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	<title> &#187; lavoro</title>
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		<title>Two weeks notes</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2015 14:27:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono trascorse soltanto due settimane dall&#8217;ultima volta che i miei pensieri bislacchi hanno trovato il loro adeguato spazio nella generale scombinatezza di questa pagina &#8211; un periodo infinfluente se messo in relazione, per esempio, con il trascorrere delle ere geologiche, ingiustificabile se confrontato invece con la rapidità con cui vengono aggiornati altri e più seguiti blog &#8211; eppure a me pare un&#8217;eternità. Non tanto per le comprensibili lamentele o tiratine d&#8217;orecchio da parte di chi, inspiegabilmente, si è così affezionato ai contenuti insensati dei miei vari post, da lamentarne in questi giorni l&#8217;evidente mancanza o arrivare a manifestarmi tramite social, e.mail o chilometrici sms di richiamo tutta la propria, apprezzatissima, preoccupazione. Quanto perché quella sfuggente e capricciosa entità che è il tempo, ultimamente è sembrata quasi provare un divertimento sadico nell&#8217;infarcire le mie giornate recenti di un&#8217;insolita concentrazione di piccole e grandi rivoluzioni, di momenti indimenticabili o al contrario drammatici, di entusiasmanti novità e trasformazioni radicali che in genere faticherei a metabolizzare anche nell&#8217;arco di un anno intero. Lasciandomi così spesso in balìa di un soffocante senso di stordimento, diviso come sono fra altalenanti attimi di euforia o di pressoché totale sconforto, ingegnandomi come posso ad inseguire la mia esistenza che attualmente necessiterebbe di un&#8217;addrizzatina o almeno di una maggiore pianficazione rispetto all&#8217;andamento anarchico che sta adesso rivendicando. Inutile aggiungere che a causa di tutto questo trambusto indesiderato sono mancate la concentrazione, la voglia e le energie occorrenti per scrivere qualcosa di vagamente appassionante o anche soltanto di logico. Ed è il motivo per cui, a quindici giorni esatti dalla mia ultima comparsa qua sopra, mi ritrovo ancor oggi privo di un qualsiasi materiale da condividere, eccezion fatta per alcune brevi annotazioni che ho buttato qui alla rinfusa nella remota speranza che potessi svilupparci, chissà quando, un post più articolato, e che vi lascio sotto forma di piccole lezioni quotidiane che ho tratto dalle numerose dis/avventure vissute.</p>
<p style="text-align: justify;">- Credere alla forza ostinata dei propri sogni, infischiandosene di pressioni o ansietà inutili, perché non è mai troppo tardi per cominciare un nuovo percorso, per chiudere un vecchio capitolo, per concretizzare le nostre più intime aspirazioni, perché, come mi ha dimostrato il mio amore, per quanto possano essere alti gli ostacoli posti dalla vita, l&#8217;importante è continuare a voler raggiungere il proprio traguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ascoltare con la dovuta attenzione chi ti siede, anche casualmente, a fianco, perché le parole altrui sono finestre spalancate su mondi che non pensavamo mai di esplorare, perché le storie e le passioni incarnate dagli altri, fossero anche lo studio del sanscrito o la danza acrobatica con i tessuti, anche se lontanissimi da noi, possono trasformarsi in un arricchimento improvviso ed impensabile per i nostri limitati orizzonti.</p>
<p style="text-align: justify;">- Coccolare i propri ricordi, senza intenti nostalgici o struggenti rimpianti, perché il passato può sempre decidere di ribussare piacevolmente alle nostre porte, perché ritrovare un vecchio affetto o un rapporto d&#8217;amicizia trascurato o dimenticato è una magnifica occasione per un altro, inaspettato inizio, o perché dover dire addio a chi a suo tempo ha riempito le tue giornate con la sua risata fragorosa può diventare meno devastante.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ringraziare chi decide di coinvolgerti d&#8217;un tratto nella sua vita, magari travolgendoti con la disperazione di uno sfogo imprevisto o affidandoti la preziosità di una più intima confidenza, perché per alleggerire ciò che sembra insormontabile a volte è sufficiente solo un cenno col capo, un caffé o un abbraccio. E perché poi un semplice grazie ha un suono bellissimo, e non costa nulla.</p>
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		<title>(Ap)punti di lavoro!</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2015 08:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non è il dettagliatissimo mansionario, pochi ma densi fogli contenenti la spiegazione scrupolosa di tutti i miei numerosi compiti da svolgere, che mi ritrovo a rileggere ogni sera con la necessaria calma prima di addormentarmi e con cui ho inevitabilmente &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4020">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non è il dettagliatissimo mansionario, pochi ma densi fogli contenenti la spiegazione scrupolosa di tutti i miei numerosi compiti da svolgere, che mi ritrovo a rileggere ogni sera con la necessaria calma prima di addormentarmi e con cui ho inevitabilmente finito per rimpiazzare il libro che tentavo invece di concludere da settimane, abbandonato per il momento senza riserve al capitolo sette. E neppure l&#8217;improvvisa e magnetica bellezza che si spalanca di fronte ai miei occhi increduli ad ogni angolo o passaggio segreto, in genere vietato al pubblico, esistente nello straordinario e secolare edificio in cui sono capitato, che il mio ultimo