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	<title> &#187; compleanno</title>
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		<title>Un compleanno esplosivo&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2016 09:36:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/05/tt.php_.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4495" alt="tt.php" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/05/tt.php_.jpg" width="990" height="634" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Al di là delle lecite ma singolari ragioni, non si può non riconoscerle un tempismo quasi perfetto, tanto da far emergere subito il sospetto che una tale, sorprendente, originale, forse anacronistica, decisione, non sia poi così casuale. Perché il recente e sbalorditivo divieto scattato nella città norvegese di Trondheim (la terza del Paese per estensione e popolazione, non un piccolo villaggio medievale di poche anime strette nella morsa del gelo nordico) di proibire lungo le proprie strade l&#8217;affissione di immagini pubblicitarie con modelle desnude, o coperte solo da ridottissimi e sensuali costumi da bagno, cade, guarda caso, proprio a ridosso del 70esimo anniversario dell&#8217;invenzione stessa del bikini. Un compleanno importante, che forse non sarebbe passato in sordina, ma che la solerte e strombazzata delibera comunale della cittadina norvegese, intenzionata a combattere la presunta gravità delle ripercussioni sociali dovute a quei corpi perfetti e/o abbondantemente ritoccati, comunque gratuitamente esibiti, ha riportato ancor più sotto i riflettori, sottolineando ancor&#8217;oggi il potenziale scandaloso di quell&#8217;indumento nato ormai sette decenni fa (proprio come Cher, forse solo più deperibile&#8230;ah, auguri Cher). E se occorre pur ammettere che un simile oscurantismo mediatico aveva già colpito in passato le curve mozzafiato della top Eva Herzigova, o, in anni più recenti, proprio a Milano, il celebre fondoschiena di Belén Rodriguez, giudicati allora colpevoli non tanto della possibile diffusione di un&#8217;immagine negativa del corpo, quanto di poter causare pericolosi tamponamenti agli automobilisti ragionevolmente distratti da tanta ingigantita beltà, resta il fatto che lo storico due pezzi, lungi dal perdere nel tempo la sua prorompente carica seduttiva, in tutte queste storie di ordinaria censura venga ancora incluso fra i maggiori imputati. Aveva visto giusto dunque Louis Réard, il dimenticato sarto francese (liquidato nella maggior parte dei manuali di storia della moda con due righe di circostanza, meno di quanto in genere spetti all&#8217;inglese Mary Quant, inventrice della minigonna) a cui si fa risalire appunto il lancio sul mercato, nel 1946, del primo costume bipartito, a volerlo a tutti i costi ribattezzare <em>Bikini</em> &#8211; proprio come l&#8217;atollo delle Isole Marshall in cui gli americani effettuavano i loro test nucleari &#8211; immaginando così alla perfezione gli effetti di atomico sconquasso che l&#8217;indumento avrebbe provocato nel mondo. Ciò che forse Réard non avrebbe potuto prevedere è quanto invece il cinema abbia contribuito negli anni ad elevare al rango di capo iconico la sua preziosa invenzione, grazie agli indimenticabili due pezzi indossati da Brigitte Bardot (foto allegata) nei film che l&#8217;hanno consacrata al successo -  come <em>E Dio creò la donna </em>del 1956 &#8211; o sulle spiagge di Saint Tropez, passando per la sensualissima Rita Hayworth (non a caso definita l&#8217;atomica) o per Ursula Andress (ricordata, nonostante la discreta carriera sul grande schermo, sempre e soltanto per il suo emergere dalle acque in <em>007 &#8211; Licenza di uccidere</em> con un succinto costumino bianco corredato di cinturone e pugnale). Ma se il solo sentir parlare di bikini, più che alle leggendarie scene cinematografiche o ai corpi flessuosi delle grandi star vi fa pensare all&#8217;imminente (chissà poi quanto, dati i capricci meteorologici di questa primavera) e detestata prova costume, care amiche, avete di che consolarvi: potete sempre contemplare la possibilità, al contrario di noi maschietti, di ricorrere all&#8217;alternativa, certo non ideale per l&#8217;abbronzatura ma almeno esistente e più coprente, del costume intero. Noi uomini (che un sondaggio impietoso ci descrive provvisti di addominali scultorei da esibire solo nel meno del 30% dei casi&#8230;vale a dire che due esemplari su tre possiedono la pancetta, facciamocene una ragione), costretti a mostrare il nostro ventre non sempre tonico sulle spiagge, possiamo al massimo decidere se tirar su l&#8217;elastico di slip o calzoncini vicino all&#8217;ombelico, con quell&#8217;effetto visivo segato di sole al tramonto, o appena sotto, con risultati più simili a un qualche marsupiale. Sempre che non si decida tutti di trascorrere le vacanze altrove, lontani dal mare, oppure in un paese dalle temperature rigide, che so, ad esempio in Norvegia: lì i fisici statuari da ammirare o invidiare sembrerebbero banditi, anche in città.</p>
