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	<title> &#187; anniversario</title>
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		<title>Tempi di saluti&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2016 09:26:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;Sì, ma io non sarei proprio un <em>fashion blogger!</em>&#8221; è la frase che più spesso, in questi quattro anni (quattro anni esatti oggi) mi sono ritrovato a pronunciare nelle varie occasioni, più o meno importanti, più o meno noiose, in cui fosse richiesta la mia entusiasta e talvolta mal vestita presenza come unico titolare/autore/colpevole di questo bislacco spazio online. E non per una qualche esplicita o sotterranea antipatia nei confronti della suddetta categoria professionale, quanto per ammessa incapacità di adeguarmi alle regole, alle finalità, ai ritmi incalzanti e inutilmente sfiancanti degli altri <em>fashion blogger</em>, che hanno dato vita alle proprie pagine con altri, chissà se più nobili, sicuramente più commerciali, scopi. A me mancava semplicemente scrivere, e nella più totale libertà. Dopo circa un decennio di gavetta come sottopagato e semisoffocato redattore/collaboratore/<em>ghostwriter </em>per diverse redazioni e testate, opportunità da abbinare sempre e necessariamente a qualche altro lavoretto saltuario o stagionale per far fronte alle più elementari necessità della vita (tipo quell&#8217;odiosissima pratica delle bollette, per dire), avevo deciso, in tutta coscienza, di fare un passo indietro e poter tornare a respirare. Via perciò dalla città, dai meccanismi crudeli e detestabili di un mondo inginocchiato alla superficialità, alla ricerca di una dimensione che mi sembrasse in altre parole più tollerabile, autentica, umana. Il mio blog ha significato per me sin dall&#8217;inizio tutto questo: un rifugio placido e accogliente in cui, accantonati anni di inutili ambizioni e frustrazioni professionali, potessi ritagliarmi finalmente un terreno tutto mio, in cui potessi metterci senza timori la faccia (o parte della testa) e prendermi l&#8217;intera responsabilità, nel bene o nel male, di ogni mia singola parola o considerazione. In cui poter provare a commuovere, divertire, intrattenere o inorridire quei malcapitati lettori con le mie sole energie, i miei soli punti di vista, i miei soli, chissà poi quanto originali o barbosi, racconti e aneddoti. Poi però le cose sono cambiate: come spesso accade nella vita, si può decidere di tornare sui propri passi, si può avvertire chiara nel petto la mancanza di ciò che pensavi non avresti mai rimpianto, ci si può riscoprire pronti a ricominciare, a buttarsi nella mischia, a riprendere una strada abbandonata da tempo perché in passato troppo costellata da inciampi e stanchezza. Ma è una strada che richiede una dedizione totale ed esclusiva, che azzera ogni tuo orario, qualsivoglia programma o benché minimo tentativo di pianficazione delle tue giornate. Ed è l&#8217;unica che conosco per affrontare un lavoro impegnativo, altalenante e schizofrenico, il lavoro che però mi sono scelto perché mi gratifica più di ogni altro e che non riesco a fare a metà, anche a costo di sacrificare questo blog, a cui però, per il momento, non voglio dire definitivamente addio. Perché gli addii sono struggenti, dolorosi, talvolta urlati, dettati da rabbia o da risentimento. Questo quindi è piuttosto un arrivederci: colmo di gratitudine, soprattutto per chi, in tutti questi anni, ha trovato un po&#8217; del suo tempo, la voglia e la pazienza di seguirmi fin qui. Un arrivederci attraversato da cima a fondo dalla speranza concreta di ritrovarci davvero presto, forse di nuovo qua sopra, forse, e perché no, anche altrove.</p>
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		<title>Un compleanno esplosivo&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2016 09:36:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al di là delle lecite ma singolari ragioni, non si può non riconoscerle un tempismo quasi perfetto, tanto da far emergere subito il sospetto che una tale, sorprendente, originale, forse anacronistica, decisione, non sia poi così casuale. Perché il recente &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4494">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/05/tt.php_.