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	<title> &#187; film</title>
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		<title>Pretty birthday!</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2015 10:17:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=Wzii8IuL8lk">Pretty Woman (1990) &#8211; Official Trailer &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="602" height="399" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Wzii8IuL8lk" /><embed width="602" height="399" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/Wzii8IuL8lk" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;era una volta il 1990, pareva impossibile mancassero dieci anni a quel 2000 che in genere leggevamo solo nei titoli dei film di fantascienza, l&#8217;Italia si accontentava di un deludente terzo posto ai Mondiali di Calcio pure ospitati in patria, <em>The Power</em> degli, ormai scomparsi (dalla scena musicale intendo), Snap era il brano più ballato e ascoltato ovunque &#8211; ma ancora non si ricorreva a quell&#8217;odiosissimo termine &#8220;tormentone&#8221; &#8211; e a <em>Beautiful</em>, assoluta novità televisiva dell&#8217;anno, un giovane e assai capelluto Ridge tentava soltanto di riconquistare la sua Caroline, non degnando neppure di uno sguardo la povera Brooke, che allora era una paffuta ragazzotta di campagna con un fermaglione sbilenco sempre tra i capelli. Forse c&#8217;eravate anche voi, miei cari lettori, magari adolescenti e dunque impegnati nella lotta quotidiana contro i brufoli, che nessuna crema o sapone a disposizione, neanche il pubblicizzatissimo Topexan, sembrava in realtà saper fronteggiare, o forse più cresciutelli e già comunque vanitosi, alle prese con ciuffi o frange dalle altezze vertiginose da ottenere con audaci manovre di spazzole e phon a distanza ravvicinata (per &#8220;piastra&#8221;, all&#8217;epoca, si intendeva esclusivamente quella dove arrostire la carne), di sicuro non così dipendenti da computer e tecnologie varie, perché saperne di informatica significava avere a che fare con il sistema operativo MS &#8211; DOS, che, diciamolo, era un gigantesco sbattimento. C&#8217;ero naturalmente anch&#8217;io, ma data l&#8217;età irrilevante (un bambino, più o meno) e una sottile vena di anticonformismo e ribellione che in quel periodo mi contraddistingueva, feci l&#8217;errore di non cogliere la portata, forse rivoluzionaria, del film che i miei amici invece vollero andare a vedere a tutti i costi una domenica pomeriggio al cinema, giudicandolo in fretta piuttosto insulso e sdolcinato, e preferendo, complice la mia (già) sconfinata passione per Madonna, ripiegare su di un&#8217;altra (discutibile) pellicola come <em>Dick Tracy, </em>gustata in totale solitudine (anche in sala, dico, non c&#8217;era nessun altro!). Inutile aggiungere che poi anch&#8217;io, esattamente come voi, ho avuto negli anni milioni di occasioni per guardare e riguardare <em>Pretty woman -</em>  questo il film che esattamente un quarto di secolo fa (è uscito nel Marzo del 1990) ho avuto il coraggio di snobbare &#8211; fino ad impararne a memoria ogni battuta, anche la più insignificante, di ogni personaggio, per poi arrivare ad anticiparle, magari tentando di imitarne anche la voce, ricordandomi perfino gli evidenti errori di montaggio (la brioche che diventa un occhio di bue nella scena della prima colazione insieme, la cravatta di Gere che sparisce e riappare in una di quelle, castissime, di sesso). Un successo da 500 milioni di dollari al botteghino, che ha lanciato nell&#8217;olimpo cinematografico Vivian/Julia Roberts, nonostante quel vestitino bicolore di un tale cattivo gusto che nessuna prostituta per strada si sognerebbe mai davvero di indossare, e gli stivaloni di vernice lucida poi, che coprivano a stento i 90 cm di lunghezza di gambe dichiarati nello stesso film (la scena del bagno insieme, ricordate?), momento in cui ogni spettatrice pianifica di fare lo stesso a casa per scoprire che le sue misurano almeno una quindicina di cm in meno. Era soprattutto il momento storico in cui per 50 sfumature di grigio s&#8217;intendevano solo quelle dei capelli di Richard Gere/Edward, il primo miliardario a irrompere nelle fantasie sessuali del pubblico sebbene i suoi gusti a letto fossero più noiosi ed ordinari dell&#8217;attuale e celebre Mr. Grey: un personaggio volutamente romantico e irraggiungibile, privo di contraddizioni, se non quella di essere zeppo di soldi fino al collo da svaligiare un qualsiasi negozio di Rodeo Drive in tre minuti ma totalmente incapace di guidare una Lotus per più di trenta metri. Dettagli di cui oggi, forse, potremmo sorridere, o forse godere di nuovo, visto che in questi giorni le reti nazionali (che in genere non si distinguono per originalità, dato che il massimo dell&#8217;audacia è rappresentato da qualche fiction con Terence Hill) lo riproporrano per l&#8217;ennesima volta. Occasione in cui, qualcuno di voi, magari rinnegando il proprio passato di essere sentimentale e sognatore, o, autoconvicendosi del proprio fermo disinteresse, con un moto di orgoglio esclamerà &#8220;no, questa volta non ci casco&#8221; e spegnerà la tv, per uscire, forse alla volta del cinema: tanto, di sicuro, sul grande schermo, finirà per andare a vedere Cenerentola.</p>