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		<title>Birthday memories</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2015 08:31:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;Se stavolta è un bastone per i selfie giuro che te lo spezzo sulla testa!&#8221; provo a minacciare, sopraffatto dalle risate, il mio amore, che fedele ad una lunga, personale quanto insana tradizione, allo scoccare puntuale della mezzanotte con cui si inaugura ogni mio sempre più detestato e inevitabile compleanno, possiede la simpatica abitudine di far sbucare dal nulla un piccolo pacchettino artigianale, pensiero apparentemente romantico, se non fosse che il regalo in questione consista in genere in un oggetto pressoché inutile, particolarmente kitsch, mirato insomma a sbeffeggiare le mie numerose manie o pecche, dall&#8217;innegabile vanità leonina (perché fa così comodo incolpare gli astri dei nostri difetti) ai milioni di miei giganteschi e inutili arrovellamenti sul tempo che passa. &#8220;No, non è per i selfie. Ma non ci sei andato lontano. Tanti auguri!&#8221;. E così, mentre nella testa cominciano a farsi spazio le solite, schiaccianti, inquietudini che mi accompagneranno di sicuro per tutta la giornata a venire (un altro anno? ancora? ma i 29 non li avevo già compiuti abbastanza?) mi ritrovo tra le mani come prima, inaspettata e non saprei dire quanto gradita sorpresa, un&#8217;asta telescopica con un minuscolo rastrello metallico fissato alla sommità, in altre parole un &#8220;grattaschiena&#8221;, attrezzo di cui ignoravo perfino l&#8217;esistenza, ma che immagino possa tornarmi utile visto che l&#8217;avanzare degli anni sottrae al corpo agilità ed elasticità muscolare. Ma sì, mi dico, forse ricorrere all&#8217;ironia rimane l&#8217;unico e più salutare metodo per fronteggiare i tormenti che tra poche ore mi assaliranno, quelli che immancabili si ripresenteranno insieme alle candeline da spegnere alla sola idea che anagraficamente starei quasi per rientrare nell&#8217;orribile definizione di &#8220;uomo di mezza età&#8221;, mentre il cervello e la maturità rimangono ahimé quelle di un teenager totalmente impermeabile allo scorrere serrato delle stagioni, e il fisico di recente alleggerito di otto chili comincia invece a mostrare sparsi qua e là piccoli cedimenti strutturali e una silhouette in qualche punto paragonabile a una borsa dell&#8217;acqua calda svuotata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti sforzi poi inutili, intendo quelli fatti per tornare un tantinello un po&#8217; più in forma, perlomeno agli occhi crudeli di mia sorella, che non contenta di aver pubblicato quel giorno sul mio profilo Facebook un vecchio scatto risalente addirittura al mio 5° compleanno, la cui pessima qualità fotografica lo renderebbe forse databile al tardo pleistocene o giù di lì, si è presentata alla cena greca per la mia festa con in dono una raffinata t &#8211; shirt rossa (questo glielo concediamo), dall&#8217;implacabile però dicitura XL ben visibile sull&#8217;etichetta (sgrunt), taglia per di più mai indossata neppure durante i momenti di maggiore dilatazione corporea decretati dalla bilancia e solo da poco superati. Altri momenti piacevoli o memorabili non sono comunque mancati: la quasi totalità della giornata trascorsa al lavoro, leggendo nelle pause un interessantissimo libro sulla body art che tento di portare avanti coprendo come posso, per non svenire, le immagini di artisti dediti a tagliuzzarsi con lamette, interrotta dal pranzo carinamente offertomi per l&#8217;occasione da una collega con cui non ho ancora la confidenza necessaria per confessarle lo sbaglio nello scegliere un&#8217;insalata di riso con troppi ingredienti verdi, che detesto (&#8220;Ma la rucola non la mangi?&#8221; &#8220;No, è che ho i denti radi, poi mi rimane in mezzo!&#8221;), e dalla pioggia incessante di auguri giunta via sms o Whatsapp, a cui ho provato a rispondere il più in fretta possibile sbagliando puntualmente in ogni messaggio parole o icone per deleterio intervento del suggeritore automatico (mi sono partiti in ordine un &#8220;grazie bara&#8221; invece di &#8220;cara&#8221; , un equivocabile &#8220;cicciolina&#8221; invece di &#8220;ciccia&#8221; e l&#8217;emoticon di una cacca al posto di una faccina con un bacio). Preso poi dallo slancio di mostrare la dovuta gratitudine a chi si fosse ricordato della mia festa, dedicandomi qualche minuto del suo tempo, ho anche replicato con un entusiasmo esagerato al &#8220;tanti auguri&#8221; di una mendicante incrociata per caso in strada, credendo lì per lì che fosse venuta in qualche modo a conoscenza del mio compleanno. Vabbé, dicono che ogni anno che passa sia comunque una conquista: la mia lucidità mentale non sembra essere troppo d&#8217;accordo.</p>
<p style="text-align: justify;">P.s. Il grattaschiena giace adesso sul mio comodino, in compagnia di un poggia-occhiali a forma di profilo umano, regalatomi il giorno seguente dalla mia collega Stella, che ha detto di averlo visto e pensato subito a me. In effetti, se si esclude il verde tiffany del materiale con cui è realizzato, dimensione e andatura discendente sono proprio identiche a quelle del mio naso. Comincio anche a pensare che abbia soffiato l&#8217;idea al mio amore per il suo pensiero del prossimo anno.</p>
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		<title>Inno alla M(ed)usa</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2015 12:54:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2015/05/Riccardo-Tisci-Donatella-Versace.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4053" alt="Riccardo Tisci Donatella Versace" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2015/05/Riccardo-Tisci-Donatella-Versace.jpg" width="654" height="411" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Difficile immaginare un regalo più sorprendente per festeggiare i propri 60 anni, considerevole traguardo raggiunto, non proprio in sordina, soltanto lo scorso 2 Maggio, dalla più bionda, discussa e tenace icona della moda internazionale, Donatella Versace. Eppure sua signora del platino abbagliante e della più sfacciata trasgressione in passerella, erede, suo malgrado, di quel barocco e controverso impero stilistico costruito sin dalla fine degli anni &#8217;70 grazie alla genialità del fratello Gianni (tristemente assassinato nel 1997) ci ha così da tempo abituati alla costante frenesia delle sue altalenanti vicende private e professionali, che rimanere di nuovo spiazzati dall&#8217;eco di