quanto inaspettato incarico mi permette al contrario di poter ammirare. La prima cosa su cui sono rimasto a riflettere per pochi minuti, in silenzio, nel mio nuovissimo ambiente di lavoro, l&#8217;ennesimo in cui a 29 anni suonati (da tempo) inauguro un&#8217;ulteriore tappa della mia incomprensibile e variegata carriera, è, al solito, il cartello ben visibile e un po&#8217; singolare che trovo appeso nel bagno, e che recita &#8220;si prega di usare poca carta igienica&#8221; (come poca? cioè, uno ne usa quanto crede di averne bisogno, no?), insolito ma sicuramente migliore di quello che ricordo di aver visto una volta nella toilette di in una redazione e che esortava invece ad usare &#8220;esclusivamente&#8221; la carta igienica (come &#8220;esclusivamente&#8221;? cioè, non è che uno preferisca altre tipologie di carta per certi scopi, no?): dettagli in teoria insignificanti che però la dicono lunga su cosa catturi in realtà la mia bizzarra attenzione e rimanga poi impresso a lungo nella mia memoria, occupando il posto di tante altre informazioni sicuramente più utili. Ma tant&#8217;è: accantonata per il momento la pur gratificante esperienza milanese che avrei dovuto replicare proprio in questi giorni e optato al contrario, con serenità, per un ritorno nel più familiare ambiente museale fiorentino, ecco che mi trovo ancora una volta fare i conti con tutte le incognite, le perplessità e le speranze che un nuovo inizio professionale necessariamente comporta, cercando come sempre di tenere bene a mente i soliti buoni propositi che, conoscendomi, disattenderò in tempi brevi e che vado subito ad elencare:</p>
<p style="text-align: justify;">- provare a placare quell&#8217;ansia insostenibile che mi tiene compagnia sin dal risveglio e che mi avrà pur impedito, in questa vita quasi trentennale, di essere giunto in ritardo una sola volta in tanti anni di lavoro, ma che attualmente mi obbliga a rimanere per alcuni interminabili minuti fermo come un baccalà a fissare la macchinetta dove strisciare il mio badge finché non scatta l&#8217;ora esatta prevista per l&#8217;inizio del mio turno.</p>
<p style="text-align: justify;">- evitare a casa di radermi il viso mentre ascolto e canticchio la mia playlist di vecchi successi dance anni &#8217;70, tipo Diana Ross o Donna Summer, perché poi la tentazione di ballarci sopra è sempre tanta e puntualmente va a finire che mi procuro piccole ma profonde ferite alla gola e al mento, che destano sempre un&#8217;insana curiosità sul lavoro e che non posso stare a spiegare senza risultare nell&#8217;opinione altrui un po&#8217; picchiatello.</p>
<p style="text-align: justify;">- riuscire a mentire anche con il volto, o almeno, ad accordare quel &#8220;no, figurati, nessun problema&#8221; che la mia voce riesce, non so come, a pronunciare alla perfezione, con un&#8217;espressione facciale che sia un tantinello più adeguata, perché è al momento prematuro mostrare in certi casi tutto il mio disappunto, che al contrario sembra sempre affiorare con chiarezza come se l&#8217;avessi tatuato a caratteri cubitali sulla fronte.</p>
<p style="text-align: justify;">- vincere la mia personale resistenza all&#8217;uso delle chiavi minuscole che ho sempre detestato, tipo quella della cassetta della posta relegata da anni chissà poi dove, perché le bollette e le lettere le ho sempre recuperate infilando audacemente le dita con manovre serpentine e perché al lavoro invece devo riordinare e riconsegnare qualcosa come una dozzina di odiosissimi mazzi diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">- ripassare mentalmente tutti i nomi dei numerosi nuovi colleghi, che carinamente si sono presentati sin dal primo giorno mentre io ero troppo assorto a scrutarne i visi con tutti quegli interessanti particolari su cui in genere mi soffermo (la forma delle sopracciglia, il taglio di capelli, ecc.), e così mentre loro mi salutano già da un po&#8217; con un affettuoso &#8220;Ciao Alessandro&#8221; io riesco solo a replicare più banalmente &#8220;Ciao&#8230;ehmm, mmmh..(come accidenti si chiama?)!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">- evitare soprattutto di affezionarmi, come spesso mi succede, proprio agli stessi colleghi appena menzionati, anche se mi ci vorrà ancora qualche settimana per impararne i nomi ma non per dar loro maggiore confidenza, perché in alcuni già riconosco persone a cui posso voler bene all&#8217;istante e perché tanto tra sei mesi, con tutta probabilità, dovrò ricominciare, in un altro posto, con altri, personalissimi e strampalati, buoni propositi da non rispettare.</p>
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		<title>Stra(na)Milano</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Dec 2014 12:06:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ennji ha origini coreane, il dono naturale di infondere un&#8217;irresistibile dolcezza in ogni parola o movenza, la rara eleganza di chi sa distinguersi anche solo indossando una maglia a righe marinare e pantaloni spruzzati qua e là d&#8217;oro, oltre a &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3679">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ennji ha origini coreane, il dono naturale di infondere un&#8217;irresistibile dolcezza in ogni parola o movenza, la rara eleganza di chi sa distinguersi anche solo indossando una maglia a righe marinare e pantaloni spruzzati qua e là d&#8217;oro, oltre a qualche dubbio sulla mia vera età, che mi fa ripetere almeno tre volte appena mi siedo di fronte a lei, conquistandosi così da subito tutta la mia totale e vanitosa simpatia. Giorgio, suo