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		<title>Ciak, si sfila!</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2015 17:14:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I codici della più raffinata eleganza targata Valentino c&#8217;erano tutti: quel calibrato contrasto fra bianco e nero, ad esempio, dosato con garbo in abiti lineari e lussuosi al tempo stesso, il gusto ricercato per un certo decorativismo grafico, sintetizzato in &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3945">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2015/03/resized-542015919cs00005-zoolander.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3949" alt="resized-542015919cs00005-zoolander" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2015/03/resized-542015919cs00005-zoolander.jpg" width="586" height="389" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">I codici della più raffinata eleganza targata Valentino c&#8217;erano tutti: quel calibrato contrasto fra bianco e nero, ad esempio, dosato con garbo in abiti lineari e lussuosi al tempo stesso, il gusto ricercato per un certo decorativismo grafico, sintetizzato in sottili nervature poste a percorrere le creazioni da cima a fondo. Senza parlare di quell&#8217;evidente e minuziosa opulenza dei particolari, come i preziosissimi accostamenti di lavorazioni in pizzo policromo, ribattezzate <i>fusion lace</i>, o l&#8217;ispirazione tratta da sontuosi modelli culturali del passato, tra cui i lavori di Emilie Louise Flöge, compagna del pittore Art Nouveau Gustav Klimt. Quella vista a Parigi negli scorsi giorni, sulle passerelle di prȇt &#8211; à &#8211; portér per il prossimo autunno/inverno è stata insomma una delle collezioni più sofisticate, riuscite, entusiasmanti, firmate dal duo creativo Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli, che dal 2007 ormai svolge con successo (e fatturato) crescente il difficile compito di rendere riconoscibile e più che mai attuale lo stile della storica <em>maison</em>. A trasformarla però nell&#8217;evento mediatico maggiormente commentato, fotografato e in parte criticato, durante l&#8217;intera settimana della moda francese, ci ha pensato il divertente colpo di scena orchestrato a sorpresa sul finale: la doppia, irresistibile, uscita ancheggiante sulla passerella di Derek Zoolander e Hansel, alias Ben Stiller e Owen Wilson, i due interpreti della celebre, dissacrante e a tratti demenziale pellicola del 2001 sul mondo della moda <i>Zoolander</i> (di cui Ben Stiller è anche regista, foto allegata). Che, fra gli stessi protagonisti spesso legati a doppio filo al <i>fashion system</i> (Milla Jovovich, ad esempio), comparsate eccellenti di reali <i>celebrities</i> (come Donatella Versace o Lenny Kravitz), e soprattutto le esagerazioni di una trama assurda e sconclusionata, metteva alla berlina la vanità e l&#8217;inconsistenza di certe professioni dell&#8217;ambiente, riuscendo a suo tempo a sbancare i botteghini e a trasformarsi così in un vero e proprio <i>cult movie</i>. E che adesso si prefigge di bissare gli incassi sensazionali di allora con un attesissimo <i>sequel</i> in uscita negli Stati Uniti il prossimo 16 Marzo, per cui la recente sfida a suon di sguardi ammiccanti tra gli improbabili modelli Zoolander e Hansel, vista sulla pedana di Valentino, assume tutto il sapore di un&#8217;azzeccata promozione cinematografica, di certo più efficace di quei continui pellegrinaggi tra una trasmissione tv e l&#8217;altra a cui di frequente sono sottoposti, anche in Italia, gli attori in procinto di debuttare sul grande schermo. C&#8217;è stato, ovviamente, chi ha quasi gridato allo scandalo, per il rischio concreto di offuscare e di far passare in secondo piano, il lavoro indiscutibilmente egregio ammirato in collezione; c&#8217;è stato soprattutto chi ha sottolineato la genialità della trovata, salutandola però come l&#8217;arrivo nel brand di una nuova ventata di freschezza pop, una svolta di necessaria ironia dopo una lunga parentesi serissima. E&#8217; forse a questi ultimi che occorre invece ricordare quanto una simile, spiritosa idea possa essere ricondotta ugualmente al dna e all&#8217;immaginario di Valentino: è stato proprio lui infatti, ad interpretare spassosamente se stesso nell&#8217;altra feroce pellicola sull&#8217;universo della moda che era <i>Il diavolo veste Prada</i> del 2006, sempre lui a farsi inseguire giorno e notte, per anni, dalle telecamere, al fine di comparire con tutti i suoi umanissimi pregi e difetti in quell&#8217;interessante documentario autocelebrativo che è stato <i>The Last Emperor</i> del 2009. Sapersi prendere un po&#8217; in giro, mettersi totalmente in gioco con la propria immagine, utilizzare con furbizia e lungimiranza il linguaggio graffiante del cinema appartiene storicamente a Valentino almeno quanto la femminilità di certe sue creazioni o il suo celebre rosso (peraltro assente questa volta). Perché nella moda tutto può sempre ritornare: perfino quel briciolo di ironia, da mettere talvolta e volentieri a disposizione delle leggi del marketing.</p>
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		<title>Eleganza di plastica</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 15:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Barbie™ in Princess Power &#8211; Movie Trailer (English HD) &#8211; YouTube. Qualcuno però avrebbe potuto avvertirmi, santiddio, come si spiega che certe fondamentali rivoluzioni avvengano proprio lì, sotto il mio naso, e io me ne renda conto invece solo dopo &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3804">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=0Zbvqz0M3cY">Barbie™ in Princess Power &#8211; Movie Trailer (English HD) &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="596" height="364" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/0Zbvqz0M3cY" /><embed width="596" height="364" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/0Zbvqz0M3cY" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno però avrebbe potuto avvertirmi, santiddio, come si spiega che certe fondamentali rivoluzioni avvengano proprio lì, sotto il mio naso, e io me ne renda conto invece solo dopo qualche tempo, magari anche anni, rimanendo così in balìa di quella sgradevole sensazione che il mondo si stia trasformando a poco a poco in un posto da cui rimarrò inesorabilmente escluso? Perché se c&#8217;è una frase che più di altre detesto sentirmi rivolgere è quel &#8220;ma come, non lo sapevi?&#8221; pronunciato poi con il tono mellifluo e irritante di chi ti spiattella in faccia tutta la presunzione di saperne più di te, che vai anche vantando un&#8217;ipotetica pseudocultura da blogger, ruolo che in teoria ti richiederebbe quel costante e necessario aggiornamento su tutte le possibili sfumature dello scibile umano. E invece poi basta ritrovarsi in una movimentata festa di compleanno, mentre ti sforzi di recuperare in testa i nomi degli altri invitati appena conosciuti e che la tua memoria ha già rimosso, sperando che almeno stavolta la forchettina di plastica non si spezzi al primo incontro con la torta millefoglie, e loro, quei tre, quattro bambini presenti, rumorosi quanto un esercito errante, provano d&#8217;un tratto a coinvolgerti nei loro frenetici giochi, mettendoti tra le mani un minuscolo pezzetto di plastica, di difficile identificazione. &#8220;E&#8217; la cacca di Tanner, il cane di Barbie. Non la perdere&#8221; &#8220;Come dici, scusa?