certe nuove e sbalorditive trovate sembrerebbe ormai quasi impossibile. Eccezion fatta per quello scatto firmato Mert &amp; Marcus lasciato trapelare sul proprio account Instagram da Riccardo Tisci (foto allegata) e che ritrae proprio l&#8217;italianissimo designer, da una decina d&#8217;anni al timone della storica maison Givenchy, teneramente appoggiato alla Versace, scelta dunque come singolare testimonial della sua prossima campagna autunno/inverno. Una decisione che non solo si pone al di là di ogni più ragionevole consuetudine esistente nel <em>fashion system </em> -  uno stilista affermato che posa per un&#8217;altra casa di moda francamente non si era mai visto &#8211; ma che rappresenta anche una piccola rivoluzione sul piano estetico per la stessa Givenchy, tradizionalmente associabile al fascino raffinato e discreto di dive del passato come Audrey Hepburn. E che adesso scommette invece sull&#8217;originale e naturalmente platinata presenza della Versace, riconoscendole più che mai il valore trentennale del suo innegabile ruolo di icona <em>ante litteram</em> e <em>sui generis</em>, in un&#8217;operazione dettata forse anche da sincera amicizia, oltre che da ovvie ragione di marketing, e che assume tutti i contorni di un gradito e spassionato omaggio, al quale vogliamo unirci. Perché Donatella Versace non potrà mai forse essere indicata come un esempio calzante di eleganza <em>tout &#8211; court - </em> troppi tacchi, troppo attillata, insomma sempre troppa &#8211; diventando poi spesso un facile bersaglio su cui scagliarsi per quell&#8217;eccessiva e deleteria smania di ritocchini, ma è al contempo una donna a cui non sono mai mancate abbondanti scorte di coraggio e di vera umiltà. Per aver riconosciuto sempre di non possedere neanche la metà del talento del fratello ma senza per questo aver indietreggiato di fronte alla gravità dei suoi faticosi compiti, per non aver mai nascosto pubblicamente tutte le proprie fragilità e i propri disastrosi errori e per essere comunque riuscita ogni volta, caparbiamente, a rialzarsi. Una musa guerriera a cui si perdona anche l&#8217;aver recentemente abbandonato, sul red carpet del Met Gala di New York, lo scorso 4 Maggio, quella sua nota sfumatura accecante di biondo in favore di una <em>nuance</em> da serigrafia warholiana e l&#8217;aver inguainato nella stessa occasione l&#8217;esplosiva Jennifer Lopez in un abito piuttosto improbabile che farebbe sembrare qualsiasi altra donna dai fianchi mediterranei un insaccato appeso in macelleria. Peccatucci in grado di commettere solo lei, l&#8217;unica nostra diva di nome Donatella, o comunque la prima a comparire, in un qualsiasi motore di ricerca, ben al di sopra di quella coppia di cantanti semisconosciute da reality show.</p>
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		<title>Non c&#8217;è due&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 10:03:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[▶ Propellerheads feat: Miss Shirley Bassey &#8211; History Repeating &#8211; YouTube. Senza tre, ovviamente, che, se volessi esordire facendo l&#8217;antipatico puntigliosetto, corrisponderebbe al terzo anno cominciato, da poche ore, molto prima che me ne rendessi del tutto conto e che, &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3703">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=yzLT6_TQmq8">▶ Propellerheads feat: Miss Shirley Bassey &#8211; History Repeating &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="583" height="420" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/yzLT6_TQmq8" /><embed width="583" height="420" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/yzLT6_TQmq8" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Senza tre, ovviamente, che, se volessi esordire facendo l&#8217;antipatico puntigliosetto, corrisponderebbe al terzo anno cominciato, da poche ore, molto prima che me ne rendessi del tutto conto e che, come al solito, riuscissi a individuare l&#8217;ennesimo, insensato, argomento da trattare in questo post (per fortuna una bella data da festeggiare, inzeppata al momento giusto, può riuscire, come in passato, a tamponare senza troppi sforzi i miei ricorrenti blocchi creativi). Ora, su quell&#8217;altrettanto celebre e conseguente &#8220;quattro vien da sé&#8221; ecco, non me la sentirei proprio di garantire al momento, che già mi pare un miracolo l&#8217;esser sopravvissuto, più o meno indenne, mediaticamente parlando, ai 730 giorni esatti di permanenza di questa pagina astrusa, incorniciata sin dall&#8217;inizio dalla mia inequivocabile pelata e rimasta non so come a galla nel mare magnum di internet, annaspando in compagnia di milioni di ben più riusciti e ammiratissimi blog che, al contrario, viaggiano a vele spiegate, sfiorando il mio arrangiato progettuccio amatoriale, la mia piccola e resistente zattera online, finora, a dire il vero, mai sul punto di un definitivo e drammatico naufragio. Il tutto, naturalmente, grazie all&#8217;inimmaginabile e assai soddisfacente numero di visitatori che hanno trovato il tempo, la voglia e il coraggio di soffermarsi, anche se con fretta o distrazione, a leggere la sconclusionatezza imperante nei miei puntuali racconti settimanali sulla mia quotidianità da finto 29enne, le mie criticabili e strampalate osservazioni da quattro soldi, motivate da un&#8217;infondata e ambiziosa &#8220;pseudonniscienza&#8221; di musica, cinema e tv (immancabilmente concluse con divagazioni sull&#8217;unico vero mondo che mi è congeniale, quello pop) le mie parentesi saltuarie sull&#8217;universo della moda, prima, vera e insostituibile passione, il solo campo su cui possa vantare un minimo di cultura, insufficiente però a prendere forma ogni giorno, sul mio corpo, nell&#8217;abbinamento corretto tra camicia, maglione e pantaloni (e vi evito la descrizione della tenuta di oggi, un tripudio di fantasie e colori da psicopatico temporaneamente in libertà).</p>