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4495" alt="tt.php" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/05/tt.php_.jpg" width="990" height="634" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Al di là delle lecite ma singolari ragioni, non si può non riconoscerle un tempismo quasi perfetto, tanto da far emergere subito il sospetto che una tale, sorprendente, originale, forse anacronistica, decisione, non sia poi così casuale. Perché il recente e sbalorditivo divieto scattato nella città norvegese di Trondheim (la terza del Paese per estensione e popolazione, non un piccolo villaggio medievale di poche anime strette nella morsa del gelo nordico) di proibire lungo le proprie strade l&#8217;affissione di immagini pubblicitarie con modelle desnude, o coperte solo da ridottissimi e sensuali costumi da bagno, cade, guarda caso, proprio a ridosso del 70esimo anniversario dell&#8217;invenzione stessa del bikini. Un compleanno importante, che forse non sarebbe passato in sordina, ma che la solerte e strombazzata delibera comunale della cittadina norvegese, intenzionata a combattere la presunta gravità delle ripercussioni sociali dovute a quei corpi perfetti e/o abbondantemente ritoccati, comunque gratuitamente esibiti, ha riportato ancor più sotto i riflettori, sottolineando ancor&#8217;oggi il potenziale scandaloso di quell&#8217;indumento nato ormai sette decenni fa (proprio come Cher, forse solo più deperibile&#8230;ah, auguri Cher). E se occorre pur ammettere che un simile oscurantismo mediatico aveva già colpito in passato le curve mozzafiato della top Eva Herzigova, o, in anni più recenti, proprio a Milano, il celebre fondoschiena di Belén Rodriguez, giudicati allora colpevoli non tanto della possibile diffusione di un&#8217;immagine negativa del corpo, quanto di poter causare pericolosi tamponamenti agli automobilisti ragionevolmente distratti da tanta ingigantita beltà, resta il fatto che lo storico due pezzi, lungi dal perdere nel tempo la sua prorompente carica seduttiva, in tutte queste storie di ordinaria censura venga ancora incluso fra i maggiori imputati. Aveva visto giusto dunque Louis Réard, il dimenticato sarto francese (liquidato nella maggior parte dei manuali di storia della moda con due righe di circostanza, meno di quanto in genere spetti all&#8217;inglese Mary Quant, inventrice della minigonna) a cui si fa risalire appunto il lancio sul mercato, nel 1946, del primo costume bipartito, a volerlo a tutti i costi ribattezzare <em>Bikini</em> &#8211; proprio come l&#8217;atollo delle Isole Marshall in cui gli americani effettuavano i loro test nucleari &#8211; immaginando così alla perfezione gli effetti di atomico sconquasso che l&#8217;indumento avrebbe provocato nel mondo. Ciò che forse Réard non avrebbe potuto prevedere è quanto invece il cinema abbia contribuito negli anni ad elevare al rango di capo iconico la sua preziosa invenzione, grazie agli indimenticabili due pezzi indossati da Brigitte Bardot (foto allegata) nei film che l&#8217;hanno consacrata al successo -  come <em>E Dio creò la donna </em>del 1956 &#8211; o sulle spiagge di Saint Tropez, passando per la sensualissima Rita Hayworth (non a caso definita l&#8217;atomica) o per Ursula Andress (ricordata, nonostante la discreta carriera sul grande schermo, sempre e soltanto per il suo emergere dalle acque in <em>007 &#8211; Licenza di uccidere</em> con un succinto costumino bianco corredato di cinturone e pugnale). Ma se il solo sentir parlare di bikini, più che alle leggendarie scene cinematografiche o ai corpi flessuosi delle grandi star vi fa pensare all&#8217;imminente (chissà poi quanto, dati i capricci meteorologici di questa primavera) e detestata prova costume, care amiche, avete di che consolarvi: potete sempre contemplare la possibilità, al contrario di noi maschietti, di ricorrere all&#8217;alternativa, certo non ideale per l&#8217;abbronzatura ma almeno esistente e più coprente, del costume intero. Noi uomini (che un sondaggio impietoso ci descrive provvisti di addominali scultorei da esibire solo nel meno del 30% dei casi&#8230;vale a dire che due esemplari su tre possiedono la pancetta, facciamocene una ragione), costretti a mostrare il nostro ventre non sempre tonico sulle spiagge, possiamo al massimo decidere se tirar su l&#8217;elastico di slip o calzoncini vicino all&#8217;ombelico, con quell&#8217;effetto visivo segato di sole al tramonto, o appena sotto, con risultati più simili a un qualche marsupiale. Sempre che non si decida tutti di trascorrere le vacanze altrove, lontani dal mare, oppure in un paese dalle temperature rigide, che so, ad esempio in Norvegia: lì i fisici statuari da ammirare o invidiare sembrerebbero banditi, anche in città.</p>
