anche i tuoi affetti, insinuarsi così in qualche modo nella tua ben più tranquilla quotidianità per arrivare a stravolgerla, infilitrarsi tra le pieghe della tua stessa esistenza, ti costringe a fare i conti con una paura ancor più vera e paralizzante, con un dolore cieco, con un&#8217;angoscia implacabile e impotente che non credevi di poter mai provare per quelle stesse ragioni. La mattina degli attentati, tra la frammentarietà di notizie che giungevano dal Belgio, tra l&#8217;eco crescente dei nomi drammaticamente citati di posti che Elena ormai frequenta da qualche tempo (la stazione della metro di Maelbeek a due passi dal suo luogo di lavoro, il suo volo di ritorno fissato solo per il giorno seguente), è stato un continuo e sfibrante tam tam di messaggi, di aggiornamenti costanti sulle sue condizioni, un coro di rassicurazioni, a volte date sdrammatizzando, nascondendo, per quanto possibile, preoccupazione e nervosismo. Elena ieri è riuscita a tornare finalmente in Italia, dopo che un improvvisato e notturno viaggio in navetta di dieci ore giù per l&#8217;Europa ha rimpiazzato il suo volo cancellato, e abbiamo così potuto tutti alleggerire l&#8217;improvvisa e sgradita tensione di questi giorni riabbracciandola, compresa nostra nipote, che pur non sapendo niente dell&#8217;accaduto, non l&#8217;ha mollata, al solito, per un solo secondo. Elena soprattutto, in barba ad ogni più logica previsione e forse contro il comune buonsenso, ha deciso comunque di ripartire, fra pochi giorni, per il suo ultimo mese di impegni a Bruxelles: perché non piegarsi all&#8217;insensatezza di simili atrocità, rifiutarsi di cambiare una sola virgola delle nostre più semplici abitudini o decidere di godersi, nonostante tutto, quell&#8217;opportunità che ci siamo meritati è la risposta più giusta e coraggiosa che dobbiamo a noi stessi, tra la barbarie e la follia incomprensibile di questi, così tragici, momenti.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.tempiguasti.it/?feed=rss2&#038;p=4401</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ed io tra di voi&#8230;</title>
		<link>https://www.tempiguasti.it/?p=4334</link>
		<comments>https://www.tempiguasti.it/?p=4334#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 05 Feb 2016 22:32:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[moDa]]></category>
		<category><![CDATA[couture]]></category>
		<category><![CDATA[moda]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[sfilate]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.tempiguasti.it/?p=4334</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Ancora non hai scritto niente? Ma è finita quasi una settimana fa!&#8221; esordisce con tono severo il mio amore, durante la prima delle nostre innumerevoli e spesso improbabili conversazioni telefoniche quotidiane, rinunciando anche stavolta alla prevedibilità di un frasario minimo &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4334">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/02/20160131_112837-3.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4335" alt="20160131_112837 (3)" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/02/20160131_112837-3.jpg" width="2190" height="1337" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ancora non hai scritto niente? Ma è finita quasi una settimana fa!&#8221; esordisce con tono severo il mio amore, durante la prima delle nostre innumerevoli e spesso improbabili conversazioni telefoniche quotidiane, rinunciando anche stavolta alla prevedibilità di un frasario minimo che la natura del nostro rapporto invece richiederebbe (tipo &#8220;Ciao, come stai? Dove sei? &#8220;Quando torni?&#8221;, cose così). &#8220;Lo so, ma vedi, il lavoro, i viaggi, il tempo, la stanchezza&#8230;&#8221; tento di farfugliare io a mia discolpa, acciuffando le prime parole transitate in mente ad un orario che d&#8217;altronde ancora non mi permette di articolare frasi di maggior senso compiuto, &#8220;Niente scuse. Un vero <em>fashion blogger</em> non avrebbe tardato così tanto!&#8221;. Già, un &#8220;vero&#8221; <em>fashion blogger</em>, eccolo il punto. Una figura mediatica stuzzicante, forse, all&#8217;importanza odierna del cui ruolo, però, diciamocelo francamente, in fin dei conti non ho mai aspirato, perché ritenuta così lontana da me per indole, necessità di presenzialismo, vocazione alla stravaganza. Un&#8217;etichetta invece, di cui mi ritrovo, mio malgrado, rivestito, ad ogni appuntamento a cui accorro oltretutto volentieri data la natura delle mie competenze e delle mie collaborazioni (moda, costume e dintorni), ma che, in quanto autore di questo modesto spazio online finisce appunto con il relegarmi nel più vasto, variopinto e per me disagevole &#8220;calderone&#8221; dei <em>fashion blogger</em>. Come è successo di nuovo per l&#8217;ultima edizione di Altaroma, la tradizionale vetrina di <em>haute couture </em>nostrana, un concentrato di sfilate, eventi, presentazioni di moda che hanno animato per tre giorni, dal 29 al 31 Gennaio scorsi, soprattutto il volto post &#8211; industriale dell&#8217;Ex dogana ferroviaria di San Lorenzo: un palcoscenico coraggioso e azzeccato in cui ambientare gran parte della <em>kermesse</em> fino ad ampliarne il senso stesso, per porlo, anche visivamente, ben <em></em>oltre la Roma sfarzosa e barocca dei palazzi nobiliari, facendone a sorpresa una capitale che può e deve nutrirsi, anche nella moda, di sperimentazione e contemporaneità. Una scelta quella della <em>location</em>, inutile nasconderlo, che ha sollevato in corso più di un dubbio o malumore (&#8220;Sai dove siamo qui?&#8221; mi fa un collega di fronte a un caffè &#8220;Nel quartiere storico dei centri sociali, capisci? Hai provato a farti un giro intorno?&#8221;. Beh sì, l&#8217;ho fatto subito dopo, grazie del consiglio. Ma non mi sono imbattuto in nessun &#8220;pericolo comunista&#8221;, solo in viuzze ed edifici dal fascino decadente), ma che è apparsa quantomeno necessaria ad una manifestazione come Altaroma intenzionata a cambiar pelle e quindi sempre più focalizzata nella promozione di giovani talenti, forse altrove facilmente azzerati dall&#8217;ingombro di un&#8217;opulenza estetica poco in linea con le loro stesse ricerche nel campo.</p>