marito, nome ribadito da una buffa scritta campeggiante su un berretto di lana che arriva a nascondergli le sopracciglia, parla velocemente e con un curioso accento del nord, inconsueto per le mie orecchie, mentre ci tiene a precisarmi che la zona dove ci siamo conosciuti per caso durante il mio primo <em>ape </em>milanese (che sta per aperitivo, perché qui tutte le parole si abbreviano, ma è un concetto su cui torneremo) è la più in voga al momento per i giovani dediti alla movida cittadina, forse dimenticando la mia non più esatta appartenenza alla categoria e ignorando di sicuro la mia profonda natura pantofolaia, piuttosto refrattaria alla folla. Gigi invece, maremmano come me in trasferta per lavoro nel capoluogo lombardo, ha parole di entusiasmo nel descrivermi la sua nuova vita quassù &#8220;perché poi, nel week-end, con un&#8217;ora di auto sei già in montagna o al mare&#8221; lasciandomi così intendere che il suo apprezzamento è rivolto soprattutto alla possibilità di pianificare delle fughe frequenti dalla grigia e snervante piattezza di questo cielo, spesso del medesimo colore denso e opaco che ha l&#8217;acqua nel secchio una volta lavati i pavimenti. Melisa, gentile e colta giornalista che nel nome sembra già riassumere la sua straordinaria e raffinata sensibilità, tenta di confortarmi con la sincera ammissione di tornare con piacere da queste parti dove ha vissuto per lungo tempo e dove ha conosciuto persone ancora oggi fondamentali nella sua vita, placando così in parte quella mia smania insensata di trovare in breve tempo nuovi amici, tarlo che si accompagna ai miei lunghi e detestabili momenti di solitudine, spesso arginati con dannose quanto consolatorie dosi massicce di cioccolato fondente. Tra questi pensieri strampalati dunque, rivolgendo a chiunque incontri quello stupido ma per me essenziale quesito &#8220;cosa ami di Milano?&#8221; mi butto già alle spalle il primo, faticoso, mese in questa città, la terza nel giro di soli cinque anni in cui mi trovi, quasi per caso, dopo Roma e Firenze, a soggiornare e a lavorare, con un preoccupante movimento ascensionale che mi fa temere di dover riscuotere un giorno la mia (magra) pensione in un qualche paese scandinavo dalle temperature rigide e dalla fioca e deprimente luce diurna, io che al contrario ho sempre sognato una serena e soleggiata vecchiaia in costume e ciabatte, in riva al mare.</p>
<p style="text-align: justify;">Non che poi mi manchino i motivi per apprezzare Milano, sia chiaro: a cominciare dalla sua proverbiale ed indiscutibile efficienza, estesa, ad esempio, a tutti i mezzi pubblici, la stessa che mi fa sgranare gli occhi di fronte all&#8217;affermazione scandalizzata della signora che sbotta indignata alla fermata dell&#8217;autobus &#8220;è una vergogna, dieci minuti e ancora niente!&#8221;, io che, memore di interi pomeriggi nel resto d&#8217;Italia buttati in attesa di un qualsiasi mezzo puntuale, sarei ormai rassegnato ad ingannare quel tempo familiarizzando con gli altri speranzosi individui incontrati sotto i tabelloni degli orari. Più incomprensibile, semmai è il ritmo forsennato che tutti sembrano tenere senza batter ciglio, sin dalle prime ore del mattino, correndo letteralmente su e giù per i marciapiedi senza sosta, lo sguardo fisso verso l&#8217;infinito o in basso ipnotizzato dallo <i>smartphone</i>, come se non esistesse altro modo di spostarsi in città, che sia un tantinello più rilassato o anche solo umano. Macché, niente, avanti, si trotta, e guai a intralciare il passo altrui con un&#8217;andatura non altrettanto rapida, si rischia di essere travolti o scalzati del tutto, soprattutto nella necessaria operazione di assalto all&#8217;affollatissima scala mobile della metro, pericolosa pratica collettiva, per adeguarmi alla quale, arrivo sempre al lavoro con troppo anticipo e sono costretto a fare due giri a vuoto dell&#8217;isolato, perché di fermarsi in strada alcuni minuti, ed essere così additato come il vagabondo di turno, non se ne parla. Senza considerare poi che il mio ufficio si trova nei pressi di via Montenapoleone, in pieno quadrilatero della moda, zona pullulante di creature impeccabili e impomatate, quasi sempre vestite di nero (&#8220;te l&#8217;avevo detto di indossare solo <i>black minimal</i>!&#8221; tuona infatti la mia amica Chiara al telefono), mentre io, aggirandomi fra loro con ancora l&#8217;impronta del cuscino sullo zigomo, i miei maglioncini verde menta o rosa salotto di Barbie, le camicie a quadri da taglialegna appena stirate, sembro piuttosto un clown intrufolatosi per dispetto in un corteo funebre. E poi c&#8217;è la stramba parentesi linguistica: perché il tempo, risorsa da non sprecare mai nei propri spostamenti, pare vada risparmiata anche nel pronunciare le parole, quelle maggiori di due sillabe irrimediabilmente troncate a metà. Ho assistito dunque inerme a espressioni del tipo &#8220;sono in <i>para</i>(noia)&#8221;, &#8220;non mi fare una <i>svioli</i>(nata)&#8221;, con apoteosi finale incarnata dalla fanciulla che mi sale per sbaglio su un piede con il suo stivaletto dal tacco rinforzato e poi si scusa con un &#8220;oh, <i>mi disp</i>(iace)!&#8221; affermazione che non sono riuscito a controbattere, in parte per il dolore, ma soprattutto per la sua spiazzante incomprensibilità. Per il resto dei termini, va da sé, è preferibile accantonare l&#8217;italiano e servirsi del corrispettivo inglese, anche solo se ci si trova a parlare di <i>description</i>, <i>action</i> o qualunquealtradannatacosapurchéfiniscaini<i>tion</i>, con una predilezione per l&#8217;acronimo <i>a.s.a.p. </i>(<i>as soon as possible</i>), diffusissimo tra chi, come chiunque del resto a Milano, ha fatto della fretta la propria intima cifra stilistica. &#8220;Sei un <i>fashion blogger </i>anche tu?&#8221; mi chiede infine Maddalena, mamma, giornalista, scrittrice, professionista insomma dalla tipica propensione al <i>multitasking</i>, forse prezioso appannaggio di chi nasce e cresce lungo i Navigli, &#8220;beh, non così <i>fashion</i>, a dire il vero, il mio <i>blog </i>non ha tutto questo <i>appeal</i>!&#8221; &#8220;hai detto <i>appeal</i>? ti starai mica adattando alla parlata milanese?&#8221; Oddio, di già?</p>