<p style="text-align: justify;">26.477: questo il numero esatto, al momento (lo so, avevamo detto niente più puntualizzazioni da precisino ossessivo, ma la cifra è così esorbitante, ai miei occhi, che non posso fare a meno di riportarla) dei diversi utenti, sparsi in tutto il mondo, che almeno una volta, si sono presi la briga di concedersi una passeggiata (spero) rilassante tra l&#8217;insensatezza delle mie parole, riuscendo così a far salire le letture dei 200 post pubblicati in questi primi 2 anni di vita del blog al traguardo record di quasi 50.000 visualizzazioni (a raggiungimento avvenuto scatta il brindisi, tenetevi pronti, manca poco). Potessi, verrei ovunque, dall&#8217;Alaska alla Nuova Zelanda, da dove ogni tanto mi sbucate (a proposito, tizio che ogni giorno mi compari da Taiwan, parliamone: qual è il tuo problema? non riesci a digitare un altro indirizzo? il tuo Paese esercita una censura oppressiva su tutti gli altri siti? sei un hacker alle prime armi che non è in grado di riconoscere i blogger veramente seguiti?) per ringraziarvi ed abbracciarvi tutti, di persona, uno ad uno, con tanto di bacetto su entrambe le guance e ogni altra più smielata dimostrazione di affetto e riconoscenza, ricambiando così la fiducia e la stima che mi avete, in tutto questo tempo, inaspettatamente dimostrato (e scroccando, perché no, un&#8217;ospitata in qualche zona del pianeta che ancora non sono riuscito a visitare: ma quanto sarà opportunista il vostro amato blogger, eh?).</p>
<p style="text-align: justify;">Colgo l&#8217;occasione per estendere naturalmente la mia enorme gratitudine ai tanti, troppi, che, loro malgrado, si sono trovati spesso coinvolti nelle mie bizzarre narrazioni, dal mio amore che scuote ogni volta la testa, coprendosi con la mano il suo sorriso irrefrenabile, di fronte all&#8217;assurdità dei miei pezzi, alla mia famiglia che più spesso, nel fare lo stesso, scuote la testa e basta, a tutti i preziosissimi e affidabili amici che hanno dato e continuano a dare un senso a questo progetto, fino a quel paio di persone incrociate in questi ultimi mesi per lavoro e che in fase di presentazione mi hanno accolto con un &#8220;ah, ma tu sei quello del blog?&#8221;, facendomi così sentire di colpo al settimo cielo. Grazie anche a chi, seppur inconsapevolmente, mi fornisce ogni volta lo spunto per delle riflessioni scriteriate che mi costringono ad annotare al volo, magari sul tovagliolino stracciato del posto in cui sto pranzando, quelle indispensabili parole rubate alle loro conversazioni, a chi, quando mi è accanto, bisbiglia sommessamente qualcosa alle orecchie degli altri e poi mi si rivolge a muso duro con un &#8220;no, a te non lo dico, poi lo scrivi sul blog&#8221;, per finire a chi, come Arianna, fondamentale e spassoso supporto in questo mio imprevisto soggiorno milanese, mi rimarrebbe giustamente offesa se provassi a non nominarla esplicitamente neanche stavolta (come se comparire su questo attrezzo fosse chissà quale privilegio od onore), a chi ha trovato soprattutto il tempo di lasciarmi due apprezzatissime parole di commento o di critica a gran parte dei miei post. Per tutti voi, quella stessa Shirley Bassey di <i>Where do I begin</i> con cui avevamo inaugurato, ormai due anni fa, questo pagina scombinata, tra la comprensibile e mai placata ansia iniziale, sollevata dall&#8217;allora necessario quesito &#8220;e ora, da dove comincio?&#8221;, ve la allego adesso in regalo come interprete di <i>History Repeating</i>: una storia che andando avanti si ripete, proprio come la nostra, qua sopra, già da due anni, solo grazie al vostro più caloroso e sincero supporto. Grazie ancora.</p>
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		<title>Mostruosi ricordi!</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Sep 2014 13:24:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[The Addams Family TV Show Opening 1964 &#8211; YouTube. Nella convulsa quotidianità di un adulto, definzione che in base a quella cifra incontestabile presente alla voce &#8220;data di nascita&#8221; sulla carta d&#8217;identità dovrebbe inculdere anche me, trovarsi a ripescare occasionalmente &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3413">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=gFD7KGBUtKI">The Addams Family TV Show Opening 1964 &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="586" height="378" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/gFD7KGBUtKI" /><embed width="586" height="378" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/gFD7KGBUtKI" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Nella convulsa quotidianità di un adulto, definzione che in base a quella cifra incontestabile presente alla voce &#8220;data di nascita&#8221; sulla carta d&#8217;identità dovrebbe inculdere anche me, trovarsi a ripescare occasionalmente nella testa i ricordi un po&#8217; offuscati della propria infanzia rappresenta in molti casi un piacevole e non sempre pianificabile passatempo, una distrazione placida e imprevista in cui immergersi quando la memoria ti coglie di sorpresa divertendosi a spalancare a casaccio alcune finestre sul tuo vissuto. Naturalmente è così anche per me: quel misto di tenerezza e imbarazzo che mi provoca rievocare la mia immagine di bambino perennemente sbrindellato, sudacchiato, un po&#8217; selvatico, che rientrava a casa solo quando era impossibile continuare a ignorare i richiami via via più minacciosi di mia madre alla finestra, con i calzoni della tuta sempre macchiati d&#8217;erba e un&#8217;immancabile crosta di sangue al ginocchio sinistro, di cui conservo una simpatica