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		<title>Passato di spezie&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2016 16:11:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spice Girls &#8211; Wannabe &#8211; YouTube. Se servisse un&#8217;ulteriore riprova di come il tempo riesca talvolta a trasformare, con l&#8217;inevitabile ingresso nell&#8217;età adulta, in creature noiosamente posate e un filino nostalgiche perfino chi nei più turbolenti anni giovanili non faceva &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4443">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=gJLIiF15wjQ">Spice Girls &#8211; Wannabe &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="583" height="485" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/gJLIiF15wjQ" /><embed width="583" height="485" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/gJLIiF15wjQ" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Se servisse un&#8217;ulteriore riprova di come il tempo riesca talvolta a trasformare, con l&#8217;inevitabile ingresso nell&#8217;età adulta, in creature noiosamente posate e un filino nostalgiche perfino chi nei più turbolenti anni giovanili non faceva parlare esattamente di sé per la propria pubblica compostezza, basterebbe seguire un qualsiasi profilo social dell&#8217;ex <em>ginger Spice </em>Geri (ex) Halliwell (adesso che anche il nome, dopo il recente matrimonio con un direttore sportivo di formula 1, è stato rimpiazzato nei documenti ufficiali da un più morigerato signora Horner). Abbandonati infatti da un pezzo i discutibili ciuffi platino sulla chioma rosso fuoco, le zeppe slogacaviglia e gli striminzitissimi abiti <em>Union Jack &#8211; </em>allora<em></em> principale divisa delle sue esibizioni &#8211; le dichiarazioni pericolosamente sfacciate e i gesti un po&#8217; cafoni (come il coraggioso pizzicotto sulle chiappe dato al principe Carlo d&#8217;Inghilterra) la più peperina del gruppo, divenuta, almeno nel look, una quasi sofisticata lady di campagna inglese, a 43 anni suonati, preferisce postare sui propri account Twitter e Instagram foto e testimonianze della sua nuova, placida, esistenza, fatta di biscottini sfornati ogni domenica, barbose passeggiate a cavallo, teneri e immancabili gattini (e chi non lo fa?). Salvo poi dar spazio ad improvvisi momenti amarcord, come finestre da spalancare d&#8217;un tratto sul suo celebre passato canoro, pubblicando ad esempio, per la gioia di tutti i suoi follower (blogger dall&#8217;animo pop incluso), uno scatto delle Spice Girls al completo datato Aprile 1996 e realizzato sul set del loro primissimo video musicale <em>Wannabe </em>(qui allegato), brano divenuto poi il maggiore ed inevitabile tormentone degli anni &#8217;90, reo di aver sdoganato il <em>girl power</em> come slogan del neofemminismo di fine millennio e quel <em>zigazig ha </em>come il più abusato doppio senso erotico del periodo. Immagini che riviste oggi, a vent&#8217;anni esatti di distanza, un potere lo hanno davvero, quello però di catapultarti in un&#8217;altra, lontanissima epoca, quando l&#8217;algida Victoria Adams, lungi dall&#8217;essere l&#8217;attuale, seguitissima, icona di stile nonché perennemente imbronciata signora sfornapargoli Beckham, veniva soltanto apostrofata come la più legnosa ed afona delle cinque, quando Mel B., prima di riciclarsi in qualche talent canoro o affrontare le controversie legali sulla paternità di sua figlia con il re della commedia Eddie Murphy, era una ragazzetta sguaiata che non perdeva occasione di mostrare il piercing sulla lingua, quando infine ci ricordavamo su due piedi della freschezza dei volti di Mel C. ed Emma Bunton (rispettivamente <em>Sporty</em> e <em>Baby Spice</em>) senza lo sforzo odierno di dover ricorrere all&#8217;aiuto di Google immagini. E poco importa se per deliziare i milioni di fan ancora esistenti ai quattro angoli del pianeta o piuttosto per rimpinguare di tanto i tanto i loro cospicui conti correnti le ex cattive ragazze lasciano circolare tutte le voci possibili su ipotetiche e maldestre reunion, talvolta perfino realizzate (come alle ultime Olimpiadi di Londra nel 2012), dimostrando tra l&#8217;altro di non aver neppure imparato, in tutto questo tempo, ad azzeccare due note in un&#8217;esibizione dal vivo: nel nostro immaginario rimarranno comunque per sempre cristallizzate nel look da mercatino e un po&#8217; pacchiano, nelle movenze ricalcabilissime e nel ritornello facile facile di quel primo singolo, vecchio ormai di due decenni. <em>If you want my future, forget my past, </em>se vuoi il mio futuro, dimenticati del mio passato, così cominciava lo stesso brano: un consiglio che proprio le Spice Girls sembrano però non aver preso  troppo alla lettera.</p>
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		<title>Al mio tre&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2015 08:14:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rischierò di apparire più maniacale di quanto non sia in realtà (oddio, se vi fosse già capitato di leggere qualcuno dei miei vecchi post credo sia tardi per poter rimediare a questa dannosissima impressione), ma, come vado ripetendo ormai ogni &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4265">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Rischierò di apparire più maniacale di quanto non sia in realtà (oddio, se vi fosse già capitato di leggere qualcuno dei miei vecchi post credo sia tardi per poter rimediare a questa dannosissima impressione), ma, come vado