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		<title>Ricomincio da MI</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Nov 2014 17:19:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;La mia impressione? Guarda, ad essere sinceri, credo proprio di non essere piaciuto. Se devo dirtela tutta, secondo me hanno già trovato qualcun altro. Si capiva chiaramente, il tono cordiale ma distaccato, le domande poi, proprio quelle di routine. No, non c&#8217;è il minimo interesse, garantito. Ho mai sbagliato?&#8221;. Puntualmente. Cioè, sempre, in ogni circostanza, ad ogni occasione più o meno meritata, elemosinata o piovuta dal nulla, quando la mia incorreggibile strafottenza arriva a rompere gli argini del pensiero per trasformarsi in parole inutili e vanagloriose, mi illudo di aver intuito con chiarezza il proseguimento della faccenda in questione, e quasi gongolo nel mettermi poi in disparte, altezzoso, a godermi il finale, perché sicuro che si svolgerà secondo quanto scrupolosamente previsto. Cosa che infatti non accade mai. Perché l&#8217;esperienza dovrebbe avermi ormai generosamente dimostrato che non possiedo affatto quella dote portentosa chiamata sesto senso, una latente e strabiliante capacità di indovinare situazioni o decisioni future, forse il solo dono che possa rivestirci della convinzione di dominare e perfino anticipare le tattiche fumose del destino. Macché, niente, mai azzeccata una sola, per quanto insignificante, previsione, mai avuto un minimo e strafottutissimo presentimento che alla lunga si sia dimostrato il più veritiero. Come stavolta, quando, dopo l&#8217;ennesimo e poco incoraggiante (credevo) colloquio di lavoro, l&#8217;ultimo in ordine di tempo aggiuntosi alla mia lunga lista di episodi paradossali, spesso tra il demoralizzante e il tragicomico, mi sono ritrovato in una Milano insolitamente soleggiata a riassumere per telefono al mio amore quello che credevo essere l&#8217;esito dell&#8217;agognato incontro. &#8220;Un altro buco nell&#8217;acqua, pazienza. Dai, meglio così, in fondo. Ci avrebbe riscombussolato di nuovo la vita&#8221;. Inutile aggiungere che a quel colloquio ne è seguito poi un altro, a breve distanza, con tanto di amministratore delegato in persona a dissezionare il mio variopinto curriculum, a soffermarsi naturalmente sul mio allettante passato da bigliettaio museale (lasciato come ultima voce a dispetto dell&#8217;insana curiosità che ogni volta suscita) e a chiedermi soprattutto, con spiazzante franchezza &#8220;Sì, ma da grande, cosa vorrebbe fare?&#8221; (io? da grande? ma l&#8217;avrà letta bene la mia data di nascita?)</p>
<p style="text-align: justify;">Altrettanto inutile stare a specificare che, per il momento, ottenuto non so come quell&#8217;incarico provvisorio indicato con un altisonante quanto sibillino acronimo (&#8220;crm specialist&#8221; per l&#8217;esattezza, ma i dubbi sul suo significato ve li saprà chiarire meglio Google), mi ritrovo di nuovo a rincorrere la mia esistenza che pare aver preso una sua direzione del tutto indipendente dai miei più rilassati programmi e dal mio, mai celato, desiderio di una maggiore tranquillità. Per qualche mese dunque vivrò da solo a Milano, in un minuscolo e grazioso appartamento messomi a disposizione dalle salvifiche premure di un vecchio amico, che lo ha dotato di un paio di dettagli kitsch (l&#8217;asse da stiro leopardata, tre piramidi di lattine vuote a coronare i pensili della cucina) talmente assurdi da avermi fatto sentire subito a casa. Per non parlare del palazzo poi, forse per assonanza cromatica con il cielo mattutino di qui, dipinto della stesso tonalità di grigio piombo, ravvivato però da un lato da un curioso murales a forma di campanile che incornicia tre finestre cieche e dall&#8217;altro dal gigantesco e ipnotico cartellone pubblicitario del &#8220;più cliccato sito di incontri extraconiugali in Italia&#8221; (e qui si potrebbe aprire una parentesi su un mondo a me sconosciuto: esistono siti di incontri extraconiugali? sul serio? cioè, come funzionano, ti richiedono il certificato di matrimonio al momento dell&#8217;iscrizione?). Senza contare inoltre i penosi tentativi con cui fingo di aggirarmi con disinvoltura nella sede di lavoro, perché finché sei &#8220;quello nuovo&#8221; ti sembra di essere escluso da tutto, dalla complicità dei colleghi che ridacchiano su battute incomprensibili, del genere &#8220;no, non puoi capire, è una vecchia storia&#8221;, al semplice funzionamento della macchinetta del caffè (boh, questa lucina accesa che vorrà dire?), fino al momento in cui una gaffe ti declassa dalla qualifica di &#8220;quello nuovo&#8221; al rango disonorevole di &#8220;quello stronzo&#8221; quando provi a entrare in confidenza con la fanciulla dell&#8217;ufficio accanto e accidentalmente le dai più della sua età (&#8220;ahhahhahah, 29 anni, anch&#8217;io dico sempre così&#8230;invece ne hai, 32? 33? &#8220;no, ne ho davvero 29, forse stamani ho il viso un po&#8217; stanco&#8221; + sguardo comprensibilmente carico d&#8217;odio). Un&#8217;ulteriore occasione insomma in cui scontrarsi di nuovo, nelle prime, prevedibili, notti insonni come nelle lunghe giornate in cui vago con la testa seduto alla mia nuova scrivania, con tutte quelle paure e quelle insicurezze mai del tutto superate, con quello schiacciante disorientamento che ogni nuovo inizio si trascina immancabilmente dietro, per fortuna sempre inferiore alla mia indomita e mai accantonata, voglia di ricominciare. Anche qui, in una Milano al momento da assaggiare, più che da bere.</p>