cicatrice ancora oggi, si accompagna all&#8217;enigma mai risolto di come abbia fatto a trasformarmi negli anni in un esemplare di persona oggi comunemente ritenuta mite e piuttosto affidabile. Non che fossi un tipino poi così irrequieto e scavezzacollo: ma dietro quell&#8217;apparenza calma e assenata, frutto di un&#8217;indole quasi timida e di un rendimento scolastico medio &#8211; alto, dovuto al dono provvidenziale di una memoria da elefante che mi ha sempre garantito buoni risultati con il minimo sforzo, rimaneva da gestire un&#8217;energia anche fisica che talvolta finiva per essere incanalata in pericolosi svaghi, dal salire appena possibile sugli alberi nei giardini all&#8217;eseguire ovunque capriole e giravolte rischiose, con un&#8217;agilità poi purtroppo svanita chissà dove. Questo per chiarire maggiormente quale trauma possa aver rappresentato per me affrontare a circa 8 anni, di fronte a una platea di altri classi semiannoiate, il mio primo e unico ruolo ottenuto in una recita scolastica, la sola che le mie insegnanti ci permisero di mettere in scena, giustificando la propria evidente incapacità di tenerci a bada in simili occasioni con un banale &#8220;sono troppo vivaci&#8221;. Per di più, invece di legare l&#8217;evento, come da consuetudine, alla sentita tradizione religiosa, che prevedeva l&#8217;allestimento di uno spettacolino amatoriale verso Natale o Pasqua, con bambini in vesti rabberciate a mo&#8217; di angioletti, pulcini, fiocchi di neve o fiorellini, le mie maestre, dimostrando senza dubbio originalità e un senso dell&#8217;umorismo un tantinello lugubre, decisero, forse ambiziosamente, di farci addirittura cimentare nella <em>Famiglia Addams</em>, il celebre telefilm che proprio questi giorni va compiendo 50 anni dalla sua prima messa in onda negli States (nel video, la sigla originale). E dato che Stefania, la mia compagna di classe colpevole di avermi dimostrato con troppo entusiasmo la sua cotta colpendomi con una sedia dritto sulla testa, era stata ritenuta perfetta per la parte di Morticia, ma un mio eventuale affiancamento nei panni di Gomez avrebbe messo a rischio ancora una volta la mia incolumità e i nervi già provati delle insegnanti, la soluzione migliore fu quella di tenermi a debita distanza da lei assegnandomi il ruolo assai gratificante di, udite udite, Mano. Il che significò che per tutto il tempo delle prove così come per la durata stessa della recita, percepita come infinita, sarei dovuto rimanermene accovacciato e quatto quatto sotto alcuni banchi accostati, coperti da una polverosissima tovaglia bordeaux con le nappe, sistemata per nascondere l&#8217;apertura strategica da cui avrei far dovuto fuoriuscire la mia mano che faceva così la sua magica comparsa sbucando da una scatola di scarpe ridipinta. Un gran debutto artistico, non c&#8217;è che dire. L&#8217;unica consolazione era sapere (perché di riuscire a vedere qualcun altro, là sotto, non se ne parlava) che &#8220;sul palco&#8221; ci fossero altri compagni ancor più pubblicamente ridicolizzati: Merygiusy (mi pare si scrivesse così) ad esempio, a causa dei suoi lunghi capelli lisci color miele, fu scelta per impersonare il cugino It e costretta dunque a recitare in ginocchio, di spalle al pubblico, con un paio di occhiali da sole indossati al contrario sulla nuca. Emanuela, data la sua corporatura gracile e il faccino pallido perennemente imbronciato, divenne, con pochi piccoli accorgimenti, una copia quasi fedele di Mercoledì, e dunque poi condannata a fare i conti con quel cupo soprannome per alcuni anni a venire. Perché va precisato: uno dei motivi per cui tutti ricordiamo volentieri il telefilm, oltre al quell&#8217;efficace humour nero e alla stravaganza di vicende, dalle quali nei primi anni &#8217;90 è stata tratta una riuscita versione cinematografica e adesso anche un musical, è per averci soprattutto fornito un noto e riconoscibile campionario di tipi fisici e relativi nomignoli con cui etichettare o sbeffeggiare chicchessia. Quello che ho pensato proprio qualche giorno fa quando ho dovuto rinnovare il mio tesserino di accompagnatore turistico: una rapida occhiata alla nuova foto, ed ecco che la mia infanzia traumatica di Mano ha lasciato adesso il posto ad una più spettrale maturità da zio Fester.</p>
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		<title>Save the King</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jul 2014 21:10:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2014/07/giorgio-armani-con-la-storica-tshirt-blu.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3192" alt="Italian fashion designer Giorgio Armani" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2014/07/giorgio-armani-con-la-storica-tshirt-blu.jpg" width="3600" height="2400" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Abituati come siamo, ormai da tempo, a fuggire a gambe levate dall&#8217;idea che gli anni trascorsi possano lasciare il loro segno indelebile sui nostri corpi, a prolungare con massacranti attività sportive e altri criticabili artifici la nostra giovanile freschezza destinata comunque a scemare, a considerare con ingiustificata leggerezza i 50 i nuovi 30, i 40 ancora degni delle follie da ventenni, i 60 un&#8217;età in cui potersi sentire comunque vitali e scattanti come ragazzini, non resterebbe che rimandare quell&#8217;odiosa fase della vita, una volta definita &#8220;vecchiaia&#8221;, ad un traguardo importante e per tutti auspicabile come gli 80. In teoria, perché nella pratica, e il personaggio di cui stiamo per parlare ne è la prova inconfutabile, il concentrarsi di tutte quelle primavere sulle spalle non coincide più con l&#8217;immagine stereotipata della signora da aiutare con le buste della spesa ad attraversare la strada, ma si è trasformato