ripetendo ormai ogni Dicembre dal 2012, anche stavolta ci tenevo a ricordarvi che, ad oggi, sono trascorsi esattamente tre anni dall&#8217;avventuroso, zoppicante e incredibilmente duraturo avvio di questo blog. Per la precisione poco più di 36 mesi (cifra che fa tanto etichetta di giocattoli provvisti di minuscole parti che potrebbero essere facilmente ingerite), o se preferite 1097 giorni (considerando l&#8217;assenza di un anno bisestile e le 48 ore di ritardo sulla scadenza puntuale del terzo anniversario); eviteri però di specificare i minuti, ma vi assicuro che mi basterebbe poco per poterli contare con esattezza, visto che ricordo ogni singolo istante relativo alla nascita di questo spazio virtuale catartico, modellato con urgenza al fine di placare, per mezzo della scrittura, la maggior parte delle mie inquietudini interiori. Anche se da allora mi sembra di aver davvero vissuto, proprio come uno di quei numerosi gattini che andate condividendo con incomparabile gioia (la vostra) su Facebook, sette diverse e schizofreniche esistenze. Perché in questo lasso di tempo sono arrivato a cambiare qualcosa come cinque differenti professioni e almeno otto luoghi di lavoro, trasferendomi o spostandomi di continuo fra tre, per fortuna splendide, città, cominciando soprattutto a detestare quella in cui avevo deciso di vivere per motivi sentimentali, ma che si è poi rivelata ai miei occhi particolarmente arida e poco stimolante. Prendendo, per sopravvivere, centinaia di treni, accumulando stress e ore di ritardo, perdendo il convoglio in partenza almeno una dozzina di volte (e maledicendo di corsa mezzi e/o personale), sbagliando in due occasioni binario, per ritrovarmi così a trascorrere un intero pomeriggio nella squallida stazione di Zagarolo (meta sconsigliabilissima), o un venerdì notte su e giù per l&#8217;Italia, in una triangolazione insensata fra Milano &#8211; Roma &#8211; Firenze, ad ubriacarmi con del pessimo vino rosso offerto da Trenitalia. Oppure percorrendo in auto, io che oltretutto detesto guidare, migliaia e migliaia di chilometri, tenendo a bada la solita ansia al volante con personali e strazianti performance di canzoni di Mina o Whitney Houston scelte come sottofondo e con il mio amore spesso a fianco, che puntualmente si addormenta dopo cinque minuti esatti dalla partenza per risvegliarsi a cinque minuti dall&#8217;arrivo, annunciati da un suo candido &#8220;Già arrivati?&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho inoltre ripreso a insegnare, dopo una secca e credevo definitiva rinuncia, più di un ripensamento, un paio di offerte allettanti e, ad oggi, già circa duecento nuovi allievi, fra i 18 e gli 85 anni, nei cui singoli sguardi provo di continuo a scorgere il reale interesse, trovandovi talvolta anche la noia, perfino una diffidenza sottile, per fortuna anche autentica passione o, più di rado, una stima spropositata nei miei confronti. Ho ugualmente tentato di insegnare a mia nipote qualcosa di altrettanto fondamentale, riuscendoci solo in parte con le costellazioni che le mostro sul mappamondo luminoso tenuto in camera da letto, le sole e le stesse tra l&#8217;altro che ricordo sin da bambino perché imparate all&#8217;epoca da mio padre in certe piacevoli sere d&#8217;estate. Sono sceso a patti con il tempo che passa, trovando raffinata la scelta di mia madre di lasciarsi finalmente imbiancare tutti i capelli, accettando un po&#8217; meno volentieri ogni mia nuova ruga avvistata allo specchio, sorprendendomi ad ogni &#8220;ma non sei cambiato affatto!&#8221; ripetuto da chi incontro dopo tempo, replicando &#8220;sai, una spruzzatina di botox ogni tanto&#8221; e pensando in realtà &#8220;starà fingendo o davvero non ha notato questa nuova graticola di solchi intorno agli occhi?&#8221;. Sono riuscito a ingrassare di ben 12 chili, per poi perderne a fatica 8 e sconsideratamente riprenderne altri 3, e adesso che si avvicinano le feste ho già stilato per il 2016 un nuovo programma di mantentimento/sport/rinunce che manderò di sicuro all&#8217;aria entro il 10 Gennaio. Ho aspettato decine di strabilianti tramonti sul mare pensando sempre che valesse la pena vivere solo per poter godere di uno spettacolo del genere e ugualmente invocato la morte ogni volta che mi sono trovato a risalire faticosamente da quelle lontanissime spiagge, a piedi, in mezzo al buio pesto, per aver fatto tardi a guardare il sole scendere. Ho scoperto, in una sorprendente serata lavorativa passata con dei divertenti ex colleghi, che riesco a guardare su YouTube i video sui vermi carnivori degli abissi, non trovandoli poi neppure creature così ripugnanti, almeno non come i rospi, che al contrario considero fra gli esseri più disgustosi, come ho appurato pochi mesi fa quando, fuori casa di mia sorella, ne ho scovato uno gigantesco e non sono riuscito a muovere un muscolo per