&#8221; replico io, &#8220;Sì, è la cacca di Tanner, non è cacca vera, poi gli va rimessa, non la perdere che Emma ne ha già persa una&#8221;. Sorpreso, forse sbigottito, lievemente disgustato, vado alla ricerca della mia amica Chiara, madre dell&#8217;esserino che mi ha improvvisamente illuminato sull&#8217;esistenza del cane spara &#8211; popò, ancora parzialmente conservata nel mio pugno come il più prezioso degli oggetti. &#8220;Tu conosci e acquisti questa roba e non mi dici niente?&#8221; faccio io, &#8220;Guarda che è famosa, hanno fatto anche Barbie con il secchio per raccoglierla&#8221; &#8220;e come, con un sacchettino di plastica rosa?&#8221; &#8220;no, Barbie è sempre elegante, ha il bastone!&#8221;. Barbie è sempre elegante, è questo il punto. Che abbia turbato le vostre infanzie con l&#8217;impossibile desiderio di identificazione nel corpo di una mini-sventolona bionda dalle tette sempre sode e dalle gambe chilometriche e appena snodabili, che abbia per sempre compromesso il vostro buongusto in maniera di arredamento con un&#8217;improbabile mobilia rosa e asettica che avete sognato nelle vostre stesse case per decenni, che vi abbia illuso con il miraggio del ricorrere alla <em>mise</em> adatta e un po&#8217; civettuola per diventare automaticamente astronauta, regina delle nevi, primario o presidente di una nazione, Barbie è un&#8217;icona indiscutibile di stile. Anche quando il crescente senso civico impone che provveda a recuperare i bisogni sbadatamente lasciati in giro dal proprio cane. Anche quando la tamarraggine imperante nei costumi ha offuscato la sua fama in favore di nuovi idoli di plastica, inquietanti, ipertruccati o malvestiti, lei è lì, da oltre 50 anni a ricordarci cos&#8217;è la vera raffinatezza. Anche adesso che la Mattel, proprio in questi giorni, durante la Toy Fair di Norimberga, ha lanciato in pompa magna la sua ultima creatura, la nuova Barbie Princess Power, una supereroina dalla doppia identità in lotta contro i malvagi, personaggio naturalmente accompagnato dall&#8217;uscita di un film di animazione (video allegato) e da un numero forse infinito di gadgets coordinati (operazione a cui siamo del resto abituati), non viene mai meno quella dimensione di irraggiungibile signorilità: una volta tolta la mascherina, come ogni supereroe che si rispetti, Barbie torna alla sua vita ordinaria, quella di una bella e giovane principessa che abita in un castello. Chissà se anche stavolta porterà in giro da sola i suoi nobili cani.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Cattivissimi noi</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jun 2014 09:01:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Maleficent &#8211; Trailer Ufficiale italiano &#124; HD &#8211; YouTube. Ci rimuginavo per l&#8217;appunto l&#8217;altra sera, ma come di frequente accade durante quel percorso sconnesso in cui si muovono le mie, spesso astruse, riflessioni, senza riuscire propriamente a fornire una risposta &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3087">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=2XI4ybpu2k0">Maleficent &#8211; Trailer Ufficiale italiano | HD &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="585" height="413" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/2XI4ybpu2k0" /><embed width="585" height="413" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/2XI4ybpu2k0" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Ci rimuginavo per l&#8217;appunto l&#8217;altra sera, ma come di frequente accade durante quel percorso sconnesso in cui si muovono le mie, spesso astruse, riflessioni, senza riuscire propriamente a fornire una risposta del tutto adeguata come anche solo a dare pace a certi inutili quesiti che continuano così a rimbalzare irrisolti tra le pareti di questa mente bizzarra. E ciò che non finirà mai di stupirmi è che, il più delle volte, a innescare dentro di me infinite e intricate serie di domande, siano normalissimi episodi quotidiani, occasioni superficiali o frivole, situazioni facilmente definibili come ordinarie o banali, sufficienti però a smuovere qualche interrogativo o questione di troppo. D&#8217;accordo, vado al sodo (ma quanto mi piacerà tirarla per le lunghe, eh?): decido, in linea con la mia indifendibile inclinazione al pop, di guardare l&#8217;ultima pellicola della Disney, <em>Maleficent </em>(nel video allegato il trailer), che poi altro non sarebbe che l&#8217;ultima versione per il grande schermo di una delle più celebri fiabe di tutti i tempi, quella della <em>Bella Addormentata</em>, narrata però questa volta da un punto di vista, almeno nelle intenzioni, più originale, quello del cattivo, anzi della cattiva, di turno, la fata Malefica appunto (lo so, pensavate fosse una strega. Anch&#8217;io. No, per quanto non esattamente docile, sempre di fata trattasi. Credetemi). E nonostante un riadattamento estetico del personaggio a dir poco affascinante, che ammanta la protagonista Angelina Jolie di una macabra e spettrale eleganza, regalandole due zigomi geometrici, che la nostra Ferilli parrebbe smunta al confronto, e un&#8217;intrigante collezione di copricapi dalle corna ritorte come solo certe antilopi africane, quella pura cattiveria che ci si aspetterebbe scorrere nelle vene di Malefica viene invece diluita nel film dalla narrazione di una serie di episodi che (non vi anticipo, tranquilli) spiegherebbero le ragioni della sua nota malvagità. Una piccola delusione insomma. Voglio dire: se c&#8217;è un pregio che possiedono le fiabe, tutte, è sempre stato il potere di ridurre i meccanismi della vita alla semplice contrapposizione tra bene e male (a parte la differenza fondamentale che nelle favole sia sempre e solo il bene a trionfare, e vissero tutti felici e contenti) di metterci di fronte, sin da bambini, alla consapevolezza