di diritto nell&#8217;ultimo tabù infranto da uno stuolo di ottuagenari innegabilmente dinamici, in forma strepitosa, perché no, ancora piacevoli o attraenti. Capofila indiscusso di questo dirompente nuovo approccio alla terza età è il nostro celebre e ammiratissimo Giorgio Armani, che a pochi giorni dal suo ottantesimo compleanno (è nato l&#8217;11 Luglio del 1934) rimane forse l&#8217;unico esemplare sulla faccia della terra a potersi ancora permettere di uscire in passerella per ricevere gli applausi con la sua semplice e immancabile t-shirt blu, quando invece la maggior parte dei suoi coetanei si è rassegnata da decenni a nascondere braccia e bicipiti in macerie con capi più coprenti o mortificanti. Di certo rimane uno dei pochissimi volti noti a cui viene concesso il raro lusso di sbilanciarsi in pubblico in dichiarazioni qua e là pennellate di veleno (l&#8217;ultimo bacchettato il nostro premier twitter-dipendente Matteo Renzi, definito dallo stilista &#8220;rotondetto&#8221; e non esattamente elegante) senza che ciò venga imputato ad un improvviso e preoccupante &#8220;colpetto&#8221; alla testa, giustificabile in ogni caso con gli anni. Soprattutto una personalità che non è mai a sproposito o trita retorica definire infinitamente talentuosa, carismatica e influente e che occorrerebbe, anche promuovendo un referendum se ce ne fosse il bisogno, salvaguardare o elevare al rango di bene o monumento nazionale, lui, ultimo e ancor oggi attivissimo esponente di un&#8217;epoca irripetibile di geniali protagonisti della moda su cui ha furoreggiato e primeggiato, talvolta tiranneggiato, in barba a quel blando e infalzionatissimo appellattivo a cui ricorre tanta stampa priva di fantasia nel definirlo banalmente &#8220;Re Giorgio&#8221;. Più ammirato e idolatrato di un qualsiasi sovrano terrestre infatti, più imitato e duraturo di tutte le fugaci icone del settore che spariscono al ritmo di rapide meteore, più popolare e globale di ogni altro marchio o etichetta esistente sul nostro pianeta senza mai risultarne da ciò altrettanto svilito, il nome di Armani è sinonimo nonché garanzia di eleganza inarrivabile, estrema raffinatezza, suprema ricercatezza, come l&#8217;unico rifugio o porto sicuro a cui si approda in cerca della superba semplicità di una classe straordinaria e inconfondibile. E&#8217; piuttosto un impero il suo, costruito con capacità e determinazione, con la lungimiranza di intuizioni capaci di resistere agli scossoni del tempo, alle troppe concessioni al cattivo gusto che immancabilmente s&#8217;insinuano nel linguaggio della moda, alle piccole rivoluzioni nei canoni dell&#8217;abbigliamento incapaci però di competere con la sua radicale e innovativa visione nella creazione di un proprio, ineguagliabile, stile. Che, di sicuro, fra 80 anni saremo ancora qui a ricordare, lodare e  festeggiare. Tanti auguri.</p>
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		<title>&#8220;Anta&#8221; e ancora incanta!</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jan 2014 18:30:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2014/01/kate-moss-playboy-800x439.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2160" alt="kate-moss-playboy-800x439" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2014/01/kate-moss-playboy-800x439.jpg" width="800" height="439" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Prima considerazione che mi viene in mente: certo che negli anni deve essersi presa un sacco di rivincite! Perché forse all&#8217;epoca eravate troppo giovani o forse la vostra memoria, giustamente, seleziona informazioni più importanti che le aspre critiche lette due decenni or sono sulle (allora molte meno) riviste di moda, ma quando all&#8217;inizio degli anni &#8217;90, sbucò fuori, quasi dal nulla, una piccola inglesina, destinata a rivoluzionare i canoni estetici di un&#8217;intera categoria professionale, quella delle top model, così come il concetto stesso di bellezza, furono tutt&#8217;altro che teneri con lei. Lei è naturalmente Kate Moss, supermodel dalla fama planetaria e dalla vita privata turbolenta, che dal suo debutto avvenuto in età adolescenziale, grazie all&#8217;occhio di Sarah Doukas dell&#8217;agenzia Storm che la mise sotto contratto a soli 14 anni, ha collezionato amori celebri e tormentati (i più noti con l&#8217;attore Johnny Depp e il cantante maledetto Pete Doherty), è comparsa su oltre 300 diverse copertine di magazine, in un numero impressionante di campagne fotografiche e passerelle, senza tralasciare videoclip musicali (di Elton John, George Michael e White Stripes, tanto per dire), e guadagnando cifre che ancora oggi si aggirano sui 10 milioni di dollari l&#8217;anno (spicciolo più, spicciolo meno). E chissà dove sono finiti adesso o cosa penseranno tutti coloro che agli esordi, quando Kate posava in esclusiva per Calvin Klein o Gianni Versace, scrissero fiumi di insulti e di cattiverie su di lei, oggi splendida 40enne, (è nata il 16 Gennaio del 1974), non risparmiandole frasi del tipo &#8220;ha le gambe arcuate e gli occhi distanti&#8221; &#8220;è troppo piccola, troppo magra, un sensuale mucchietto di ossa&#8221; &#8220;farla sfilare tra Christy e Naomi è uno sbaglio&#8221;, e via dicendo. Certo, nel momento della sua comparsa, il mondo della moda guardava piuttosto alle forme generose e all&#8217;altezza da valchiria di Claudia Schiffer e di Cindy Crawford: Kate, con il suo fisico minuto (167 cm di altezza, 86 &#8211; 63 &#8211; 89 le sue misure), con quei canini un po&#8217; sporgenti che intaccavano la regolarità del suo sorriso, quel leggero strabismo di Venere che rendeva il suo sguardo nelle foto perennemente languido, rappresentava al contrario un&#8217;anomalia, una rarità, un&#8217;eccezione. Una bellezza ambigua e del