<p style="text-align: justify;">Di sicuro, di poco adatto all&#8217;intera situazione, c&#8217;era come al solito l&#8217;eccessivo rigore del mio look, (un paio di maglioncini del medesimo tono &#8220;ceruleo&#8221; da protagonista sfigata de <em>Il Diavolo veste Prada</em><em></em>, l&#8217;immancabile coppola di un brand <em>low &#8211; cost</em> da non sbandierare nell&#8217;etichetta per non turbare tutti gli altri presenti): pensiero condiviso perfino dai diversi addetti alla security o dalle solerti assistenti lì al lavoro che non perdevano occasione di intercettarmi ogni cinque metri per chiedermi di mostrar loro il pass nominativo con il regolare accredito, trattamento di rado visto riservato ai vari altri tizi che si aggiravano nei medesimi luoghi con gilet di paillettes, stivaletti tempestati di strass o cappellini svettanti di piume (l&#8217;esuberanza decorativa, si sa, viene sempre interpretata come la miglior garanzia di appartenenza al settore). A risollevarmi il morale ci hanno pensato, per fortuna, le interessanti intuizioni viste nelle varie collezioni, dalla raffinata disinvoltura di accostamenti cromatici e materici ad opera del duo creativo Greta Boldini, alla purezza scultorea delle borse di Avanblanc (degno di menzione anche il labirintico allestimento in legno studiato per l&#8217;intera sezione espositiva degli accessori), dai colletti e dai ricami di sapore surrealista audacemente poggiati sulle creazioni di Luca Sciascia, alla sfilata più sorprendente e innovativa, quella firmata dal giovanissimo Giuseppe di Morabito (nella foto), nuovo portavoce di una visione di stile senza dubbio coerente e quasi pittorica. Da segnalare, tra i nomi più accreditati, anche quello di Sabrina Persechino, per l&#8217;originale ispirazione alla figura mitologica di Aracne esplicitamente dichiarata nei suoi capi, tanto più effervescenti per il giorno, quanto più tradizionalmente austeri per la sera, nonostante gli studiati squarci di nudo ad infiammare la collezione e nonostante che dal posto assegnatomi, in linea del resto con la natura poco autorevole di questo blog, riuscissi a vedere per lo più l&#8217;acconciatura delle modelle e qualche schiena vip in prima fila (tra cui Tosca d&#8217;Aquino, la più elegante dell&#8217;intera <em>kermesse</em>, a mio modestissimo parere). Motivo per cui, nella mia prossima necessaria e stravagante tenuta da <em>fashion blogger</em>, prenderò forse di più in considerazione l&#8217;ipotesi di indossare un salvifico binocolo da opera che un qualche accessorio bizzarro, luccicante o ben identificabile da lontano.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.tempiguasti.it/?feed=rss2&#038;p=4334</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Corde autunnali&#8230;</title>
		<link>https://www.tempiguasti.it/?p=4184</link>
		<comments>https://www.tempiguasti.it/?p=4184#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2015 10:18:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da leggere]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[autunno]]></category>
		<category><![CDATA[liste]]></category>
		<category><![CDATA[propositi]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.tempiguasti.it/?p=4184</guid>
		<description><![CDATA[Michele ha poco più di quarant&#8217;anni, una buona percentuale di sangue partenopeo nelle vene, un&#8217;invidiabile cultura da autodidatta in filosofia e discipline orientali, quattro splendidi figli maschi dalla medesima corporatura sottile e longilinea e una compagna simpaticamente brontolona, da lui &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4184">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Michele ha poco più di quarant&#8217;anni, una buona percentuale di sangue partenopeo nelle vene, un&#8217;invidiabile cultura da autodidatta in filosofia e discipline orientali, quattro splendidi figli maschi dalla medesima corporatura sottile e longilinea e una compagna simpaticamente brontolona, da lui stesso talvolta ribattezzata Santippe, come la più nota moglie di Socrate. Per lavoro guida i mezzi pubblici, compreso il 28 che è un lungo mostro a due vetture snodabile nel centro, impossibile da manovrare con quella calma poi che a lui invece non sembra mai venir meno al volante neppure in mezzo al traffico più infernale, e quando capita che mi incroci per strada con il bus ecco che attacca a suonare il clacson in maniera insistente, affacciandosi contemporaneamente dal finestrino per urlarmi sempre qualcosa di cui negli istanti seguenti mi vergognerò tantissimo, una volta lì da solo sul marciapiede. Oppure, se riesco a beccarlo sulla linea che dal sovraffollato centro cittadino mi riaccompagna nella località piatta e semisperduta in cui vivo, rimango per tutto il viaggio in piedi accanto a lui, riempiendolo di chiacchiere in barba al divieto di non disturbare il conducente e agli sbuffi delle tante vecchiette timorose di saltare la propria fermata, stessa cosa che accade anche quando le nostre due dolci metà, colleghi di lavoro, nel passeggiare ci lasciano sempre una decina di metri indietro per aggiornarsi reciprocamente su vari gossip di persone a noi ignote, che loro riescono, non si sa come, ad individuare con semplici frasi del tipo &#8220;Hai saputo più niente di cosa, quella? Sì, brava, proprio lei!&#8221;. Proprio come l&#8217;altra sera quando, su di un Ponte Vecchio reso quasi impraticabile dalle decine di turisti che accerchiavano tutti esultanti un musicista di strada, Michele mi fa d&#8217;un tratto &#8220;Ah, mi sono iscritto in palestra ad un corso di <em>grappling</em>, hai presente?&#8221; &#8220;Certo che no!&#8221; &#8220;Conosci forse il <em>jiu jitsu </em>brasiliano, le <em>MMA</em>?&#8221; &#8220;Benissimo, guarda&#8230;ma no, di cosa diamine stiamo parlando?&#8221; &#8220;Vabbè, te la faccio semplice, è un tipo di lotta in cui devi costringere a terra l&#8217;avversario. La cosa interessante è che fa proprio per me, peccato averla scoperta un po&#8217; tardi!&#8221;. Adesso, al di là della mia plateale ignoranza in materia sportiva, fermo restando che non esista un limite temporale per seguire o assecondare una nuova passione o lo sbocciare di nuovo interesse, è pur vero che nessuno è eterno e tra le infinite possibilità quotidianamente alla nostra portata qualcosa tocca pur scegliere, escludendo magari in questo modo altre centinaia di attività o ambiti in cui potremmo comunque riuscire o che forse sarebbero addirittura i più vicini alle nostre reali corde. Motivo per cui, complice l&#8217;incalzare dell&#8217;autunno e della necessità di un minimo di riordino esistenziale, ho stilato un breve elenco delle strade da me nel tempo in qualche modo sfiorate e poi ignorate o abbandonate del tutto per pigrizia, distrazione, vigliaccheria, e che sarebbe invece il caso di ripercorrere prima o poi, se non altro per aver avuto allora la lieve percezione di poterle tranquillamente intraprendere, anche con un certo grado di soddisfazione:</p>