che la cattiveria, il disprezzo, l&#8217;astio siano emozioni realmente esistenti, negli altri come in noi stessi, con cui un giorno dover purtroppo fare i conti. Abbiamo davvero bisogno di giustificare, mitigare, approfondire le ragioni di un&#8217;azione crudele, di un pensiero sprezzante, di un dispetto o di uno sgambetto fatto per il sadico gusto di farlo, tirando invece in ballo una qualsiasi altra motivazione o circostanza passata che sia la vera e recondita causa di certe umane e non proprio edificanti pulsioni? Occorre sul serio trasformare la strega cattiva delle fiabe in una fata dal vissuto traumatico così da poter comprendere meglio e addolcire ogni sentimento più odioso, allontanando dunque da noi l&#8217;idea che si possa semplicemente e intenzionalmente essere talvolta scorretti, immorali, diabolici? Perfino la stessa scienza sembra riabilitare certi comportamenti dettati da un pizzico di perfidia, ai quali dovremmo necessariamente ricorrere per metterci al riparo dalle delusioni in agguato dietro l&#8217;angolo, per garantirci qualche soddisfazione in più nella vita professionale e privata, per scansare infine tutte quelle inutili illusioni che una visione troppo ingenua e ingannevole delle persone e delle situazioni circostanti potrebbe al contrario fornirci (<a href="http://www.staibene.it/psicologia/articoli/single_news/article/la_cattiveria_e_utile_ecco_perche/?refresh_cens">http://www.staibene.it/psicologia/articoli/single_news/article/la_cattiveria_e_utile_ecco_perche/?refresh_cens</a>). Ma prima della sua presunta utilità dovremmo riuscire ad acquisire la consapevolezza della sua innegabile e non sempre giustificabile esistenza. Fingere che la cattiveria di per sé non ci appartenga affatto, questo sì, equivarrebbe a raccontarsi una vera, infondata, favola.</p>
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		<title>Innocenti ossessioni</title>
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		<pubDate>Thu, 08 May 2014 23:11:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giorgio Pasotti &#8220;DIARIO DI UN MANIACO PERBENE&#8221; &#8211; Trailer Ufficiale HD &#8211; Dall&#8217;8 Maggio al Cinema &#8211; YouTube. A stuzzicare la mia, ormai nota, curiosità è stata soprattutto quella scelta singolare del titolo. Con un ossimoro così ben confezionato, forte &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=2946">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Mn1EzkzD65I">Giorgio Pasotti &#8220;DIARIO DI UN MANIACO PERBENE&#8221; &#8211; Trailer Ufficiale HD &#8211; Dall&#8217;8 Maggio al Cinema &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="607" height="392" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Mn1EzkzD65I" /><embed width="607" height="392" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/Mn1EzkzD65I" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">A stuzzicare la mia, ormai nota, curiosità è stata soprattutto quella scelta singolare del titolo. Con un ossimoro così ben confezionato, forte di una stringente e contrastante dualità, a chi come me ha imparato solo con il tempo a convivere, sdrammatizzandone gli effetti, con le proprie ossessive stramberie, quelle parole sembravano infatti fin troppo calzanti per non buttarsi a capofitto nella visione di una storia in cui poter, forse, ritrovare qualche traccia della stessa, imperfetta e rocambolesca, umanità. Aspettativa, questa, che la pellicola in questione, apprezzata e apprezzabile, non delude affatto: perché <em>Diario di un maniaco perbene</em>, primo, fiabesco eppur verosimile lungometraggio di Michele Picchi, proprio in questi giorni nelle nostre sale cinematografiche, è una commedia fresca e rassicurante, che, dosando garbo, tenerezza e ironia, tratteggia uno spaccato di una quotidiana e, allo stesso tempo, speciale esistenza, perennemente in conflitto con le proprie, inevitabili, voragini interiori e il desiderio di non lasciar trasparire all&#8217;esterno le più profonde o lievi incrinature dell&#8217;anima. Quelle, naturalmente, con cui si trova a fare i conti l&#8217;inquieto e stralunato protagonista, Lupo (Giorgio Pasotti), pittore quarantenne travolto da una sotterranea crisi personale e artistica, acuita da un approccio a tratti spiritosamente voyeuristico nei rapporti con il variegato universo femminile che lo circonda e da cui, talvolta, rimane irrimediabilmente turbato. Debolezza che tuttavia non gli impedisce di attirarsi sempre, e in parte di subire, le simpatie e gli apprezzamenti degli altri, invadenti o stravaganti, individui che gli ruotano attorno, a cominciare dai pochi amici, forse sinceri ma non altrettanto disinteressati, passando per una ex ancora asfissiante, preda di un catastrofico vittimismo sociale, fino ai vicini, calorosi e bizzari, tutti in qualche maniera sensibili ai suoi modi fin troppo cordiali e alla sua apparente linearità di condotta. Già, perché solo lo spettatore viene reso partecipe del sottile dramma, se così si può dire, presente nella testa di Lupo, leggibile tra le righe di quel travolgente flusso di pensieri all&#8217;origine di una vita più immaginata che vissuta, imperniata su una continua fuga dalla realtà per supposta inadeguatezza, la stessa che gli fa spesso accarezzare l&#8217;idea di un suicidio plateale, senza mai prenderla veramente in considerazione. Tutto sembra dunque scindersi per contrapporsi o per continuare a viaggiare su binari paralleli: la Roma &#8220;caciarona&#8221; e un po&#8217; becera che il protagonista pare solo apprezzare dall&#8217;alto dei tetti, al rifugio nel suo appartamento sgangherato, i silenzi che seguono la gentilezza di un sorriso e che nascondono invece grovigli di riflessioni, i difetti di un&#8217;identità travagliata, invisibili a chi si ferma alla piacevolezza della superficie e che emergono dirompenti invece nei momenti di piena solitudine. Gli unici tra l&#8217;altro caratterizzati da una necessaria e spiazzante sincerità, altrove unicamente affiorata nel tenero rapporto di Lupo con la nipote, una bambina di nove anni, la sola di fronte a cui il portagonista sembra finalmente non temere l&#8217;eventuale ridicolaggine dei suoi comportamenti. Un film delicato, surreale ma concreto, consigliabile a chiunque, soprattutto a chi crede che nella vita, come in un qualsiasi altro gioco, non si tratti semplicemente di vincere o di perdere ma di provare almeno a imparare le regole.</p>