alcuni minuti. Sono finalmente riuscito a liberarmi di molti oggetti inutili collezionati negli anni, attribuendo più valore al pensiero dei ricordi che non alle cianfrusaglie accumulate, assaporando con più gusto il presente senza dover ricorrere continuamente alla presenza fisica o agli indizi del passato, e ora che ci penso, ho perfino lasciato per due volte il mio indispensabile spazzolino da denti a casa degli stessi amici che spesso mi ospitano e che adesso sospettano una mia sotterranea volontà di trasferirmi da loro. Ho imparato soprattutto a convivere con il dolore per chi se n&#8217;è andato troppo presto, con la delusione per chi ha deciso di voler uscire dalla mia esistenza o comunque di ridimensionare, tralasciare, o troncare il rapporto che ci legava, perché per quanto sia penoso salutare le persone che vorresti continuassero a far parte della tua vita, non si può certo obbligarle a far coincidere il loro cammino con il tuo. Insomma, anche grazie a questo blog, mi riguardo con lucidità e mi riscopro diventato nel tempo più tollerante, maturo (oddio, più o meno) sereno (quello sì).</p>
<p style="text-align: justify;">E già che ci sono, aggiungerei un&#8217;ultima, sincera, considerazione: ho quasi quaranta, spaventosi e bellissimi, anni. Gli ultimi tre dei quali, zeppi di scivoloni e tentennamenti, singolari disavventure e speranze concrete, mi sono ritrovato a narrare, forse con passione discontinua ma, spero, con la doverosa ironia, su questo strampalatissimo mezzo virtuale. E adesso come adesso, per nessuna ragione al mondo, vorrei tornare indietro, anche per un solo giorno, ai miei pur piacevoli, spesso allegramente dichiarati, eppure, oggi ai miei occhi così imperfetti e lontani, ventinove.</p>
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		<title>Pretty birthday!</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2015 10:17:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pretty Woman (1990) &#8211; Official Trailer &#8211; YouTube. C&#8217;era una volta il 1990, pareva impossibile mancassero dieci anni a quel 2000 che in genere leggevamo solo nei titoli dei film di fantascienza, l&#8217;Italia si accontentava di un deludente terzo posto &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3991">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=Wzii8IuL8lk">Pretty Woman (1990) &#8211; Official Trailer &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="602" height="399" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Wzii8IuL8lk" /><embed width="602" height="399" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/Wzii8IuL8lk" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;era una volta il 1990, pareva impossibile mancassero dieci anni a quel 2000 che in genere leggevamo solo nei titoli dei film di fantascienza, l&#8217;Italia si accontentava di un deludente terzo posto ai Mondiali di Calcio pure ospitati in patria, <em>The Power</em> degli, ormai scomparsi (dalla scena musicale intendo), Snap era il brano più ballato e ascoltato ovunque &#8211; ma ancora non si ricorreva a quell&#8217;odiosissimo termine &#8220;tormentone&#8221; &#8211; e a <em>Beautiful</em>, assoluta novità televisiva dell&#8217;anno, un giovane e assai capelluto Ridge tentava soltanto di riconquistare la sua Caroline, non degnando neppure di uno sguardo la povera Brooke, che allora era una paffuta ragazzotta di campagna con un fermaglione sbilenco sempre tra i capelli. Forse c&#8217;eravate anche voi, miei cari lettori, magari adolescenti e dunque impegnati nella lotta quotidiana contro i brufoli, che nessuna crema o sapone a disposizione, neanche il pubblicizzatissimo Topexan, sembrava in realtà saper fronteggiare, o forse più cresciutelli e già comunque vanitosi, alle prese con ciuffi o frange dalle altezze vertiginose da ottenere con audaci manovre di spazzole e phon a distanza ravvicinata (per &#8220;piastra&#8221;, all&#8217;epoca, si intendeva esclusivamente quella dove arrostire la carne), di sicuro non così dipendenti da computer e tecnologie varie, perché saperne di informatica significava avere a che fare con il sistema operativo MS &#8211; DOS, che, diciamolo, era un gigantesco sbattimento. C&#8217;ero naturalmente anch&#8217;io, ma data l&#8217;età irrilevante (un bambino, più o meno) e una sottile vena di anticonformismo e ribellione che in quel periodo mi contraddistingueva, feci l&#8217;errore di non cogliere la portata, forse rivoluzionaria, del film che i miei amici invece vollero andare a vedere a tutti i costi una domenica pomeriggio al cinema, giudicandolo in fretta piuttosto insulso e sdolcinato, e preferendo, complice la mia (già) sconfinata passione per Madonna, ripiegare su di un&#8217;altra (discutibile) pellicola come <em>Dick Tracy, </em>gustata in totale solitudine (anche in sala, dico, non c&#8217;era nessun altro!). Inutile