<p style="text-align: justify;">- imparare il portoghese, non dico alla perfezione, ma quel tanto che basterebbe a sostenere delle conversazioni comprensibili, perché potersi esprimere in altre lingue così come individuare punti di contatto con l&#8217;etimologia di tante parole l&#8217;ho sempre trovato esaltante e perché con Viviane, la mia amica brasiliana trasferitasi in Portogallo e conosciuta soltanto la scorsa estate ho intavolato, con il mio spagnolo scarso e qualche vago ricordo di latino, lunghe, pittoresche e talvolta improbabili chiacchierate.</p>
<p style="text-align: justify;">- fare di nuovo un viaggio con mia sorella, circostanza che non accade da venti anni esatti, all&#8217;epoca cioè della foto ancora oggi ben visibile in casa dei miei e che ci ritrae abbracciati sotto l&#8217;Eretteo sull&#8217;acropoli di Atene, lei allora bionda (in realtà castana), io con ridicola capigliatura scolpita dal gel (e ho detto tutto), perché, tranne il mio amore che quando si trova con me in vacanza non si ferma un secondo neanche se inchiodato al suolo, è l&#8217;unica persona che riesca a rispettare e a sostenere le mie sfiancanti tabelle di marcia.</p>
<p style="text-align: justify;">- tornare ad insegnare, anche se è un impegno foriero di incognite e di gigantesche e schiaccianti responsabilità, e anche se, probabilmente, in questa vita non vincerò mai il profondo disagio che mi suscita il sentirmi chiamare &#8220;profe&#8221;, perché un&#8217;ex-allieva incontrata per caso passeggiando per le vie di Trastevere nel venirmi incontro mi ha salutato amorevolmente come &#8220;quello a cui devo tutto&#8221;, esperienza senza dubbio tra le più gratificanti di tutta la mia intera esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">- riprendere a scrivere con più assiduità, qui sopra o anche altrove, perché per quanto il lavoro e gli appuntamenti quotidiani mi prendano gran parte delle energie e degli spazi vitali, alla fine la scrittura è forse la sola realtà in cui riesca a sentirmi comodo, e perché il buio delle serate autunnali tornerà ad ingolfarmi di pensieri la testa che devo poi necessariamente alleggerire per iscritto. Con l&#8217;approvazione, spero, di chi ancora vorrà seguirmi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.tempiguasti.it/?feed=rss2&#038;p=4184</wfw:commentRss>
		<slash:comments>10</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Birthday memories</title>
		<link>https://www.tempiguasti.it/?p=4155</link>
		<comments>https://www.tempiguasti.it/?p=4155#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2015 08:31:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da leggere]]></category>
		<category><![CDATA[compleanno]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[regalo]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.tempiguasti.it/?p=4155</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Se stavolta è un bastone per i selfie giuro che te lo spezzo sulla testa!&#8221; provo a minacciare, sopraffatto dalle risate, il mio amore, che fedele ad una lunga, personale quanto insana tradizione, allo scoccare puntuale della mezzanotte con cui &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4155">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;Se stavolta è un bastone per i selfie giuro che te lo spezzo sulla testa!&#8221; provo a minacciare, sopraffatto dalle risate, il mio amore, che fedele ad una lunga, personale quanto insana tradizione, allo scoccare puntuale della mezzanotte con cui si inaugura ogni mio sempre più detestato e inevitabile compleanno, possiede la simpatica abitudine di far sbucare dal nulla un piccolo pacchettino artigianale, pensiero apparentemente romantico, se non fosse che il regalo in questione consista in genere in un oggetto pressoché inutile, particolarmente kitsch, mirato insomma a sbeffeggiare le mie numerose manie o pecche, dall&#8217;innegabile vanità leonina (perché fa così comodo incolpare gli astri dei nostri difetti) ai milioni di miei giganteschi e inutili arrovellamenti sul tempo che passa. &#8220;No, non è per i selfie. Ma non ci sei andato lontano. Tanti auguri!&#8221;. E così, mentre nella testa cominciano a farsi spazio le solite, schiaccianti, inquietudini che mi accompagneranno di sicuro per tutta la giornata a venire (un altro anno? ancora? ma i 29 non li avevo già compiuti abbastanza?) mi ritrovo tra le mani come prima, inaspettata e non saprei dire quanto gradita sorpresa, un&#8217;asta telescopica con un minuscolo rastrello metallico fissato alla sommità, in altre parole un &#8220;grattaschiena&#8221;, attrezzo di cui ignoravo perfino l&#8217;esistenza, ma che immagino possa tornarmi utile visto che l&#8217;avanzare degli anni sottrae al corpo agilità ed elasticità muscolare. Ma sì, mi dico, forse ricorrere all&#8217;ironia rimane l&#8217;unico e più salutare metodo per fronteggiare i tormenti che tra poche ore mi assaliranno, quelli che immancabili si ripresenteranno insieme alle candeline da spegnere alla sola idea che anagraficamente starei quasi per rientrare nell&#8217;orribile definizione di &#8220;uomo di mezza età&#8221;, mentre il cervello e la maturità rimangono ahimé quelle di un teenager totalmente impermeabile allo scorrere serrato delle stagioni, e il fisico di recente alleggerito di otto chili comincia invece a mostrare sparsi qua e là piccoli cedimenti strutturali e una silhouette in qualche punto paragonabile a una borsa dell&#8217;acqua calda svuotata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti sforzi poi inutili, intendo quelli fatti per tornare un tantinello un po&#8217; più in forma, perlomeno agli occhi crudeli di mia sorella, che non contenta di aver pubblicato quel giorno sul mio profilo Facebook un vecchio scatto risalente addirittura al mio 5° compleanno, la cui pessima qualità fotografica lo renderebbe forse databile al tardo pleistocene o giù di lì, si è presentata alla cena greca per la mia festa con in dono una raffinata t &#8211; shirt rossa (questo glielo concediamo), dall&#8217;implacabile però dicitura XL ben visibile sull&#8217;etichetta (sgrunt), taglia per di più mai indossata neppure durante i momenti di maggiore dilatazione corporea decretati dalla bilancia e solo da poco superati. Altri momenti piacevoli o memorabili non sono comunque mancati: la quasi totalità della giornata trascorsa al lavoro, leggendo nelle pause un interessantissimo libro sulla body art che tento di portare avanti coprendo come posso, per non svenire, le immagini di artisti dediti a tagliuzzarsi con lamette, interrotta dal pranzo carinamente offertomi per l&#8217;occasione da una collega con cui non ho ancora la confidenza necessaria per confessarle lo sbaglio nello scegliere un&#8217;insalata di riso con troppi ingredienti verdi, che detesto (&#8220;Ma la rucola non la mangi?