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		<title>Buon lavoro, dottore!</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Oct 2014 10:16:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[▶ Il prof. dott. Guido Tersilli &#8211; Alberto Sordi &#8211; La marcia di Esculapio &#8211; YouTube. Nonostante gli scandali continui sollevati dai gravi episodi di malasanità purtroppo sempre così tristemente presenti nelle pagine di cronaca nazionale, nonostante lo stupore collettivo &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3588">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=hLMF8nsTriU">▶ Il prof. dott. Guido Tersilli &#8211; Alberto Sordi &#8211; La marcia di Esculapio &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="588" height="395" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/hLMF8nsTriU" /><embed width="588" height="395" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/hLMF8nsTriU" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante gli scandali continui sollevati dai gravi episodi di malasanità purtroppo sempre così tristemente presenti nelle pagine di cronaca nazionale, nonostante lo stupore collettivo provocato ogni volta dallo smascherare qualche finto professionista, abilissimo invece nello spacciarsi per un luminare plurispecializzato, anche per anni, senza mai destare attorno il benché minimo sospetto (fatemi capire, ma solo a me fanno le pulci ad ogni curriculum inviato?), nonostante l&#8217;immaginario televisivo e cinematografico faccia da tempo la sua parte per sottolineare un certo arrivismo, i mezzucci, le pecche di una categoria professionale in passato maggiormente protetta da un&#8217;aura di intoccabilità (dalle innumerevoli serie di filone ospedaliero, alla <em>ER</em> o <em>Grey&#8217;s Anatomy </em>per capirci, passando per un indimenticabile Alberto Sordi ne <em>Il medico della mutua </em>del 1968, video allegato) la figura del dottore, più di altre, è forse destinata per sempre a smuovere, nell&#8217;opinione comune, parole come credibilità, competenza, efficienza. E&#8217; se non basta a spiegare tutto ciò il nostro, mai superato, smisurato e inconscio bisogno di delegare, con cieca fiducia o quasi, a mani più sapienti le sorti di questo corpo imperfetto e materiale in cui ci siamo ritrovati a vivere e a cui tanto teniamo, pur ignorando spesso i meccanismi basilari del suo funzionamento o reputandoli comunque del tutto incomprensibili, ecco che adesso anche la moda, strano a dirsi, ci viene incontro con una sua, forse non originalissima, ma comunque interessante, teoria. Stando infatti ai curiosi risultati di uno studio condotto dal professor Adam D. Galinsky, docente di Management presso la Kellog School della Northwestern University, nel lontano stato americano dell&#8217;Illinois, e pubblicati di recente sull&#8217;autorevole quanto sconosciuta (a me soprattutto, ma temo di non essere l&#8217;unico) rivista scientifica <em>Journal of Experimental social psychology </em>(<a href="http://www.journals.elsevier.com/journal-of-experimental-social-psychology/">http://www.journals.elsevier.com/journal-of-experimental-social-psychology/</a>) andrebbe proprio attribuita all&#8217;abito (in questo caso al camice di ordinanza) la capacità di fare non tanto quel &#8220;monaco&#8221; del celebre proverbio che ci piace scomodare ogni tre per due, ma più in generale il buon lavoratore. Pare infatti che tra i vari esperimenti compiuti da Galinsky e la sua equipe per avvalorare certe, apparentemente bizzarre, teorie, ci sia stata la richiesta di far indossare ad un gruppo di volontari dei semplici camici, per poi far svolgere loro diverse mansioni, con la sola differenza che mentre ad una metà veniva detto che quel camice, per quanto immacolato, fosse &#8220;da dottore&#8221;, all&#8217;altra metà lo stesso indumento veniva indicato come una tenuta &#8220;da pittore&#8221;. Ebbene, la conclusione di questa importantissima ricerca, che immagino da oggi in poi potrebbe cambiare drasticamente le vostre vite oppure procurarvi infinite notti insonni a domandarvi &#8220;possibile?&#8221; è che i lavori migliori siano stati naturalmente compiuti dal gruppo degli &#8220;pseudomedici&#8221;, dimostratisi più accurati, prudenti, ordinati, rispetto al gruppo dei finti pittori. Vale a dire: sarebbe sufficiente indossare una qualsiasi divisa per risvegliare immediatamente in noi certe caratteristiche professionali in genere associabili a questo o a quel mestiere, perché l&#8217;abito è in grado di per se&#8217; di rivestrirci delle qualità tipiche, appannaggio di una classe di professionisti, o comunque di poterci condizionare in tal senso. Credibile o no, lo studio non può che condurci a due ulteriori, altrettanto strampalate, riflessioni: innanzitutto cosa spinge a bistrattare i pittori e a considerarli poi dei lavoratori così caotici, approssimativi o comunque più inaffidabili di un medico? (rientrassi nella categoria, ad, esempio, mi offenderei un pochetto). Seconda è più importante domanda: cosa diamine penserebbe di me Galinsky se gli inviassi una foto con addosso quella tuta da benzinaio presa in prestito da un amico (e mai più riconsegnata) che sfoggio quando tento di sbrigare da solo alcuni lavoretti domestici? Professionista dai costi sempre in rialzo o tipino facilmente infiammabile?</p>