aggiungere che poi anch&#8217;io, esattamente come voi, ho avuto negli anni milioni di occasioni per guardare e riguardare <em>Pretty woman -</em>  questo il film che esattamente un quarto di secolo fa (è uscito nel Marzo del 1990) ho avuto il coraggio di snobbare &#8211; fino ad impararne a memoria ogni battuta, anche la più insignificante, di ogni personaggio, per poi arrivare ad anticiparle, magari tentando di imitarne anche la voce, ricordandomi perfino gli evidenti errori di montaggio (la brioche che diventa un occhio di bue nella scena della prima colazione insieme, la cravatta di Gere che sparisce e riappare in una di quelle, castissime, di sesso). Un successo da 500 milioni di dollari al botteghino, che ha lanciato nell&#8217;olimpo cinematografico Vivian/Julia Roberts, nonostante quel vestitino bicolore di un tale cattivo gusto che nessuna prostituta per strada si sognerebbe mai davvero di indossare, e gli stivaloni di vernice lucida poi, che coprivano a stento i 90 cm di lunghezza di gambe dichiarati nello stesso film (la scena del bagno insieme, ricordate?), momento in cui ogni spettatrice pianifica di fare lo stesso a casa per scoprire che le sue misurano almeno una quindicina di cm in meno. Era soprattutto il momento storico in cui per 50 sfumature di grigio s&#8217;intendevano solo quelle dei capelli di Richard Gere/Edward, il primo miliardario a irrompere nelle fantasie sessuali del pubblico sebbene i suoi gusti a letto fossero più noiosi ed ordinari dell&#8217;attuale e celebre Mr. Grey: un personaggio volutamente romantico e irraggiungibile, privo di contraddizioni, se non quella di essere zeppo di soldi fino al collo da svaligiare un qualsiasi negozio di Rodeo Drive in tre minuti ma totalmente incapace di guidare una Lotus per più di trenta metri. Dettagli di cui oggi, forse, potremmo sorridere, o forse godere di nuovo, visto che in questi giorni le reti nazionali (che in genere non si distinguono per originalità, dato che il massimo dell&#8217;audacia è rappresentato da qualche fiction con Terence Hill) lo riproporrano per l&#8217;ennesima volta. Occasione in cui, qualcuno di voi, magari rinnegando il proprio passato di essere sentimentale e sognatore, o, autoconvicendosi del proprio fermo disinteresse, con un moto di orgoglio esclamerà &#8220;no, questa volta non ci casco&#8221; e spegnerà la tv, per uscire, forse alla volta del cinema: tanto, di sicuro, sul grande schermo, finirà per andare a vedere Cenerentola.</p>
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		<title>Note di Natale</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2014 21:43:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da ascoltare]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Band Aid]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>

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		<description><![CDATA[▶ Band Aid 30 &#8211; Do They Know It’s Christmas? 2014 &#8211; YouTube. Succede più o meno ogni anno, nel momento in cui la mia connaturata ed incontenibile attitudine all&#8217;estate riesce in qualche modo a scendere a patti con quell&#8217;idea &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3657">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=-w7jyVHocTk">▶ Band Aid 30 &#8211; Do They Know It’s Christmas? 2014 &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="601" height="385" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/-w7jyVHocTk" /><embed width="601" height="385" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/-w7jyVHocTk" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Succede più o meno ogni anno, nel momento in cui la mia connaturata ed incontenibile attitudine all&#8217;estate riesce in qualche modo a scendere a patti con quell&#8217;idea sgradevole di dover necessariamente attraversare, quasi indenne, la fatica emotiva delle giornate autunnali per sentirsi, in parte, già proiettata verso la prossima stagione calda (con il consueto e inascoltato sottofondo di amici che si ostinano a sostenere &#8220;ma come, l&#8217;autunno è bellissimo, con i suoi colori poi, non ti piacciono?&#8221;. Ma quali colori, ditemi, che tutto è sempre e solo grigio?), che d&#8217;un tratto, puf, paiono moltiplicarsi, disseminate come lumache dopo la pioggia, sotto gli occhi ancora alquanto impreparati, tutte le avvisaglie del prossimo, temuto ma inevitabile, momento di repellente euforia collettiva, il Natale. Magari sei lì, al supermercato, che distrattamente fischietti quella vecchia canzone di Ligabue (così, per curiosità, è solo il mio supermercato che sembra trasmettere, 24 ore su 24, sempre e soltanto Ligabue?) con lo sguardo rapito dalle innumerevoli etichette sulle confezioni di capsule di caffé (che differenza ci sarà tra &#8220;arabian dream&#8221; e &#8220;smooth creamy bar&#8221;?) mentre ti esibisci in rischiosissimi