&#8221; &#8220;No, è che ho i denti radi, poi mi rimane in mezzo!&#8221;), e dalla pioggia incessante di auguri giunta via sms o Whatsapp, a cui ho provato a rispondere il più in fretta possibile sbagliando puntualmente in ogni messaggio parole o icone per deleterio intervento del suggeritore automatico (mi sono partiti in ordine un &#8220;grazie bara&#8221; invece di &#8220;cara&#8221; , un equivocabile &#8220;cicciolina&#8221; invece di &#8220;ciccia&#8221; e l&#8217;emoticon di una cacca al posto di una faccina con un bacio). Preso poi dallo slancio di mostrare la dovuta gratitudine a chi si fosse ricordato della mia festa, dedicandomi qualche minuto del suo tempo, ho anche replicato con un entusiasmo esagerato al &#8220;tanti auguri&#8221; di una mendicante incrociata per caso in strada, credendo lì per lì che fosse venuta in qualche modo a conoscenza del mio compleanno. Vabbé, dicono che ogni anno che passa sia comunque una conquista: la mia lucidità mentale non sembra essere troppo d&#8217;accordo.</p>
<p style="text-align: justify;">P.s. Il grattaschiena giace adesso sul mio comodino, in compagnia di un poggia-occhiali a forma di profilo umano, regalatomi il giorno seguente dalla mia collega Stella, che ha detto di averlo visto e pensato subito a me. In effetti, se si esclude il verde tiffany del materiale con cui è realizzato, dimensione e andatura discendente sono proprio identiche a quelle del mio naso. Comincio anche a pensare che abbia soffiato l&#8217;idea al mio amore per il suo pensiero del prossimo anno.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.tempiguasti.it/?feed=rss2&#038;p=4155</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>7 chili in&#8230;</title>
		<link>https://www.tempiguasti.it/?p=4120</link>
		<comments>https://www.tempiguasti.it/?p=4120#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2015 09:51:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da leggere]]></category>
		<category><![CDATA[consigli]]></category>
		<category><![CDATA[dieta]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.tempiguasti.it/?p=4120</guid>
		<description><![CDATA[&#8230;meno, innanzitutto, se proprio vogliamo cominciare puntualizzando il primo, vero, significativo traguardo faticosamente raggiunto in questo mio traballante e a tratti gratificante 2015. Ottenuto in tempi ovviamente più rilassati rispetto all&#8217;impossibile meta di 7 giorni, come prometteva il celebre film &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4120">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8230;meno, innanzitutto, se proprio vogliamo cominciare puntualizzando il primo, vero, significativo traguardo faticosamente raggiunto in questo mio traballante e a tratti gratificante 2015. Ottenuto in tempi ovviamente più rilassati rispetto all&#8217;impossibile meta di 7 giorni, come prometteva il celebre film degli anni &#8217;80 richiamato nel titolo di questo post, che mi è di certo arduo ricordare nei dettagli perché usciva nelle sale quasi in contemporanea alla mia venuta al mondo (avevo già confessato i miei 29 anni, giusto?). Dunque, dicevamo: fuori i primi 7 tenaci e odiosissimi chili di quei 10, poi divenuti 12, rapidamente accumulati nell&#8217;ultimo lustro e presto archiviati attorno al girovita come un antiestetico salvagente di ciccia, con la malvagia complicità di un indesiderato e persistente stress, di continui e gravosi scombussolamenti professionali e privati, della sottile e mai celata antipatia per il piccolo e scostante paesino in cui mi trovo a vivere, tutti fattori che hanno nel tempo contribuito a farmi preferire l&#8217;immediata gioia consolatoria del frigo a un po&#8217; di necessario e salvifico autocontrollo a tavola. Cambiato registro, almeno per il momento: riprese in mano le redini di questo corpo sconsideratamente lasciato in uno stato di abbandono abbastanza prolungato, ho impiegato buona parte di questi ultimi mesi per tentare di rientrare nei miei vecchi panni, metaforici e non, seguendo pochi, semplicissimi passi che vado qui di seguito ad elencare, senza la presunzione di poterli indicare come precetti universali per riuscire a perdere peso (mettersi a dieta è affare molto più serio) ma utilizzandoli come invece come improbabile pretesto narrativo della mia recente (e non ancora ultimata) vittoria sui chili di troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">1) Individuare una qualche, anche assurda, motivazione: c&#8217;è sempre una causa scatenante, un punto estremo di rottura, un episodio che risuona come un improvviso risveglio di coscienza o uno schiaffo sonoro dato al tuo amor proprio sopito e che ti fa domandare d&#8217;un tratto &#8220;quand&#8217;è che sono diventato così?&#8221;. Il mio è, a dire il vero, piuttosto banale: tra le numerose foto che mia madre ogni tanto ripesca a casaccio dagli album di famiglia e che da decenni ritaglia e pieghetta a mo&#8217; di origami, per riuscire ad incastrarle, chissà poi come, in microscopiche cornici di silver plate, riducendo di fatto l&#8217;infanzia mia e di mia sorella a una serie di ricordi penosamente sforbiciati in minuscole sagome, ha fatto la sua comparsa uno scatto che avevo, ahimè, dimenticato. Sono io, o meglio, una versione assai più giovane e snella di me, gli anni circa la metà, il doppio i capelli, mentre riemergo in costume da bagno, abbronzato e fluttuante, da uno scivolo in un non meglio identificato parco acquatico. Il riflesso della mia linea appesantita restituito al momento dallo specchio distava ormai troppo da quell&#8217;immagine da sirenetto, seppur datata, che non posso neanche sognare di replicare in questa vita, ma trattandosi comunque dello stesso soggetto, un qualche margine di miglioramento potevo, anzi dovevo, provare a prenderlo in considerazione.</p>