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		<title>Il genio in un ciak</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Mar 2014 17:46:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2014/03/yves-saint-laurent-de-jalil-lespert-11068594zjtwd_1713.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2704" alt="yves-saint-laurent-de-jalil-lespert-11068594zjtwd_1713" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2014/03/yves-saint-laurent-de-jalil-lespert-11068594zjtwd_1713.jpg" width="620" height="350" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">A soli tre anni dall&#8217;uscita del toccante docufilm <em>L&#8217;amour Fou </em>di Pierre Thoretton, prima opera a rischiarare le ombre di una silenziosa vita privata fatta di passioni brucianti e malinconia, e a quasi sei dalla sua tragica scomparsa (è morto il 1 Giugno del 2008) il cinema torna nuovamente ad occuparsi di uno dei più affascinanti e tormentati talenti della moda contemporanea, Yves Saint Laurent. E lo fa con l&#8217;omonima pellicola di Jalil Lespert, in questi giorni anche nelle sale italiane, già acclamata oltreoceano nei mesi scorsi per la delicata intepretazione del giovane protagonista Pierre Niney e per la sceneggiatura che il regista, di origine algerine come lo stesso <em>couturier</em>, ha scritto con il fondamentale contributo di Pierre Bergé, storico socio in affari, factotum e compagno dello stilista fino alla fine dei suoi giorni. Il risultato è un film raffinato e meticoloso, che al di là della realistica presenza delle creazioni originali dello stesso Saint Laurent e dello scioccante lavoro di immedesimazione compiuto dal bravissimo Niney, riesce a concentrarsi sull&#8217;intenso e travagliato rapporto tra i due, fatto di successi condivisi, liti apocalittiche e tradimenti, in un altalenante equilibrio che deve spesso fare i conti con le nevrosi e i demoni che affliggono l&#8217;anima del <em>couturier.</em> A far da sfondo alla complicata e duratura relazione il racconto dell&#8217;ascesa di un mito, quello dello stilista, chiamato a sostituire, a soli ventuno anni, il proprio maestro Christian Dior, al timone della più prestigiosa, e dunque più ambita, <em>maison </em>di alta moda parigina, tra la pressioni di un compito allettante e gravoso e la maledizione di un talento e di una personalità non sempre facili da gestire. Un ventennio professionale, dal 1956 al 1976, scandito prima dalla scomoda eredità di un ruolo portato avanti con rigore e determinazione e dal lancio poi, nel 1962, della propria etichetta, per la quale Saint Laurent passerà alla storia come uno dei più geniali e innovativi creatori di tutti i tempi. Di sua ideazione infatti alcuni dei capi presenti ancora oggi in ogni guardaroba femminile, dalla sahariana al blazer, dallo smoking al trench, passando per le memorabili collezioni ispirate nei tagli e nei colori ai capolavori di artisti del calibro di Mondrian e Braque, senza dimenticare la straordinaria capacità di tradurre in tendenze sensuali suggestioni etniche tratte dall&#8217;Oriente e dall&#8217;Africa. E poi ancora le intuizioni all&#8217;avanguardia di grande e magnetico comunicatore, lui primo stilista a posare completamente nudo, nel 1971, con addosso soltanto i suoi riconoscibili occhialoni, nel provocatorio scatto in bianco e nero di Jeanloup Sieff realizzato per la campagna, tutt&#8217;oggi copiatissima, del suo primo profumo maschile. Infine la complicità e la delicatezza del suo pacifico e leale rapporto con le donne, spesso amiche e muse, come la mannequin prediletta per la sua bellezza aristocratica, Victoire (Charlotte le Bon), o la profonda stima che lo legò, per decenni, alla sua più stretta collaboratrice e confidente, di reali nobili origini, Loulou de la Falaise (Laura Smert), forse colei che più di ogni altra ha impersonificato quell&#8217;ideale di superba e ricercata eleganza tipico delle sue creazioni. E che oggi finalmente torna a rivivere, sul grande schermo, in tutta la sua dirompente, originale e indimenticabile essenza.</p>
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		<title>Assenza mezza bellezza!</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Mar 2014 11:29:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ferilli]]></category>
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		<category><![CDATA[Oscar]]></category>
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		<description><![CDATA[Spot 30&#8243; di Poltronesofà con Sabrina Ferilli &#8211; YouTube. Questa, con ogni probabilità, sarà la recensione peggiore che vi capiterà di leggere su di una pellicola meritevole in realtà di pareri ben più illustri ed autorevoli, i quali ovviamente, si &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=2574">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=AXCq07X8oro">Spot 30&#8243; di Poltronesofà con Sabrina Ferilli &#8211; YouTube</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><object width="584" height="392" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/AXCq07X8oro" /><embed width="584" height="392" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/AXCq07X8oro" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Questa, con ogni probabilità, sarà la recensione peggiore che vi capiterà di leggere su di una pellicola meritevole in realtà di pareri ben più illustri ed autorevoli, i quali ovviamente, si sono già scomodati al riguardo, non sempre in maniera tenera né unanime a dirla tutta. Ma si sa, i critici, quelli veri, devono per forza (o forse per contratto) sputare un po&#8217; di veleno, pena non essere considerati dei seri professionisti. La differenza (e il vantaggio) nell&#8217;aggiungere qui anche la mia bislacca opinione all&#8217;oceano di reazioni, forse spropositate, che &#8220;La grande bellezza&#8221; di Paolo Sorrentino &#8211; da pochi giorni premio Oscar come miglior film straniero &#8211; ha incredibilmente sollevato, sta nel ribadire, nel caso ce ne fosse bisogno, la