tutto nuova, un assoluto concentrato di femminilità e fragilità, un primo scossone al voluto mito irraggiungibile delle top model, che spalancherà invece le porte del <em>fashion &#8211; system</em> all&#8217;imperfetto, all&#8217;inusuale, al non omologato. Facendo la sua fortuna: capofila delle top &#8220;diverse ma interessanti&#8221;, è stata l&#8217;unica a resistere nel tempo ai cambiamenti di immagine e di gusti che decretavano la fine del successo altrui,  reggendo così perfino di fronte all&#8217;urto delle più diverse accuse (come quella di anoressia) e di gravi scandali (non ultimo, quello dell&#8217;uso di cocaina che la investì nel 2005). Risorgendo ogni volta dalle sue stesse ceneri e rilanciando, prima che una carriera, se stessa, come unica, indiscussa, icona della moda. Appellativo per la prima volta datole nell&#8217;Agosto del 1994 dall&#8217;allora direttore di Vogue UK, che la volle a tutti i costi in prima pagina, designandola, senza troppi giri di parole, come <em>a modern icon</em>. Oggi, a 20 anni di distanza da quel traguardo, Kate furoreggia ancora su di una copertina, quella di Playboy, immortalata come sexy coniglietta dall&#8217;obiettivo di Mert &amp; Marcus (foto allegata), per il 60esimo anniversario della rivista. Un unico regalo per un doppio compleanno: con buona pace dei suoi numerosi detrattori o di chi ritiene che a 40 anni ci si possa unicamente concedere un trattamento per le smagliature o un ritocchino al volto. Happy birthday Kate!</p>
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		<title>La prima candelina</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Dec 2013 13:01:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;Sembra soltanto ieri&#8221; non mi pare l&#8217;incipit adeguato. Innanzitutto perché sarebbe di un&#8217;evidente e mostruosa banalità, caratteristica che in questo primo anno da blogger ho cercato di rifuggire il più possibile (non sempre riuscendoci, a dire il vero). In secondo luogo perché, dal 19 Dicembre 2012, data memorabile che ha visto nascere questo personalissimo e strampalato progetto, a me non sembra affatto trascorso soltanto un giorno, ma una vita intera. Anzi, vi dirò di più, a volte ho l&#8217;impressione che nella mia vita recente non abbia fatto altro: perché scrivere qui sopra per dodici lunghi mesi (con una frequenza bislacca, lo so, alternata a brevi fughe e momenti di piattezza) affidare ai miei primi 120 post (120 esatti) i pensieri, le emozioni e le vicende più varie e bizzarre succedutesi in questo anno, trovare il tempo di leggere e commentare (e apprezzare) le vostre risposte, è diventato molto di più che un piacevole appuntamento, un vero e proprio impegno continuo e gratificante, quasi un chiodo fisso. E sono io il primo a sorprendermi di aver resistito un anno, perché da persona incostante, discontinua nelle proprie passioni, perennemente di corsa dietro a fuochi di paglia, avevo aperto questo spazio online senza pensare minimamente quanto e come sarei andato avanti, se avrei trovato lo stimolo e le energie per farlo, se la delusione, la pigrizia, il tran tran quotidiano avrebbero definitivamente arrestato la mie velleità di tuttologo da strapazzo. Fatto sta che non è successo (e non saprei dire se sia un bene o male) e oggi, a 365 giorni esatti dalla pubblicazione di quel primo post che avevo scritto in pochi minuti e che aveva già caratterizzato come insensata valvola di sfogo il volto del mio blog, rimango deciso più che mai a proseguire. Merito (o colpa, se vogliamo) dei quasi 11.000 diversi utenti che hanno deciso, spinti chissà da quale discutibile impulso, di seguire, più o meno costantemente, i miei sproloqui virtuali e le mie, assai frivole, considerazioni: una folla affezionata ed eterogenea (a tratti masochista), un numero esorbitante di lettori che un anno fa non avrei neanche lontanamente immaginato di raggiungere, e che ci tengo a ringraziare con tutto il cuore (e che da oggi può continuare anche a seguirmi sul mio nuovo account Twitter, @AleTempiGuasti, sempre che riesca a capire come funzioni).</p>
<p style="text-align: justify;">Permettetemi perciò ancora di annoiarvi con degli ulteriori, doverosi, ringraziamenti. Grazie al mio pazientissimo amore, che si irrita solo a sentirsi definirsi tale su questo blog e che troppo spesso, a suo avviso, chiamo in causa nei miei racconti (e che si è degnato di manifestarsi solo in un paio di striminziti commenti). Grazie alla mia famiglia, i miei genitori e mia sorella, che mi offrono di frequente, inconsapevolmente, materiale prezioso a cui attingere per il contenuto dei miei post. Grazie a Valentina, insostituibile e fondamentale supporto tecnico nella gestione pratica di questo blog, con cui troppe volte mi sono scontrato. Grazie a Carla e massiva006, i miei commentatori più fedeli, che, ci tengo a chiarire, non ricevono alcun compenso per l&#8217;assiduità dei loro interventi. Grazie a Giuseppe che mi scrive subito dopo la pubblicazione di ogni post segnalandomi errori (anche grammaticali) e refusi e mi evita così la figuraccia dell&#8217;ignorante. Grazie a Claudia, che è comparsa in ben tre dei miei diversi pezzi, sintomo preoccupante che la nostra frequentazione sia diventata un&#8217;amicizia a tutti gli effetti. Grazie a Serena, Loredana, Giulia, Annarita e Sara, che condividono con una rapidità da guinness i link del mio blog che vado spargendo come volantini su ogni social a cui sono iscritto. Grazie a Silvia, alias lascottotour, che è l&#8217;unica a cui abbia censurato alcuni commenti (e sai bene il perché). Grazie ad Andrea, che sua moglie Chiara obbliga a leggere questa pagina ad ogni nuovo aggiornamento (anzi, forse sarebbe meglio ringraziare Chiara). Grazie a Caterina, che costringe i suoi studenti (in cambio di