<p style="text-align: justify;">2) Evitare i consigli disastrosi di amici e conoscenti: la mia gelataia di fiducia, furbi occhi orientali e marcato accento toscano, vista calare drammaticamente la mia presenza nei pressi del suo bancone, ha da subito compreso le mie intenzioni. &#8220;Sei a dieta, eh?&#8221; mi dice porgendomi il solito (piccolissimo) cono all&#8217;amarena che mi concedo almeno un paio di volte a settimana &#8220;questo dunque è il tuo pranzo?&#8221; &#8220;Il mio pranzo, vuoi scherzare?&#8221; &#8220;No, no, io l&#8217;ho fatto per un periodo, funziona, provaci&#8221; &#8220;Se provassi sul serio tra 5 minuti mi vedresti prendere a morsi i passanti!&#8221;. Christine, la studentessa americana di Denver che incrementa il suo curriculum scolastico con viste guidate gratuite nel posto dove lavoro e che quotidianamente sfinisco di domande assurde sul suo paese (&#8220;ma li avete i piccioni in Colorado?&#8221; &#8220;e un cucciolo di bisonte l&#8217;hai mai preso in braccio?&#8221;) mi suggerisce invece di andare, come lei, in palestra dall&#8217;1 alle 3 di pomeriggio &#8220;Sudi tantissimo e poi non c&#8217;è mai nessun altro!&#8221; &#8220;Ecco, e ti sei mai chiesta il perché?&#8221;. Niente rinunce drastiche o eccessi sportivi per me: solo un po&#8217; di necessaria moderazione con il cibo (consigliabile i primi tempi una museruola) e un tragicomico corso virtuale di zumba, per ora fermo alla prima lezione, che in genere concludo maledicendo e insultando la mia troppo frenetica insegnante, Robbberta (non è un errore di battitura, lo pronuncia proprio così il suo nome).</p>
<p style="text-align: justify;">3) Instaurare un rapporto amichevole con la bilancia: alla fine è un oggetto come un altro, inutile acquistare un apparecchio ipersofisticato, di quelli che rilevano anche se indossate o meno le lenti a contatto, altrettanto dannoso (soprattutto per la psiche) sfidarla ogni giorno imponendole la vostra stazza, nella remota speranza di aver perso anche solo quel paio d&#8217;etti dalla sera alla mattina. La mia ad esempio è un quadrato sottile in simil vetro verdastro, rigorosamente made in Taiwan, che esordisce facendo lampeggiare sul display un saluto sgrammaticato tipo HELO, introvabile in alcuna lingua conosciuta, e che alla seconda riprova consecutiva mi regala sempre quel mezzo chilo in meno rispetto a quanto annunciato nei trenta secondi precedenti. Forse poco attendibile ma di sicuro più confortante. Poi scegliete una farmacia di fiducia, posta al riparo da occhi indiscreti, che si trovi anche a tre, quattro quartieri più in là rispetto a dove vivete, in cui poter entrare con una scusa (comprare le Zigulì funziona sempre) per andarvi invece a pesare ogni 15 &#8211; 20 giorni. E ricordatevi di regalare le Zigulì al primo bambino che incontrerete uscendo.</p>
<p style="text-align: justify;">4) Prendersi qualche silenziosa rivincita: studi approfonditi (condotti dal sottoscritto in un libro nero appositamente stilato) dimostrano che solo un terzo delle persone che nel tempo avevano malignamente sottolineato la vostra evidente fase espansiva con frasi carine del tipo &#8220;abbiamo messo su qualche chiletto, eh?&#8221;, troveranno poi il coraggio di notare in maniera altrettanto esplicita la vostra buona forma ritrovata. Il che non vuol dire che non ne se ne siano rese conto, anzi: anche perché poi, nel più dei casi, sono proprio gli stessi individui che ben più di voi necessiterebbero di una qualche mirata ristrutturazione fisica. Limitatevi a salutarli con il migliore dei vostri sorrisi, facendo scivolare lentamente il vostro sguardo sulle loro pancette o sui loro fianchi rotondetti ancora ben saldi al loro posto e ad aggiungere poi con tono innocente un &#8220;Tutto bene?&#8221;. E godetevi il momento.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.tempiguasti.it/?feed=rss2&#038;p=4120</wfw:commentRss>
		<slash:comments>7</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Se per caso cadesse il mondo&#8230;</title>
		<link>https://www.tempiguasti.it/?p=3904</link>
		<comments>https://www.tempiguasti.it/?p=3904#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2015 09:29:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da leggere]]></category>
		<category><![CDATA[paese]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.tempiguasti.it/?p=3904</guid>
		<description><![CDATA[Non ricordo il momento esatto di quella drastica e, speravo, salvifica decisione, ma non escludo che possa essere avvenuto in treno. A pensarci bene la colpa è forse proprio di quegli ultimi due faticosissimi anni vissuti da pendolare, la sveglia &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3904">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non ricordo il momento esatto di quella drastica e, speravo, salvifica decisione, ma non escludo che possa essere avvenuto in treno. A pensarci bene la colpa è forse proprio di quegli ultimi due faticosissimi anni vissuti da pendolare, la sveglia da sintonizzare ogni sera a ridosso dell&#8217;alba, le corse forsennate al mattino per raggiungere quanto prima la stazione, il sonno ancora così insistente sulle palpebre mischiato al timore quotidiano di perdere il convoglio in partenza. E poi tutto il tempo trascorso inutilmente lungo i binari, al riparo dal vento, maledicendo i continui e sfiancanti ritardi, e ancora quello speso invece sui vagoni ad osservare l&#8217;umanità variegata e stanca toccata dalla stessa, poco invidiabile sorte, a rimuginare soprattutto, nelle tre ore giornaliere di viaggio, sull&#8217;andazzo scriteriato e poco gratificante che la mia esistenza aveva allora irrimediabilmente assunto. Abitavo, o meglio, vivacchiavo in una città e lavoravo in un&#8217;altra, vittima io, come molti altri, di quegli spericolati equilibrismi con cui tentiamo, alla meno peggio, di tenere ugualmente in piedi vita sentimentale e professionale, penalizzando in molti casi l&#8217;una e annaspando nell&#8217;altra, perennemente in cerca dell&#8217;entusiasmo necessario alle nostre giornate, smarrito tra la  confusione di una testa sempre altrove, indaffarata al contrario a pianificare, recuperare, centellinare ogni attimo di una realtà così serrata. Semplicemente, ad un certo punto, non ho più retto. E mi sono allora illuso di poter individuare il colpevole di tanto insopportabile sfinimento al di fuori di me, in quel mostro vorticoso e fagocitante di energia che è la città con i suoi meccanismi astrusi, la sua umanità