natura tutt&#8217;altro che prestigiosa e competente di questo spazio, così come la già declarata frivolezza dell&#8217;autore e la sua colossale (e vergogonosa) ignoranza in materia di cinema. Premesso che non oserei mai addentrarmi nel merito della recente vittoria agli Academy Awards (evidentemente se una giuria di esperti l&#8217;ha decretata, aggiungendolo alla breve lista degli italiani premiati con lo stessi riconoscimento nel tempo, si tratta senza dubbio di un film di qualità, e dovremmo rallegrarcene tutti) l&#8217;avevo già pregustato lo scorso anno al cinema, incuriosito dai commenti contraddittori e dalla critica nettamente divisa in due sul valore stesso dell&#8217;opera di Sorrentino. E ne ero uscito un po&#8217; frastornato: né entusiasta, né disgustato, avevo piuttosto apprezzato l&#8217;inizio energico e roboante, l&#8217;abbagliante minuzia della fotografia, lo sviluppo della storia fin verso la metà, per poi clamorosamente smarrirmi (e a tratti annoiarmi) nella seconda parte. Insomma, l&#8217;avevo liquidato in fretta con un &#8220;Ni. Sì, cioè, forse interessante. Ma non credo di averlo capito del tutto&#8221;. Perché può succedere che una pellicola non ci seduca fino in fondo, o non arrivi a convincerci, ma dovrebbe anche sorgerci il legittimo dubbio che forse non siamo in grado di comprenderla davvero, di coglierne ogni spunto o riferimento, di riconoscerne eventuali citazioni o rimandi. Ma, al solito, è sempre più rapido, comodo, diffuso dar luogo a commenti feroci, come abbiamo visto questi giorni, da esperti improvvisati, che riuscire a fare, talvolta, della sana autocritica. Poi, finalmente, a poca distanza dagli Oscar, la messa in onda de &#8220;La grande bellezza&#8221; in tv, e anche io, che ormai non festeggio più martedì grasso da quando a diciotto anni ammutolii un&#8217;intera discoteca, travestito da ballerina di charleston, come milioni di italiani decido di rimanere a casa per riguardarlo con maggiore e necessario scrupolo.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui la prima sorpresa. Perché non lo ricordavo. O meglio, avevo rimosso tutta la lungaggine della vicenda finale, quella della &#8220;Santa&#8221; e delle presenze inquietanti che le ruotano attorno, compresi i fenicotteri, di cui ancora mi sfugge il profondo significato (nel caso ce ne sia uno!). Ed il motivo era che mentre il film continuava a scorrere, io mi ero fermato a rimuginare sull&#8217;improvvisa, frettolosa e in parte ingiustificata scomparsa del personaggio più accattivante, struggente, vero, dell&#8217;intera storia, quello della spogliarellista Ramona/Sabrina Ferilli. Che in mezzo alla ripugnante antipatia <em>radical chic</em> degli altri ruoli e al restante contorno di squallore mondano, aveva finalmente introdotto una nota di calda umanità, velata di una malinconia fragile e decadente, con cui risultava impossibile non simpatizzare all&#8217;istante. Considerato poi che non si tratta in questo caso della Ferilli popolana ma gioiosa vista in tanti spot (video allegato) o quella in versione sexy e un tantinello <em>trash</em> del famoso <em>strip</em> per lo scudetto della Roma e dei fortunati calendari, ma di una raffinata quanto toccante prova da attrice di sorprendente talento. Ho perfino pensato che l&#8217;inspiegabile morte di Ramona/Sabrina nella trama, che piomba sugli spettatori senza un chiarimento sul suo tragico destino, inserendo magari un fotogramma con una stanza di ospedale o una lapide, che so, anche con una sola lacrima versata da chicchessia, fosse in realtà dovuta a una lite burrascosa con il regista durante la lavorazione del film, che è arrivato così a farla fuori all&#8217;improvviso. Ipotesi che sono tornato a prendere in considerazione vista la sua discutibile assenza, lamentata su tanta stampa dalla stessa Ferilli, alla citata notte degli Oscar (<a href="http://qn.quotidiano.net/spettacoli/cinema/2014/03/03/1033994-oscar-grande-bellezza-ferilli.shtml">http://qn.quotidiano.net/spettacoli/cinema/2014/03/03/1033994-oscar-grande-bellezza-ferilli.shtml</a>). Perché io, Sabrina, alla cerimonia di consegna dell&#8217;ambita statuetta, l&#8217;avrei senz&#8217;altro portata. Primo, per dimostrare agli americani che oltre Sofia Loren (chiamata infatti quindici anni fa per la premiazione di Roberto Benigni) forse qualche altra valida maggiorata nel cinema ce l&#8217;abbiamo ancora. Ma soprattutto perché se &#8220;La grande bellezza&#8221; di cui si parla è chiaramente e volutamente assente in tutto il film di Sorrentino, alla Ferilli va riconosciuto il merito di incarnarne quel poco che c&#8217;è e per cui varrebbe la pena guardarlo.</p>
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		<title>Dolce dolore</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 10:54:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[film]]></category>
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		<description><![CDATA[Miele &#8211; Clip &#8211; Seduzione &#8211; YouTube. L&#8217;unico vantaggio dei fine settimana spesi a fare i conti con i capricci del tempo, aspettando uno spiraglio di sole che forse non giungerà mai (ma non demordi perché è week-end, e il &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=1007">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=H8g6j-JcSTc">Miele &#8211; Clip &#8211; Seduzione &#8211; YouTube</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><object width="583" height="449" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/H8g6j-JcSTc" /><embed width="583" height="449" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/H8g6j-JcSTc" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;unico vantaggio dei fine settimana spesi a fare i conti con i capricci del tempo, aspettando uno spiraglio di sole che forse non giungerà mai (ma non demordi perché è week-end, e il cielo te lo deve) risiede nella capacità di riuscire poi a ignorare il mancato sereno, che riesploderà di sicuro il lunedì, per riappropriarsi invece del piacere delle piccole cose viste come imprese insormontabili durante i giorni lavorativi. Concludere ad esempio, tra un pisolino e l&#8217;altro, quel libro ormai diventato parte dell&#8217;arredo