qualcosa?) a votarmi nel concorso di Grazia.it a cui sono iscritto. Grazie ad Ilaria, che quando va in vacanza, senza avere internet, si stampa in anticipo i miei post per poi poterli leggere in tranquillità (no, dico, ti rendi conto?). Grazie ad Antonino, che tenta, invano, di convincermi a girare dei video, perché nei miei scritti teme che io possa apparire più presuntuoso che nella realtà. Grazie a Gabriella, a cui va il premio &#8220;reazione inaspettata&#8221; per aver un giorno voltato le spalle e abbandonato il pc dopo la lettura di un mio post. Grazie a Martina, che so esporsi con difficoltà qui sopra, ma che non rinuncia comunque a farlo. Grazie a Chiara, Simona e Paola per i loro complimenti e le loro affettuose e.mail. Grazie a Roberto, che avevo salutato con la promessa che avremmo prima o poi collaborato, ma che l&#8217;impegno, sempre crescente, di questo blog, ce l&#8217;ha, al momento, impedito. Grazie ad Adriana, Daniele, Elena, Eleonora, Enrica, Fabiana, France, Fruffrù, Monica, Raffaele, Stefano, Viola e tutti gli altri miei commentatori, qualcuno dei quali avrò sicuramente dimenticato e che qui sotto scriverà furibondo &#8220;non m&#8217;hai ringraziato!&#8221;. Grazie a quanti, durante tutto quest&#8217;anno, ho conosciuto, incontrato, rivisto e sono diventati, loro malgrado, fonte d&#8217;ispirazione per i miei post.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie infine a tutti coloro che non conosco personalmente e che comunque hanno avuto il fegato di transitare in questi mesi sul mio blog. Grazie al mio fedele lettore americano che riesce sempre per primo a cliccare il &#8220;mi piace&#8221; di Facebook (potrei sapere almeno chi sei?). Grazie al mio utente israeliano che con la sua costante presenza ha fatto sì che il suo paese risultasse tra i più attivi nella classifica internazionale. Grazie a chi ogni giorno compare, in maniera anonima, e che giustamente, ci tiene a tenere nascosta la propria identità (venisse scoperto a leggere questi pezzi, sai che vergogna). Grazie ai due hacker che sono riusciti a intrufolarsi nella pagina di gestione, senza creare danni per fortuna, e che mi hanno obbligato a scegliere una password così complicata, che perfino io talvolta non riesco ad accedere al mio stesso blog. Grazie a chi è capitato per sbaglio perché cercava altro su un motore di ricerca, come &#8220;pareri autorevoli sugli abiti firmati&#8221; (chissà che delusione una volta giunto qui), &#8220;ridare vita a un maglione infeltrito&#8221; (suggerimenti utili?) oppure, ed è la mia preferita, &#8220;escort specializzate in anziani&#8221; (esistono sul serio?). Grazie, grazie a tutti voi, perché è solo grazie a voi, che i Tempi Guasti, (purtroppo?) continuano.</p>
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		<title>Sorry</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 18:24:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mina &#8211; Sì l&#8217;amore &#8211; YouTube. Avrei un sacco di ottime scuse. Potrei ad esempio ricorrere, come le vecchie giustificazioni che firmavo a scuola, a volte anche rubandole dai libretti dei miei compagni (le mie finivano sempre così in fretta) ai classici &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=629">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=REPLH_tq1cs">Mina &#8211; Sì l&#8217;amore &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="616" height="406" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/REPLH_tq1cs" /><embed width="616" height="406" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/REPLH_tq1cs" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Avrei un sacco di ottime scuse. Potrei ad esempio ricorrere, come le vecchie giustificazioni che firmavo a scuola, a volte anche rubandole dai libretti dei miei compagni (le mie finivano sempre così in fretta) ai classici &#8220;motivi di salute&#8221; o &#8220;familiari&#8221;, formule che poi comprendevano un po&#8217; tutto, dal vero/ma più spesso finto mal di testa/denti/pancia al &#8220;mi è morto il pesce rosso e mamma ha tanto insistito perché gli facessimo un degno funerale!&#8221;. Potrei parlarvi di impegni improvvisi, catastrofi inevitabili, rapimenti alieni, e giù con tutto un repertorio di avventure incredibili che mi avrebbero impedito, cosa che ero riuscito a fare finora con una puntualità di cui sono il primo a stupirmi, di aggiornare a dovere questo blog (colgo l&#8217;occasione anche per ringraziare quanti oggi, più o meno carinamente, hanno lamentato l&#8217;assenza del post del lunedì). Dicevo, potrei, ma non voglio: ho già avuto un inizio di settimana che definire rocambolesco è poco, motivo per cui non mi va di lagnarmi o di perdere altro tempo per scovare poi chissà dove una ragione plausibile per il mio ritardo quotidiano, di cui mi dichiaro profondamente pentito, anzi, potessi allegherei un mio video con tanto di meritata fustigazione, ma non so quanto sarebbe poi gradito al pubblico del web (di sicuro, non a quello che frequenta questo blog). Ciò che forse risulta più grave, nella generale sconclusionatezza di questa giornata, sfuggitami di mano direi dopo solo 15 minuti dalla sveglia, è che stavo per dimenticarmi di una ricorrenza che invece ogni anno mi fermo a celebrare con il giusto e doveroso coinvoglimento: il compleanno della mitica Mina (il 73esimo per la precisione. Auguri). A questo punto diventa obbligatorio, nel post (ritardatario) di oggi, oltre a rinnovare le mie scuse, pubblicare un suo splendido brano, tra i miei preferiti, lo stesso che proprio l&#8217;altra sera a cena tentavo di spiegare a una mia conoscente, che replicava &#8220;Il titolo non mi dice niente, come fanno le parole poi?&#8221;. &#8220;Quali parole?&#8221;.</p>
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