distante, la sua labirintica e spersonalizzante facciata, giudicata schiacciante per le mie forze modeste. Prova a fare un passo indietro perciò, mi dissi, guarda bene a fondo ciò che davvero sei e da dove vieni, alla fine sei rimasto quel ragazzotto (?) di provincia che non si affrancherà mai dal costante senso di inadeguatezza che ti suscita ogni volta il dover fare i conti con la frenesia della vita metropolitana. Sei cresciuto scorazzando nei vicoli di un piccolo centro che gli anni, la nostalgia e la lontananza hanno a poco a poco mutato in un posto avvertito come meno soffocante di un tempo, in cui tutti gli altri conoscono in parte la tua storia o almeno il tuo nome, in cui il tuo disperato bisogno di radici e di sentirti totalmente a casa non è stato mai altrettanto appagato altrove. La possibile soluzione, credevo, poteva essere liberarsi con urgenza dalla mia movimentata quotidianità, divenuta fin troppo rocambolesca, per abbracciarne un&#8217;altra che fosse innanzitutto più ridotta, stabile, accogliente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è la ragione per cui, quattro anni fa oramai, sono approdato in questo minuscolo, ruvido e disorganizzato paesino, che la gioventù locale, per comodità o forse per donargli una sfumatura di figaggine in più, piuttosto assente a dire il vero da queste parti, è solita indicare con tre lettere lapidarie, Tav, nome che sembra evocare più un cantiere a cielo aperto che una ridente e vivibile cittadina al confine con l&#8217;aperta campagna. Un cantiere apparentemente interminabile, in realtà, di quelli seguiti, sin dalle prime ore del mattino, da stuoli di pensionati che commentano immobili da dietro le transenne, con le mani intrecciate sulla schiena, c&#8217;è anche qui, giustificato da un progetto di riqualificazione di una (o meglio, dell&#8217;unica) piazza, che ha di fatto smantellato la sede dell&#8217;antica stazione dismessa, per fare spazio ad un&#8217;enorme e grigia tettoia, per adesso paragonabile a un gigantesco distributore di benzina, così fuori scala poi rispetto all&#8217;altezza contenuta delle altre palazzine circostanti. Un centro né particolarmente gradevole né memorabile dal punto di vista estetico, in cui sono rimasto imbrigliato, secondo quella prevedibile logica che governa ogni piccolo paese, nell&#8217;etichetta con cui si tende a identificare ciascuno degli abitanti, nel mio caso quella del tizio con l&#8217;accento diverso, il &#8220;forestiero&#8221;. Lo sono per l&#8217;edicolante da cui vado a ritirare, ogni sabato mattina, le riviste che mi ha messo da parte durante la settimana e che mi porge sbuffando il solito buongiorno annoiato, lo sono per Marco, il gentile e stralunato proprietario della sola ma fornitissima cartoleria, lo sono per la farmacista petulante, dalle riconoscibili origini partenopee, che tenta sempre di rifilarmi qualche costoso prodotto di bellezza (&#8220;Lo vuole provare questo siero per il contorno occhi?&#8221; &#8220;E&#8217; un modo carino per farmi notare che ho le zampe di gallina?&#8221; &#8220;Certo che no, è solo una promozione. Preferisce forse una crema snellente per l&#8217;addome?&#8221;). Fino a ieri, appunto, quando la monotonia imperante in questo posto, in cui l&#8217;episodio più eccitante è rappresentato ogni anno da quei tre, quattro turisti stranieri che si spingono fin qui, per sbaglio, nel tentativo di raggiungere a piedi la vicina zona del Chianti, è stata scossa, è proprio il caso di dirlo, da un terremoto di media &#8211; lieve entità avvenuto nella notte ed avvertito un po&#8217; ovunque nei dintorni, finito il giorno seguente per diventare il fatto più commentato sulla bocca di chiunque.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Io un me la son sentita di rimanere in casa, con la Piera la siam scesi in macchina e abbiam dormito lì&#8221; esordisce il signore in coda davanti a me in lavanderia, dove sono passato per ritirare la trapunta color glicine che ho sottratto poco tempo fa da camera dei miei, perché l&#8217;ho trovata perfetta in abbinamento alle mie lenzuola verdi. &#8220;L&#8217;era tutt&#8217;uno sbatacchiare i&#8217; letto, tu sentissi, anch&#8217;io l&#8217;ho passato tutta la notte a giro, icché tu credi? e c&#8217;eran tutti!&#8221; controbatte la signora dall&#8217;altro lato del bancone, dotata di una pettinatura così ardita come solo quelle della compianta Rita Levi Montalcini &#8220;le bambine poi, l&#8217;hanno avuto una paura, porine, un l&#8217;avevan mai sentito&#8221; aggiunge poi una terza, più giovane e squillante voce, che sembra giungere dal locale posteriore &#8220;i&#8217; mi&#8217; nonno poi m&#8217;ha sempre detto che il terremoto quello brutto del 1909 l&#8217;è stato proprio qui, eh!&#8221; (&#8220;ecco, pure zona sisimica&#8221;, penso io &#8220;un altro posto dove venire a vivere proprio non c&#8217;era, no?&#8221;). &#8220;E lei?&#8221; mi fa d&#8217;un tratto il primo signore menzionato &#8220;l&#8217;ha sentita che botta stanotte? Dove l&#8217;è andato?&#8221; &#8220;Ecco, ehm, io, veramente&#8230;sono rimasto a casa perché&#8230;no, via, non ho sentito niente&#8230;.dormivo!&#8221;. Scende di colpo silenzio. La signora più giovane si affaccia perfino dall&#8217;altra stanza per guardarmi in faccia. &#8220;Ah, e già che c&#8217;è dovrei ritirare la trapunta, quella color glicine&#8230;quella lì, sì, grazie!&#8221;. Me la porge. Nessuno ha più detto una parola. Credo che d&#8217;ora in avanti, qui si ricorderanno di me per altri motivi: il forestiero che in caso di terremoto toccherà andare a controllare se stia bene, lì tra le macerie, magari avvolto nella sua trapunta&#8230;ma di che diamine di colore è poi?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.tempiguasti.it/?feed=rss2&#038;p=3904</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Stra(na)Milano</title>
		<link>https://www.tempiguasti.it/?p=3679</link>
		<comments>https://www.tempiguasti.it/?p=3679#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2014 12:06:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da leggere]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.tempiguasti.it/?p=3679</guid>