del tuo comodino insieme alla sveglia, pranzare con un panino e un bicchiere di vino (come in &#8220;Felicità&#8221; di Al Bano e Romina) nella graziosa piazzetta di un borgo medievale dove il tempo pare immobile da secoli, sorridere e commuoversi allo stesso tempo, quasi in preda alla schizofrenia, nel buio di una sala, per la visione inaspettata di un ottimo film. Una pellicola che da semplice spettatore vi invito però a guardare, per alcune valide ragioni: 1) è un film italiano, tra l&#8217;altro presentato in questi giorni al Festival di Cannes, una storia toccante, che dietro l&#8217;apparente freddezza di registro arriva ad investirti in pieno come un pugno nello stomaco 2) è il film che segna il debutto dietro alla macchina da presa di Valeria Golino, di cui c&#8217;eravamo già occupati, non come regista, né come attrice, ma come testimonial di una campagna di Greenpeace (e così trovo il modo anche di citarmi nel mio stesso blog, non è fantastico? <a href="http://www.tempiguasti.it/?p=324">http://www.tempiguasti.it/?p=324</a>)  3) è un film che affronta, senza pregiudizi né inutili appelli alla compassione, un tema scomodo, forse l&#8217;ultimo dei temi tabù rimasti nella nostra società, quello dell&#8217;eutanasia. E lo fa attraverso la storia di Irene, ragazza dall&#8217;aspetto rude e quasi mascolino, tutta giacche di pelle, i-pod e sport faticosissimi, divisa tra un minuscolo appartamento sul mare e il resto dell&#8217;Italia, dove si muove con piglio e disinvoltura, per portare il suo lavoro, quasi una rigorosa missione, ai limiti della legalità, quella di porre fine alle sofferenze altrui. Con un nome in codice, Miele appunto, che è l&#8217;opposto della sua ruvidezza e del suo apparente distacco, anche emotivo, da chi la circonda, e che nasconde invece la sua vera fragilità, in procinto di emergere quando incontrerà un uomo deciso, forse più degli altri, a morire. Una pellicola audace, a tratti poetica, spesso giocata su inquadrature sbilanciate ma mai casuali, sul ruolo assordante della musica come fuga o sollievo dalla realtà, sull&#8217;ambiguità materica di superfici lucide, riflettenti o trasparenti (nel video allegato, una scena): a voler ribadire, lungo tutto il film, l&#8217;assenza di una demarcazione netta tra paura e coraggio, tra giusto e sbagliato, tra la vita e la morte.</p>
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		<title>L&#8217;occhio dell&#8217;imperatrice</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Mar 2013 12:50:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Diana Vreeland: The Eye Has To Travel &#8211; OFFICIAL TRAILER &#8211; YouTube. Riduttivo definirlo documentario, impossibile etichettarlo semplicemente come un film. Però vi basti questo: è la cosa migliore che mi sia capitata di vedere da tempo. Diana Vreeland, The &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=637">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=HP3wsNdANhM">Diana Vreeland: The Eye Has To Travel &#8211; OFFICIAL TRAILER &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="591" height="378" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/HP3wsNdANhM" /><embed width="591" height="378" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/HP3wsNdANhM" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Riduttivo definirlo documentario, impossibile etichettarlo semplicemente come un film. Però vi basti questo: è la cosa migliore che mi sia capitata di vedere da tempo. <em>Diana Vreeland, The eye has to travel </em>(anche se nella versione italiana, per una magia quasi incomprensibile, quell&#8217;azzeccata perifrasi &#8220;<em>l&#8217;</em><em>occhio deve viaggiare</em>&#8221; che sigla il titolo originario è stata rimpiazzata da un ben più banale &#8220;<em>l&#8217;imperatrice della moda</em>&#8220;) assume piuttosto le forme, stravaganti e scanzonate, di un ritratto, intimo ma non troppo, della più celebre e celebrata giornalista di moda del Novecento. Nata a Parigi nel 1903 da una famiglia dell&#8217;alta società americana, nel pieno quindi del fermento culturale della <em>Belle Epoque, </em>la Vreeland ha attraversato quasi per intero, con la sua vita mondana e cosmopolita, divisa tra Francia, Londra e New York, con le sue intuizioni geniali, dettate da uno spirito sagace e anticonformista, un secolo di trasformazioni, stili, tendenze. Le stesse che proprio lei ha raccontato per decenni, nelle pagine patinate delle riviste più importanti del settore, <em>Harper&#8217;s Bazaar</em> prima e <em>Vogue</em> poi, radicalmente innovate dal suo contributo e da quell&#8217;invidiabile, unico e riconosciuto talento nell&#8217;individuare, prima della sua esplosione mediatica, il personaggio giusto, la modella giusta, il fenomeno giusto. La Vreeland è infatti colei a cui va riconosciuto il merito di aver consacrato, prima di ogni altra, la fama di artisti come Mick Jagger, i Beatles, Barbra Streisand, Cher, colei che ha lanciato indossatrici come Twiggy, Jean Shrimpton, Veruschka, Marisa Berenson, colei che ha compreso e sottolineato l&#8217;importanza di possedere un&#8217;immagine forte quanto la sostanza, cogliendo ogni volta la profondità dietro la superficie e dandole la forma più adeguata. E proprio come l&#8217;altra grande <em>fashion icon </em>del Novecento, Coco Chanel, sua amica di vecchia data, che si era reinventata per l&#8217;ennesima volta nell&#8217;industria della moda a 70 anni, Diana Vreeland si ritaglia una nuova carriera, quando, licenziata da Vogue perché disposta a spendere troppo per i suoi servizi fotografici, approda nel 1971 come curatrice e consulente tecnico per il Metropolitan Museum di New York. E&#8217; un nuovo trionfo: le sue mostre, seppur prive di quel puro rispetto filologico tipico della storia del costume, richiamano folle di visitatori in quanto coraggiose, atipiche, attuali, come quella allestita nel 1983 e dedicata, circostanza mai verificatasi in precedenza, a uno stilista ancora in vita, Yves Saint Laurent. Il tutto raccontato con un ritmo coinvolgente e incalzante, dato dai filmati di repertorio, estratti da alcune sue irresistibili interviste televisive, in cui la Vreeland mischia divertita realtà e finzione, intervallati da anedotti e testimonianze di stilisti, attori, modelle (c&#8217;è mezzo <em>jet set</em> internazionale) che nel tempo hanno avuto la fortuna e il privilegio di affiancare una donna così vulcanica, irriverente, leggendaria. Un mito, ancor oggi inimitabile.</p>