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		<title>Le faremo sapere</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2014 08:56:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da leggere]]></category>
		<category><![CDATA[colloquio]]></category>
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		<description><![CDATA[Può succedere a chiunque, in qualsiasi momento della vita. Che siate giovanissimi o 29enni bugiardi e recidivi, come me, che abbiate una preparazione formidabile e competenze assai richieste o un&#8217;affascinante quanto inutile laurea in storia del costume, come la mia, &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3371">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Può succedere a chiunque, in qualsiasi momento della vita. Che siate giovanissimi o 29enni bugiardi e recidivi, come me, che abbiate una preparazione formidabile e competenze assai richieste o un&#8217;affascinante quanto inutile laurea in storia del costume, come la mia, lasciata a marcire in qualche cassetto della segreteria dell&#8217;Università. Che siate poco abituati agli scossoni professionali e a rimettervi in gioco ogni due, tre anni o ormai rassegnati, al pari del sottoscritto, a cercare di far fronte alle spese quotidiane con spericolati equilibrismi che richiederebbero il dono dell&#8217;ubiquità. Può succedere a chiunque, dicevo, di trovarsi improvvisamente o di nuovo senza più un lavoro e di doversi rimettere a capo chino a cercare un altro posto o un altro impiego, una sfida che può diventare ogni volta più sfiancante e temibile della precedente. Esattamente quello che sto vivendo io da qualche mese, da quando, dopo aver rifiutato con un moto di orgoglio e di incoscienza, un gratificante ma sottopagato incarico professionale svolto negli ultimi tempi, ho ricominciato a inondare il web di curriculum e proposte di collaborazione, migliaia, a cui sono arrivate risposte (poche) più o meno incoraggianti. Quella che segue è perciò la sintesi semiseria, in forma di dialogo, degli strampalati ma reali incontri con i vari personaggi che hanno dimostrato un minimo d&#8217;interesse alla mia nuova e coraggiosa richiesta di un lavoro. Buon divertimento:</p>
<p style="text-align: justify;">- Responsabile comunicazione azienda di moda: &#8220;Sarò sincero, è difficile inquadrarla all&#8217;interno di un&#8217;azienda, ha avuto tante esperienze così diverse. Il suo curriculum sì, è piuttosto interessante, però è, come dire&#8230;&#8221; &#8220;Eclettico? (boh, gli butto lì un aggettivo, magari gli è di aiuto!)&#8221; &#8220;Sì, eclettico, stavo quasi per dire schizofrenico, ma eclettico può andare. Ecco, e lei lo è?&#8221; &#8220;Schizofrenico? (ma che gli sembro matto?)&#8221; &#8220;Intendevo dire eclettico&#8221; &#8220;Ah, scusi, non avevo capito (e niente, con questo tizio non c&#8217;è proprio feeling)&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">- Responsabile comunicazione azienda di moda 2: &#8220;E mi dica, Alessandro è più veloce o più preciso?&#8221; &#8220;(ma ora perché parla di me in terza persona? e che razza di domanda è? Di sicuro è un trabocchetto, proviamo a pensarci un attimo. Però ci sto impiegando troppo tempo a rispondere, non posso mica più dirgli &#8220;veloce&#8221;, sembra quasi lo prenda in giro) Beh, direi più preciso!&#8221; &#8220;Ok, però si ricordi che anche la tempestività è importante nella comunicazione!&#8221; &#8220;Quindi avrei dovuto rispondere veloce? (lo sapevo, era un trabocchetto).</p>
<p style="text-align: justify;">- Responsabile progetti digitali agenzia eventi: &#8220;Le va di parlarmi dei suoi genitori?&#8221; &#8220;(e questa poi? mica sarò finito, senza saperlo, dallo psicoanalista? Qui c&#8217;è qualcosa che mi puzza, proviamo prima a tastare un po&#8217; il terreno) Certo. Potrei solo sapere, per curiosità, perché me lo sta chiedendo?&#8221; &#8220;Serve per valutare la sua reazione emotiva. Un&#8217;altra candidata, per esempio, alla stessa domanda mi è scoppiata in lacrime&#8221; &#8220;Ah, capisco (oddio, mica tanto). Ma non si preoccupi, non è mai successo che abbia pianto parlando dei miei. Forse, di questi tempi, è più probabile il contrario. Ma dovrebbe chiedere a loro!</p>
<p style="text-align: justify;">- Agenzia di lavoro interinale: &#8220;Vedo dal suo cv che la sua conoscenza dell&#8217;inglese è ad un buon livello. Al punto che potremmo continuare questa nostra conversazione in inglese?&#8221; &#8220;Beh, sì, se vuole (capirai, fino adesso abbiamo parlato solo delle stranezze del tempo e di quanto faccia caldo oggi)!&#8221; &#8220;Ah, no, si tratta di una semplice domanda di routine. Si figuri, io poi ho studiato francese!&#8221; &#8220;Quindi la sua valutazione del mio livello d&#8217;inglese è, diciamo così, basata sulla fiducia? (averlo saputo prima mi sarei spacciato per madrelingua!).</p>
<p style="text-align: justify;">- Agenzia di lavoro interinale 2: &#8220;Però, ha lavorato anche in tv. Ma non mi sembra di averla mai vista! &#8220;(Eh? Ho capito male. Cioè, sta pensando sul serio che comparissi davanti alle telecamere? E chi mi crede, Gerry Scotti?) Ecco, vede, lavoravo in una redazione tv. Significa che scrivevo testi e curavo dei pezzi per una piccola trasmissione, ma dietro le quinte, diciamo&#8221; &#8220;Ah, sì, infatti nel suo curriculum ha messo &#8220;redattore&#8221; &#8220;Appunto. Era quello che facevo. Sennò avrei scritto &#8220;conduttore&#8221; (o valletta. Questa però è scema forte).</p>