		<description><![CDATA[Ennji ha origini coreane, il dono naturale di infondere un&#8217;irresistibile dolcezza in ogni parola o movenza, la rara eleganza di chi sa distinguersi anche solo indossando una maglia a righe marinare e pantaloni spruzzati qua e là d&#8217;oro, oltre a &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3679">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ennji ha origini coreane, il dono naturale di infondere un&#8217;irresistibile dolcezza in ogni parola o movenza, la rara eleganza di chi sa distinguersi anche solo indossando una maglia a righe marinare e pantaloni spruzzati qua e là d&#8217;oro, oltre a qualche dubbio sulla mia vera età, che mi fa ripetere almeno tre volte appena mi siedo di fronte a lei, conquistandosi così da subito tutta la mia totale e vanitosa simpatia. Giorgio, suo marito, nome ribadito da una buffa scritta campeggiante su un berretto di lana che arriva a nascondergli le sopracciglia, parla velocemente e con un curioso accento del nord, inconsueto per le mie orecchie, mentre ci tiene a precisarmi che la zona dove ci siamo conosciuti per caso durante il mio primo <em>ape </em>milanese (che sta per aperitivo, perché qui tutte le parole si abbreviano, ma è un concetto su cui torneremo) è la più in voga al momento per i giovani dediti alla movida cittadina, forse dimenticando la mia non più esatta appartenenza alla categoria e ignorando di sicuro la mia profonda natura pantofolaia, piuttosto refrattaria alla folla. Gigi invece, maremmano come me in trasferta per lavoro nel capoluogo lombardo, ha parole di entusiasmo nel descrivermi la sua nuova vita quassù &#8220;perché poi, nel week-end, con un&#8217;ora di auto sei già in montagna o al mare&#8221; lasciandomi così intendere che il suo apprezzamento è rivolto soprattutto alla possibilità di pianificare delle fughe frequenti dalla grigia e snervante piattezza di questo cielo, spesso del medesimo colore denso e opaco che ha l&#8217;acqua nel secchio una volta lavati i pavimenti. Melisa, gentile e colta giornalista che nel nome sembra già riassumere la sua straordinaria e raffinata sensibilità, tenta di confortarmi con la sincera ammissione di tornare con piacere da queste parti dove ha vissuto per lungo tempo e dove ha conosciuto persone ancora oggi fondamentali nella sua vita, placando così in parte quella mia smania insensata di trovare in breve tempo nuovi amici, tarlo che si accompagna ai miei lunghi e detestabili momenti di solitudine, spesso arginati con dannose quanto consolatorie dosi massicce di cioccolato fondente. Tra questi pensieri strampalati dunque, rivolgendo a chiunque incontri quello stupido ma per me essenziale quesito &#8220;cosa ami di Milano?&#8221; mi butto già alle spalle il primo, faticoso, mese in questa città, la terza nel giro di soli cinque anni in cui mi trovi, quasi per caso, dopo Roma e Firenze, a soggiornare e a lavorare, con un preoccupante movimento ascensionale che mi fa temere di dover riscuotere un giorno la mia (magra) pensione in un qualche paese scandinavo dalle temperature rigide e dalla fioca e deprimente luce diurna, io che al contrario ho sempre sognato una serena e soleggiata vecchiaia in costume e ciabatte, in riva al mare.</p>
<p style="text-align: justify;">Non che poi mi manchino i motivi per apprezzare Milano, sia chiaro: a cominciare dalla sua proverbiale ed indiscutibile efficienza, estesa, ad esempio, a tutti i mezzi pubblici, la stessa che mi fa sgranare gli occhi di fronte all&#8217;affermazione scandalizzata della signora che sbotta indignata alla fermata dell&#8217;autobus &#8220;è una vergogna, dieci minuti e ancora niente!&#8221;, io che, memore di interi pomeriggi nel resto d&#8217;Italia buttati in attesa di un qualsiasi mezzo puntuale, sarei ormai rassegnato ad ingannare quel tempo familiarizzando con gli altri speranzosi individui incontrati sotto i tabelloni degli orari. Più incomprensibile, semmai è il ritmo forsennato che tutti sembrano tenere senza batter ciglio, sin dalle prime ore del mattino, correndo letteralmente su e giù per i marciapiedi senza sosta, lo sguardo fisso verso l&#8217;infinito o in basso ipnotizzato dallo <i>smartphone</i>, come se non esistesse altro modo di spostarsi in città, che sia un tantinello più rilassato o anche solo umano. Macché, niente, avanti, si trotta, e guai a intralciare il passo altrui con un&#8217;andatura non altrettanto rapida, si rischia di essere travolti o scalzati del tutto, soprattutto nella necessaria operazione di assalto all&#8217;affollatissima scala mobile della metro, pericolosa pratica collettiva, per adeguarmi alla quale, arrivo sempre al lavoro con troppo anticipo e sono costretto a fare due giri a vuoto dell&#8217;isolato, perché di fermarsi in strada alcuni minuti, ed essere così additato come il vagabondo di turno, non se ne parla. Senza considerare poi che il mio ufficio si trova nei pressi di via Montenapoleone, in pieno quadrilatero della moda, zona pullulante di creature impeccabili e impomatate, quasi sempre vestite di nero (&#8220;te l&#8217;avevo detto di indossare solo <i>black minimal</i>!&#8221; tuona infatti la mia amica Chiara al telefono), mentre io, aggirandomi fra loro con ancora l&#8217;impronta del cuscino sullo zigomo, i miei maglioncini verde menta o rosa salotto di Barbie, le camicie a quadri da taglialegna appena stirate, sembro piuttosto un clown intrufolatosi per dispetto in un corteo funebre. E poi c&#8217;è la stramba parentesi linguistica: perché il tempo, risorsa da non sprecare mai nei propri spostamenti, pare vada risparmiata anche nel pronunciare le parole, quelle maggiori di due sillabe irrimediabilmente troncate a metà. Ho assistito dunque inerme a espressioni del tipo &#8220;sono in <i>para</i>(noia)&#8221;, &#8220;non mi fare una <i>svioli</i>(nata)&#8221;, con apoteosi finale incarnata dalla fanciulla che mi sale per sbaglio su un piede con il suo stivaletto dal tacco rinforzato e poi si scusa con un &#8220;oh, <i>mi disp</i>(iace)!&#8221; affermazione che non sono riuscito a controbattere, in parte per il dolore, ma soprattutto per la sua spiazzante incomprensibilità. Per il resto dei termini, va da sé, è preferibile accantonare l&#8217;italiano e servirsi del corrispettivo inglese, anche solo se ci si trova a parlare di <i>description</i>, <i>action</i> o qualunquealtradannatacosapurchéfiniscaini<i>tion</i>, con una predilezione per l&#8217;acronimo <i>a.s.a.p. </i>(<i>as soon as possible</i>), diffusissimo tra chi, come chiunque del resto a Milano, ha fatto della fretta la propria intima cifra stilistica. &#8220;Sei un <i>fashion blogger </i>anche tu?&#8221; mi chiede infine Maddalena, mamma, giornalista, scrittrice, professionista insomma dalla tipica propensione al <i>multitasking</i>, forse prezioso appannaggio di chi nasce e cresce lungo i Navigli, &#8220;beh, non così <i>fashion</i>, a dire il vero, il mio <i>blog </i>non ha tutto questo <i>appeal</i>!&#8221; &#8220;hai detto <i>appeal</i>? ti starai mica adattando alla parlata milanese?&#8221; Oddio, di già?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.tempiguasti.it/?feed=rss2&#038;p=3679</wfw:commentRss>