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		<title>Ma in fondo poi, perché?</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Mar 2013 15:26:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da guardare]]></category>
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		<category><![CDATA[film]]></category>
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		<description><![CDATA[Viva La Libertà &#8211; Trailer Ufficiale &#8211; YouTube. &#8220;Mi aspettavo un tuo post su S. Patrizio. Non eri stato per un po&#8217; in Irlanda?&#8221; &#8220;Ale, domani è la festa del papà, di sicuro avrai già qualcosa in mente per il &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=572">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=dLicMAWhv1k">Viva La Libertà &#8211; Trailer Ufficiale &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="590" height="392" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/dLicMAWhv1k" /><embed width="590" height="392" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/dLicMAWhv1k" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mi aspettavo un tuo post su S. Patrizio. Non eri stato per un po&#8217; in Irlanda?&#8221; &#8220;Ale, domani è la festa del papà, di sicuro avrai già qualcosa in mente per il blog&#8221;. &#8220;Anch&#8217;io come te ho cominciato il countdown per l&#8217;inizio della primavera. E per il tuo pezzo al riguardo&#8221; &#8220;Allora, hai visto questi grillini che combinano, che ne pensi?&#8221; &#8220;Eleggono il nuovo Papa e me lo liquidi così, due paroline e nessun commento acido?&#8221;. Avere dei lettori, pochi (ma non pochissimi) e affezionati, è allo stesso tempo impegnativo e gratificante, ti ripaga degli sforzi fatti per confezionare qualcosa di leggibile e che vorresti stimolante, ma ti richiede subito dopo nuove energie, curiosità, tempo (soprattutto tempo) per tirar fuori un altro argomento, un&#8217;altra storia, un altro post, che ti auguri possa deliziare e far riflettere chi ti segue. E&#8217; in quei momenti, a volte eterni o al contrario rapidissimi, spesi a individuare nell&#8217;oceano di notizie che sguazzano in rete l&#8217;articolo più adatto, l&#8217;avvenimento più intrigante, l&#8217;informazione più appropriata alla natura del tuo blog (che non è di certo il massimo della serietà) e al suo pubblico (variegato, fedele ed esigente&#8230;aggiungerei bellissimo, ma sconfinerei nell&#8217;adulazione sfacciata) che arrivi a porti milioni di domande. Piacerà? Non piacerà? Sarà una delusione? Un successo? E ancora: cosa ne so io e cosa potrei aggiungere? Perchè un intero spazio da gestire cucito a misura su di te è un&#8217;arma a doppio taglio: tu scegli, tu scrivi, tu dai la tua impronta e la tua opinione (già, ad avercene, sempre una!). Facile fin qui. Poi tutto quello che pensi, rielabori, di cui ti appropri dandogli una nuova forma, un nuovo volto rinfrescato dalle tue parole, non diventa solo più tuo: decidi di condividerlo, di esporti, di metterti in gioco, sapendo bene che un po&#8217; di te rimarrà appiccicato addosso a quelle frasi, di fronte alle quali non sai mai come potrà reagire chi sceglie di leggerti. Se sceglierà di leggerti: ecco, magari credi o speri di aver imboccato la strada giusta, e invece, forse è proprio la volta in cui verrai addirittura ignorato e snobbato. Circostanza che, per fortuna, non si è mai verificata, almeno non del tutto; voglio dire, momenti di bassa o scarsissima affluenza ce ne sono stati, ci mancherebbe, di assoluto e mortificante deserto, ancora (e speriamo anche in seguito) no.</p>
<p style="text-align: justify;">E se adesso vi dicessi che non ricordo come sono arrivato qui? Non solo &#8220;qui&#8221; inteso come filo del ragionamento, evidentemente perso diciamo al secondo rigo di questo post e mai più recuperato (perché i miei scritti rivendicano spesso una propria vita autonoma, che li porta a svilupparsi lontano da dove avevo immaginato), ma &#8220;qui&#8221; visto come punto di evoluzione del &#8220;progetto&#8221; blog, che della mia vita recente ne è un po&#8217; lo specchio. Mi trovo a pensarci spesso in questi giorni di frenesia meditativa dovuta al cambio di stagione, quando rimango in attesa degli effetti benefici del sole sulla mia ombrosità, e ottengo invece in regalo una periodica allergia e raffiche infinite di starnuti mattutini, nottate insonni a rigirarmi nel letto come fosse una graticola, improvvisi e catastrofici sbalzi di umore. Perché ho dato vita a un blog, perché seguirlo, aggiornarlo, dedicarmici con quotidiano impegno quando potrei fare altro, distrarmi, uscire, anche solo dormire o scoprire un nuovo interesse, magari insospettabile, tipo per il giardinaggio o la cucina? La risposta, come in genere accade, mi è arrivata mentre facevo altro; la sera dell&#8217;ennesimo giorno di pioggia, trascorso ripiegato su qualche pensiero di troppo, la mia amica Claudia mi propone un film, al cinema, <em>Viva la libertà </em>(nel video allegato il trailer), motivata dal suo debole per Toni Servillo, che ne è il protagonista. Non ne so nulla in proposito, se non che forse lo guardiamo in ritardo sulla tempistica, essendo una pellicola decisamente appropriata al clima elettorale. Mi ricredo: è una commedia amara e universale sulla vita, sull&#8217;illusorietà dei suoi inganni, sulle beffe dei sentimenti. Sulla PASSIONE. Mi piove così d&#8217;un tratto in testa come una tegola la parola che cercavo, la ragione che mi sfuggiva, il motore di tutte le mie scelte passate e le mie azioni presenti, giuste o sbagliate che siano. Il perché di questo blog, del desiderio mai sopito di scrivere, della direzione impressa alla mia esistenza. Di intere giornate, proprio come questa, trascorse barricato dietro a uno schermo a pigiare freneticamente una tastiera, nella speranza che qualcuno legga e apprezzi quanto ho da dire.</p>
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