<p style="text-align: justify;">- Addetto comunicazione casa di produzione (via e.mail). &#8220;Gentile dott. Guasti, avremmo bisogno, per fissare un colloquio conoscitivo, anche di un suo curriculum più &#8220;motivazionale&#8221; (scritto proprio così, tra virgolette). Ad esempio, cosa l&#8217;ha spinta a cercare una collaborazione qua da noi&#8221;. &#8220;Gentile dott. Vattelappesca, direi innanzitutto la mia voglia di misurarmi in un ambiente di lavoro stimolante, la curiosità verso un&#8217;azienda qualificata come la vostra&#8230;(e giù un&#8217;intera e.mail di salamelecchi e false carinerie)&#8221;. La data del colloquio ovviamente non è mai più stata fissata. Colpa mia: forse avrei dovuto allegare anche l&#8217;ultima bolletta del gas da 634 euro. Sarebbe sembrata di certo più &#8220;motivazionale&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">- Titolare studio comunicazione (via e.mail): &#8220;Gentile dott. Guasti, potrei incontrarla per un colloquio conoscitivo appena avremo terminato i lavori per un nostro cambio di sede. Mi ricontatti alla fine del mese&#8221;. Dopo un mese &#8220;potremmo fissare un giorno al mio rientro dalle ferie. Mi chiami tra due settimane&#8221;. Dopo altre due settimane &#8220;Mi dispiace, ma ho avuto un piccolo infortunio alla gamba, non so dirle quando potremmo incontrarci&#8221;. Ora, non so se quell&#8217;infortunio sia vero. Posso dire che da una parte me lo auguro tanto?</p>
<p style="text-align: justify;">- Titolare ufficio stampa: &#8220;Leggo qui che ha anche un blog. E di cosa scrive?&#8221; &#8220;E&#8217; solo un piccolo progetto personale, mi diverto a scriverci un po&#8217; di tutto, di moda, di costume, delle varie notizie che mi colpiscono e della mia vita privata. Scrivo tante cretinate, soprattutto&#8221; &#8220;Ah. Immagino che lo utilizzerà anche per togliersi qualche sassolino dalle scarpe&#8221; &#8220;In realtà no, finora non è mai successo. Però lo sa che mi ha appena dato un&#8217;ottima idea?&#8221;</p>
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		<title>Di notte specialmente</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Apr 2014 22:53:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da leggere]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[notte]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Ti ricordi, vero, che stasera siamo a cena con i miei colleghi?&#8221;. Sono quasi le 18.30, devo tassativamente consegnare per il giorno seguente un articolo di 8.000 &#8211; 10.000 battute su una serie di negozi di moda, e come al &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=2910">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;Ti ricordi, vero, che stasera siamo a cena con i miei colleghi?&#8221;. Sono quasi le 18.30, devo tassativamente consegnare per il giorno seguente un articolo di 8.000 &#8211; 10.000 battute su una serie di negozi di moda, e come al solito, quando mi ritrovo immerso nella scrittura, perdo ogni riferimento spazio &#8211; temporale. A riportarmi all&#8217;urgenza della realtà ci pensa appunto la premurosa telefonata del mio amore. &#8220;Ma certo&#8221; replico io, tentando nel frattempo di dare un senso compiuto alla frase che mi è rimasta tronca sul monitor, &#8220;stavo chiudendo un pezzo, ma posso tranquillamente finirlo dopo. Tanto la sera sono più rilassato e faccio più in fretta. A che ora è l&#8217;appuntamento?&#8221; &#8220;Alle 8. E cerca di essere puntuale. Ci vediamo lì&#8221;. Peccato che &#8220;lì&#8221; significhi un paesino semisperduto arroccato su una collina distante almeno una mezz&#8217;ora di curve che si snodano a mo&#8217; di mulattiera nella campagna toscana. Peccato che sia da ore pietrificato davanti allo schermo per cercare un aggettivo che non abbia già usato in precedenza nel mio testo, e non sia neanche al primo step del serrato programma &#8216;doccia &#8211; barba &#8211; stirati la prima cosa che trovi pulita &#8211; cerca anche di abbinarla &#8211; ricordati dove hai parcheggiato la macchina&#8217;, necessario per arrivare in tempo alla cena. Riesco però nel miracolo. Alle 20.05 (cinque minuti di ritardo, direi trascurabile) sono già, quasi impeccabile, nel posteggio del ristorante. Arrivato prima di tutti, tra l&#8217;altro. Forse un tantinello nauseato per la corsa in auto. L&#8217;articolo però e rimasto incompiuto. Ma posso terminarlo più tardi. La sera di solito scrivo più rapidamente. O così credevo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 23.44: rientriamo dalla cena. Divertiti, sazi, per fortuna neanche un po&#8217; brilli, perché devo rimettermi per forza sul mio pezzo. Sottovalutando forse l&#8217;incidenza che il fritto di antipasti e la doppia porzione di cheesecake possono avere sulla mia creatività, riaccendo il pc. &#8220;Ti dà fastidio se guardo un po&#8217; di tv?&#8221; mi chiede il mio amore, sprofondando sul divano e facendo partire sullo schermo le repliche di The Voice. &#8220;No, figurati, qui ho quasi fatto&#8221;. In effetti devo solo parlare degli ultimi due negozi. Scopro però di avere al riguardo delle cartelle stampa telegrafiche, in inglese. E delle foto minuscole. E ora, che scrivo?</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 00.31: &#8220;Vado a dormire, tu che fai?&#8221;. &#8220;Tra poco ti raggiungo, spero&#8221;. &#8220;Lascio accesa la tv?