		<slash:comments>10</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Inspieg &#8211; abilmente</title>
		<link>https://www.tempiguasti.it/?p=491</link>
		<comments>https://www.tempiguasti.it/?p=491#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 11 Mar 2013 11:50:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da guardare]]></category>
		<category><![CDATA[artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[fiera]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.tempiguasti.it/?p=491</guid>
		<description><![CDATA[Reduce da un mini tour de force, in cui ero riuscito ad incastrare, in poco meno di 24 ore, una visita improvvisata al mio paese natìo, comprensiva di passeggiata al mare, saluto e cena a sbafo dai miei, una bevuta e &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=491">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2013/03/2013-03-09-16.07.52.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-501" title="2013-03-09 16.07.52" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2013/03/2013-03-09-16.07.52-1024x659.jpg" alt="" width="584" height="375" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Reduce da un mini tour de force, in cui ero riuscito ad incastrare, in poco meno di 24 ore, una visita improvvisata al mio paese natìo, comprensiva di passeggiata al mare, saluto e cena a sbafo dai miei, una bevuta e due chiacchiere con la mia amica Loredana (divenute, velocemente, ben più di una bevuta e ben più di due chiacchiere), ma soprattutto 300 km di strada, da solo, sotto una pioggia ininterrotta, tornavo finalmente a casa. Ad accogliermi il caloroso saluto del mio amore &#8220;Allora domani andiamo a Vicenza?!&#8221; &#8220;Cioè, avrei potuto dormire direttamente in auto?!&#8221; &#8220;Dai, andiamo con Gabriella, poi me l&#8217;avevi promesso. Anche a Valentina!&#8221;. Già, gliel&#8217;avevo promesso. Gabriella, per fortuna, è la sua collega che l&#8217;indomani si sarebbe sobbarcata le 3 ore di guida che separano Vicenza da Firenze. Valentina invece è la &#8220;madrina&#8221; di questo blog. Colei a cui sono ricorso, sopportandosi buona parte dei miei piagnistei, quando mi sono scontrato con parole allora misteriose, come WordPress, hosting, plugin, nel tentativo di ritagliarmi questo mio spazio online. Valentina, nella vita, crea bellissime bambole completamente <em>handmade, </em>dall&#8217;aspetto  tenero e dal nome mitologico, Pandora, (<a href="http://www.pandoracreazioni.it/">http://www.pandoracreazioni.it/</a>  <a href="http://www.pandoracreazioni-ilblog.it/">http://www.pandoracreazioni-ilblog.it/</a>  foto allegata) resistenti perfino alle botte e ai morsi di mia nipote di un anno (già testate). Si trovava a Vicenza, per aver vinto un concorso su internet, ad esporre le sue creazioni alla mostra &#8211; atelier della manualità creativa Abilmente (<a href="http://www.abilmente.org/nqcontent.cfm?a_id=1764">http://www.abilmente.org/nqcontent.cfm?a_id=1764</a>) conclusasi proprio ieri. Ora, portare me, che ho il senso pratico di un invertebrato, a una fiera del genere, è come invitare Brigitte Bardot a una battuta di caccia al cinghiale. Ma ormai era troppo tardi per riuscire a svincolarsi dalla mia doppia promessa. Irrimedi &#8211; abilmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Tralasciando le prodezze al volante di Gabriella, che smentiscono il luogo comune delle donne imbranate alla guida ma confermano invece la loro capacità di fare più cose in contemporanea, facevamo il nostro ingresso trionfale alla mostra. Tre padiglioni enormi e labirintici, deputati ad illustrare in decine di stand, ogni tecnica, anche la più impensabile, del vasto mondo del &#8220;fai da te&#8221;, dal patchwork al tricot, passando per migliaia di tipi di decorazione d&#8217;interni, e poi i bijoux, il cake &#8211; design, il punto a croce, e un&#8217;infinità di altri mondi paralleli, a me sconosciuti. Tutti presi d&#8217;assalto da plotoni di signore, d&#8217;ogni età, provenienza e look, scatenatissime e agguerrite, spesso armate di trolley in cui ammassare i numerosi e voluminosi acquisti. Perché se c&#8217;è una cosa che salta subito all&#8217;occhio è la maggioranza femminile schiacciante: pochi gli uomini, ancor meno quelli che appaiono motivati. Gli altri, di sicuro accompagnatori, hanno l&#8217;aria spaesata e rassegnata, e talvolta si abbandonano ai lati degli stand a gesti di trattenuta disperazione, la testa tra le mani, lo sguardo fisso in alto, o interrogativo in basso, verso i sacchetti che trascinano, tentando inutilmente di intuirne il contenuto. Anche di bagni per uomini sembra non ce ne sia traccia, mentre, quelli per signore, sono ben segnalati, ovunque, da enormi cartelli in cui continuavo a sbattere. &#8220;Dovrò far pipì in mezzo ai gomitoli o ai bottoni&#8221; temevo, fino a che Valentina, forse leggendomi nel pensiero, mi ha accompagnato nell&#8217;unico bagno con la minuscola insegna &#8220;Men&#8221;, piuttosto nascosta. Ho però imparato un sacco di cose interessanti: come ottenere uno zerbino per acquaio da una busta di plastica tagliata a strisce, per esempio, o che per lavorare una borsa di fettuccia ci vuole l&#8217;uncinetto numero 9, tozzo quanto il mio dito mignolo; che esiste la cera in petali, la cui utilità non mi è ancora molto chiara, e una serie di riviste dai nomi suggestivi come &#8220;Cucire semplice&#8221; &#8220;Stencil e trapunte&#8221; &#8220;La lana cardata&#8221;. Ho girovagato, frastornato dalle potenti gomitate ricevute, tra polveri glitter e manici di borse, timbri e cartamodelli, merletti antichi e originali dimostrazioni di decoupage, tenute da signore rassicuranti come una zia ma microfonate come Madonna in tour. &#8220;Ti sei divertito?&#8221; mi chiede infine la mia dolce metà &#8220;Tantissimo&#8221; rispondo, quasi sincero. &#8220;Bene. Quindi a Ottobre torniamo!&#8221; Irrevoc &#8211; abilmente.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.tempiguasti.it/?feed=rss2&#038;p=491</wfw:commentRss>
		<slash:comments>10</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