zig &#8211; zag col carrello per evitare di investire la signora che d&#8217;improvviso ha inchiodato per prostrarsi dinanzi ai detersivi in offerta, e intanto lotti con la memoria per ricordarti quelle tre cretinate che avevi annotato su di una lista immancabilmente lasciata a casa, ed eccoli lì, affacciarsi splendenti dagli scaffali, i primi allineatissimi schieramenti di panettoni, inequivocabile minaccia che tra un mesetto circa metterà di nuovo a dura prova la tua linea già compromessa. Oppure ti stai godendo in tranquilla beatitudine la tua riprovevole sciatteria domestica, gironzolando indifferente a quello spaventoso caos regnante tra le pareti di casa, con tua madre al telefono che, come ogni sera, si informa, in ordine, della tua salute, dei cibi che hai mangiato e delle condizioni meteorologiche al momento, e poi inaspettatamente, esordisce con quella frase così tipica del periodo che più detesti e che d&#8217;ora in poi ti sentirai ripetere, allo sfinimento, fino al 24 Dicembre, &#8220;ma per Natale che hai deciso, sei a pranzo qui, vero?&#8221; (&#8220;ho forse alternative?&#8221; &#8220;certo che no!&#8221; &#8220;allora perché me lo chiedi?&#8221; &#8220;non te lo stavo chiedendo, te lo stavo ordinando!&#8221;).</p>
<p style="text-align: justify;">E poi c&#8217;è la parentesi canzoni: perché niente riesce a catapultarti di più nel pieno della tradizionale, logorante e stucchevole atmosfera da cori e regali sotto l&#8217;albero, di un motivetto facile facile, meglio se dal ritmo allegro &#8211; andante e dal contenuto buonista sino alla nausea, prerogativa di tutte le <em>hit</em> confezionate ad hoc per le vacanze invernali e poi snobbate gran parte dell&#8217;anno, ma che almeno ogni Natale è buona norma o un&#8217;ottima scusa poter ritirar fuori per una veloce rispolveratina. Come la celeberrima <em>Do they know it&#8217;s Christmas?</em>, pezzo lanciato trent&#8217;anni fa esatti dalla Band Aid, i più famosi e idolatrati cantanti pop dell&#8217;epoca (George Michael, Sting, Paul Young) quasi tutti accomunati dal medesimo ciuffo ossigenato e riuniti, a scopo benefico, sotto l&#8217;egida di Bob Geldof, che, visibilmente invecchiato ma con le medesime e caratteristiche occhiaie di allora, ci riprova con una versione aggiornata 2014, registrata stavolta per raccogliere i fondi per la lotta all&#8217;ebola (video allegato). Certo, i capelli bicolore e il make &#8211; up esagerato di Boy George sono stati degnamente rimpiazzati dai look altrettanto vivaci e dagli <em>shatush</em> di cantanti come Rita Ora e Ellie Goulding, Duran Duran e Spandau Ballet hanno fatto largo agli attuali paladini delle adolescenti (One Direction, Ed Sheeran), tutti artisti che 30 anni fa ignoravano perfino il fatto che un giorno sarebbero venuti al mondo. Resiste però Bono Vox, sulla cui testa una sfumatura di mogano ricorda un po&#8217; troppo la stessa tinta sfoggiata in tv dal nostro Paolo Limiti, affiancato da un&#8217;ineguagliabile Sinead O&#8217; Connor, la dimostrazione vivente che per cantare bene (come lei e poche altre sanno fare) non occorrono gridolini o stantuffate vocali da troppi decibel. Rimane soprattutto quel clima da ennesima e quasi amichevole radunata tra celebrities dal presunto cuore d&#8217;oro ritrovatesi per annunciare anche quest&#8217;anno, urbi et orbi, l&#8217;imminenza di una festività da celebrare in pompa magna, meglio se piuttosto riconciliati con il resto dell&#8217;umanità. Ma sì, facciamo pure in modo che tutti, ovunque, sappiano che è quasi Natale. Anche chi, al momento, non vorrebbe proprio pensarci.</p>
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		<title>That&#8217;s amore!</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Feb 2014 11:58:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da ascoltare]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[San Valentino]]></category>

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		<description><![CDATA[▶ Everything But The Girl &#8211; Missing (Official) &#8211; YouTube. La verità è che adesso non saprei davvero cosa dire. La verità, forse triste, se vogliamo un tantinello limitativa di certe pregorative, specie per chi si vanta con insistenza, come &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=2446">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Q4sPkS8b62Q">▶ Everything But The Girl &#8211; Missing (Official) &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="587" height="378" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Q4sPkS8b62Q" /><embed width="587" height="378" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/Q4sPkS8b62Q" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">La verità è che adesso non saprei davvero cosa dire. La verità, forse triste, se vogliamo un tantinello limitativa di certe pregorative, specie per chi si