&#8221; &#8220;NOOO, ehm no&#8230;anzi, semmai togli il volume, così mi concentro meglio&#8221; &#8220;Ok, &#8216;notte&#8221;. Solo, in salotto, dal televisore ormai muto sbuca Shakira che pubblicizza uno yogurt e Kevin Costner in uno spot di una nota marca di tonno. Ho le allucinazioni? Tolgo gli occhiali, guardo dalla finestra, mi sembra di vedere una capra. Rimetto gli occhiali, la capra è in realtà un tizio che sta spingendo a piedi uno scooter. E&#8217; ufficiale, ho le allucinazioni. Oltre a una pessima vista.</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 01.03. L&#8217;articolo è quasi pronto. Do un&#8217;occhiata alle battute: 7596. Troppo poche. Decido di dare avvio a quella che in gergo tecnico si chiama &#8220;operazione allunghiamo il brodo&#8221;. Comincio a spargere nel testo parole dalla funzione riempitiva, una pioggia di &#8220;così&#8221; &#8220;dunque&#8221;, di avverbi in &#8220;mente&#8221; che prendono sempre tanto spazio, potessi scriverei anche &#8220;supercalifragilistichespiralidoso&#8221; ma credo che non me lo passerebbero mai. Riconto le battute: 8891. Ci siamo. Le frasi sullo schermo restano però selezionate, pigio distrattamente con il gomito qualche tasto sul pc e puf, ecco che mi sparisce tutto l&#8217;articolo. Che non avevo più salvato. Mandando così in fumo l&#8217;ultima ora e qualcosa di lavoro. Tocca ricominciare. Di nuovo. Sgrunt.</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 01.34: Tra imprecazioni e scoraggiamento tento di ricostruire l&#8217;ultima parte del testo andata irrimediabilmente persa. Contemporaneamente la mia vicina di casa brasiliana, nota per esibirsi spesso alle 6 del mattino, all&#8217;aperto, in una discutibile interpretazione di Like a Virgin, opta questa volta per una variazione sul tema &#8220;annaffiamento notturno del giardino con lite con il fidanzato&#8221;. E&#8217; sufficiente per fortuna una mia comparsata alla finestra, tipo pontefice, ma con la faccia visibilmente più scura, per farli rientrare, in silenzio. Torno a scrivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 02.12: Passaggio preoccupato nel corridoio, con occhio chiuso e voce intrisa di sonno, del mio amore. &#8220;Sei ancora lì?&#8221; &#8220;Lasciamo perdere. Ma ci sono quasi, eh!&#8221;. Biascica qualcosa di incomprensibile, poi si dirige di nuovo in camera. Che cosa diamine avevo scritto di questo negozio? Se solo avessero messo due informazioni invece di questa cartella stampa così risicata. O un&#8217;altra immagine. Incompetenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 02.39: L&#8217;articolo è finito. Per la seconda volta. Le battute sono più di 9000. Poi l&#8217;avrò salvato almeno un centinaio di volte. Tranquillo, la situazione è tutta sotto controllo. Grande respiro di sollievo, posso andare a dormire.</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 02.44: In bagno mi tolgo i gioielli che in genere indosso, due catenine, tre bracciali, quattro anelli. Quello in argento al medio sinistro decide, proprio stanotte, di non venire via. Tento con l&#8217;acqua fredda, con il sapone, con una forza che di solito basterebbe a staccarmi di netto il dito. Niente da fare: l&#8217;anello non sale oltre la seconda falange. Pazienza, dormirà con me. Piombo finalmente sul letto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 03.56: Mi sveglio di soprassalto. Il dito con l&#8217;anello recalcitrante adesso è più gonfio e leggermente dolorante. Non sarà che la mano si è ingrossata perché ho scritto troppo? MA L&#8217;HO INVIATO IL PEZZO? NOOOO? Mi alzo di colpo, non trovo gli occhiali, inciampo in un paio di scarpe, raggiungo stordito il pc, lo riaccendo, controllo la posta elettronica. La casella dei messaggi inviati è vuota. Riesco a scrivere due righe deliranti al mio direttore, allego finalmente l&#8217;articolo, spedisco il tutto. Furioso, stanco, demoralizzato, ritorno a letto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 05.17: A svegliarmi stavolta è il forte dolore proveniente dal dito incriminato, che non riesco più minimamente a muovere o a piegare. Mi alzo sfinito per la seconda volta, vado in cucina, accendo la luce, al posto del medio mi sembra di avere qualcosa vagamente somigliante a un salsiciotto violaceo, con addosso un collare d&#8217;argento. Provo a ungerlo con l&#8217;olio (il sonno aguzza l&#8217;ingegno), fino a che, circa al ventesimo strattone tentato, tra urla soffocate e smorfie di sofferenza, riesco finalmente a sfilarmi l&#8217;anello. Torno un&#8217;altra volta in camera, deciso a  rimanere a letto, l&#8217;indomani, fino all&#8217;ora di pranzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 07.02: Suona la sveglia del mio amore. Che in genere non sento. Ma proprio oggi? Ma perché poi quei due minuti in più dopo le 7? Bah.</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 08.22: Scopro che quella che credevo una professione ormai estinta, cioè l&#8217;arrotino, non lo è affatto. E nel peggiore dei modi, poi. Perché, forse uno degli ultimi rimasti in circolazione, si piazza, con tanto di registrazione autopromozionale diffusa a gran volume da un altoparlante, proprio sotto la mia finestra. Ok, mi alzerò. Niente riposo a oltranza. Il dito, almeno, si muove. Non che abbia pensato di salutare l&#8217;arrotino con un gestaccio (però, come se lo sarebbe meritato). Vabbè, rassegnato, comincio a prepararmi la colazione. Quasi quasi più tardi mi metto a scrivere anche qualcosa per il blog. Ho deciso che di mattina, d&#8217;ora in poi, mi riuscirà meglio.</p>
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