vanta con insistenza, come me, di lavorare con le parole, sistemandole in frasi non sempre di senso compiuto, è che in certi casi mi riscopro del tutto privo di fantasia. La verità è che per quanto stralunato, spesso astruso, talvolta non proprio ancorato a questo mondo, non riesco minimamente a inventare, a scrivere di qualcosa che non conosca, almeno in parte, in prima persona, a tradurre in testi situazioni senza alcun appiglio con la mia banale quanto sorprendente realtà quotidiana. La verità (e poi cambio incipit, lo prometto, perché questo avrebbe stufato anche me) è che avevo già pronto, perché confezionato con scrupoloso anticipo, un post di tono romantico (o quasi) da pubblicare a San Valentino, peraltro concluso in tempi brevissimi rispetto ai miei più che rilassati standard: ma ne era uscito un ritratto così intimo, anche se volutamente ironico, della mia vita di coppia, che in tutta sincerità non me la sono più sentita di affidare alla rete un simile racconto, perché mi è parso d&#8217;un tratto molto più importante condividerlo solo in due. Ed è successo che, come non avveniva da tempo, quelle parole intenzionalmente nate per una diversa divulgazione, che avrebbero forse strappato un sorriso a qualcuno di voi, si siano invece trasformate di colpo ai miei occhi in qualcosa di molto più prezioso delle mie inutili velleità di blogger fintosaputello fintosimpatico, assumendo da quel momento le sembianze uniche di un originale e fortunamente apprezzato regalo per la mia dolce metà. Eppure non abbiamo mai avuto negli anni la benché minima tentazione di scambiarci un pensiero o di festeggiare in altro modo il San Valentino: non che ci sia nulla di male nel farlo, sia chiaro, il fatto è che San Valentino è la festa di &#8220;tutti&#8221; gli innamorati, una data così spersonalizzante, generica, priva di quel gusto esclusivo di qualcosa avvertito come solo e soltanto nostro. Tra qualche giorno invece cadrà il nostro anniversario, il&#8230;esimo (e non specifico ulteriormente). Una cifra che in genere suscita negli altri commenti carichi di uno stupore prevedibile, che vanno dal &#8220;eh? impossibile!&#8221; al &#8220;ma siete matti?&#8221; e che comincia a fare un po&#8217; impressione anche a me: soprattutto perché non mi sembra affatto trascorso tutto questo tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sì, certo, se guardo indietro, agli inizi della nostra storia, mi rendo conto che sia passata, per certi aspetti, un&#8217;era geologica: all&#8217;epoca io andavo in giro acconciato con una coda di cavallo in stile Fiorello prima maniera, mettevo solo camicie sgargianti, alla Formigoni, e in discoteca il brano più ballato era la canzone qui allegata (video) finita, inevitabilmente, per diventare anche la nostra canzone. Abitavamo lontani, e per non far lievitare le rispettive bollette telefoniche ci chiamavamo quasi sempre da cabine pubbliche (location oggi estinta), esaurendo schede su schede, perché la parola &#8220;cellulare&#8221; si usava solo per definire il furgoncino blindato dei Carabinieri. Oppure ci scrivevamo: né email né sms, naturalmente, ma lettere, centinaia, che conservo ancora oggi in una scatola, tutte maniacalmente divise per data, in cui ci raccontavamo nei dettagli ogni nostra giornata, nascondendo così, tra aneddoti e pessime battute, l&#8217;ansia di rivedersi presto. Era forse da allora che non scrivevo qualcosa solo per il mio amore: perché negli anni la crescente complicità, il vivere ormai da tempo sotto lo stesso tetto, il riuscire a capirsi al volo anche solo sgranando gli occhi o storcendo da un lato la bocca ne hanno a poco a poco smorzato la necessità per far spazio ad altre, ed altrettanto importanti, esigenze. Ed ero certo che sarei comunque ritornato a parlare della mia vita privata, perché il punto, alla fine, se vogliamo, è sempre lo stesso: come si fa a descrivere un sentimento universale prescindendo da ciò che si vive sulla propria pelle, come riuscire a dare la giusta voce ad un&#8217;emozione collettiva senza prima decifrare ciò che significa per noi stessi? Siamo sicuri che le diverse fasi di una storia, la semplice attrazione degli inizi, le note &#8220;farfalle nello stomaco&#8221; o i &#8220;batticuori&#8221; di un primo innamoramento, il crescente senso di responsabilità reciproco di una relazione che si consolida sulla conoscenza, la fiducia, la stima nell&#8217;altro, corrispondano alle stesse sensazioni per tutti? Non ho certo una simile presunzione, conosco bene però quello che nella testa e nel petto avverto come amore: quell&#8217;inspiegabile mix di accoglienza, serenità, completezza, sorpresa e soddisfazione che provo ancora oggi quando ci svegliamo insieme al mattino, Ed è ciò che auguro anche ad ognuno di voi, di provare, per questo San Valentino.</p>
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