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		<title>Tempi di saluti&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2016 09:26:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;Sì, ma io non sarei proprio un <em>fashion blogger!</em>&#8221; è la frase che più spesso, in questi quattro anni (quattro anni esatti oggi) mi sono ritrovato a pronunciare nelle varie occasioni, più o meno importanti, più o meno noiose, in cui fosse richiesta la mia entusiasta e talvolta mal vestita presenza come unico titolare/autore/colpevole di questo bislacco spazio online. E non per una qualche esplicita o sotterranea antipatia nei confronti della suddetta categoria professionale, quanto per ammessa incapacità di adeguarmi alle regole, alle finalità, ai ritmi incalzanti e inutilmente sfiancanti degli altri <em>fashion blogger</em>, che hanno dato vita alle proprie pagine con altri, chissà se più nobili, sicuramente più commerciali, scopi. A me mancava semplicemente scrivere, e nella più totale libertà. Dopo circa un decennio di gavetta come sottopagato e semisoffocato redattore/collaboratore/<em>ghostwriter </em>per diverse redazioni e testate, opportunità da abbinare sempre e necessariamente a qualche altro lavoretto saltuario o stagionale per far fronte alle più elementari necessità della vita (tipo quell&#8217;odiosissima pratica delle bollette, per dire), avevo deciso, in tutta coscienza, di fare un passo indietro e poter tornare a respirare. Via perciò dalla città, dai meccanismi crudeli e detestabili di un mondo inginocchiato alla superficialità, alla ricerca di una dimensione che mi sembrasse in altre parole più tollerabile, autentica, umana. Il mio blog ha significato per me sin dall&#8217;inizio tutto questo: un rifugio placido e accogliente in cui, accantonati anni di inutili ambizioni e frustrazioni professionali, potessi ritagliarmi finalmente un terreno tutto mio, in cui potessi metterci senza timori la faccia (o parte della testa) e prendermi l&#8217;intera responsabilità, nel bene o nel male, di ogni mia singola parola o considerazione. In cui poter provare a commuovere, divertire, intrattenere o inorridire quei malcapitati lettori con le mie sole energie, i miei soli punti di vista, i miei soli, chissà poi quanto originali o barbosi, racconti e aneddoti. Poi però le cose sono cambiate: come spesso accade nella vita, si può decidere di tornare sui propri passi, si può avvertire chiara nel petto la mancanza di ciò che pensavi non avresti mai rimpianto, ci si può riscoprire pronti a ricominciare, a buttarsi nella mischia, a riprendere una strada abbandonata da tempo perché in passato troppo costellata da inciampi e stanchezza. Ma è una strada che richiede una dedizione totale ed esclusiva, che azzera ogni tuo orario, qualsivoglia programma o benché minimo tentativo di pianficazione delle tue giornate. Ed è l&#8217;unica che conosco per affrontare un lavoro impegnativo, altalenante e schizofrenico, il lavoro che però mi sono scelto perché mi gratifica più di ogni altro e che non riesco a fare a metà, anche a costo di sacrificare questo blog, a cui però, per il momento, non voglio dire definitivamente addio. Perché gli addii sono struggenti, dolorosi, talvolta urlati, dettati da rabbia o da risentimento. Questo quindi è piuttosto un arrivederci: colmo di gratitudine, soprattutto per chi, in tutti questi anni, ha trovato un po&#8217; del suo tempo, la voglia e la pazienza di seguirmi fin qui. Un arrivederci attraversato da cima a fondo dalla speranza concreta di ritrovarci davvero presto, forse di nuovo qua sopra, forse, e perché no, anche altrove.</p>
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		<title>Ananas d&#8217;autunno&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2016 14:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[PPAP（Pen-Pineapple-Apple-Pen Official）ペンパイナッポーアッポーペン／PIKOTARO(ピコ太郎) &#8211; YouTube. Pensavamo di essere sopravvissuti, indenni, all&#8217;onnipresente ed asfissiante assalto acustico di quella Sofia targata Àlvaro Soler, canzonetta impossibile da evitare ad ogni radio distrattamente accesa negli scorsi mesi o in ogni più sperduto chiosco estivo scelto &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4684">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=0E00Zuayv9Q">PPAP（Pen-Pineapple-Apple-Pen Official）ペンパイナッポーアッポーペン／PIKOTARO(ピコ太郎) &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="595" height="441" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/0E00Zuayv9Q" /><embed width="595" height="441" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/0E00Zuayv9Q" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Pensavamo di essere sopravvissuti, indenni, all&#8217;onnipresente ed asfissiante assalto acustico di quella <em>Sofia </em>targata Àlvaro Soler, canzonetta impossibile da evitare ad ogni radio distrattamente accesa negli scorsi mesi o in ogni più sperduto chiosco estivo scelto come isolatissimo rifugio, salvo poi ritrovare il suo stesso autore, le sue faccine più disorientate che intelligenti, a rimpiazzare Mika nell&#8217;ultima giuria di <em>X &#8211; Factor</em>, tra le discutibili sperimentazioni tricologiche di Arisa e l&#8217;unica, vera, invidiabile, chioma &#8211; per tutti gli over 25 non proprio capelloni, come me &#8211; quella di Manuel Agnelli. Speravamo di esserci lasciati finalmente alle spalle quella coreografia un po&#8217; sgraziata, le braccia abbandonate in un movimento disarticolato, contorno all&#8217;inspiegabile successo del brano <em>Andiamo a comandare</em> firmato Fabio Rovazzi, furbo talento dal volto apparentemente cagionevole, ultima scoperta del tatuatissimo Fedez &#8211; quarto giurato nella stessa edizione di <em>X- Factor </em>e protagonista del gossip sentimentale più chiacchierato degli ultimi tempi, la recente e <em>very social</em> relazione con la <em>fashion &#8211; blogger</em> Chiara Ferragni. Ci auguravamo di aver detto sostanzialmente addio, con <em>Duele el corazon</em> di Enrique Iglesias, a quell&#8217;inarginabile ondata di motivetti dal ritmo caliente, infarciti con le medesime sonorità latine e con le stesse, tre, quattro, riconoscibili parole in lingua spagnola, tipo <em>bailar</em>, <em>beso</em>, <em>te quiero</em>, espediente neanche così originale visto che decenni fa aveva già decretato la fortuna musicale di suo padre Julio (quando si dice &#8220;buon sangue&#8221;). Eravamo insomma convinti che salutata a malincuore la bella e soleggiata stagione ci saremmo congedati anche dalla leggerezza e dalla fin troppo studiata orecchiabilità dei suoi amati/odiati tormentoni, per far necessariamente spazio, insieme alla consueta malinconia autunnale, a successi di ben altro calibro, respiro, spessore. Quello che non potevamo prevedere è che invece il primo, inarrestabile, fenomeno in musica di questi mesi sia un brano demenziale (e naturalmente già virale), che se paragonato alla breve lista di <em>hit</em> estive poco prima elencate, le eleva al rango di possibili rivali del premio Nobel alla letteratura assegnato nei giorni scorsi a Bob Dylan. Si tratta del pezzo <em>PPAP (Pen, Pineapple, Apple, Pen</em>, ossia Penna, Ananas, Mela e Penna, video allegato) un titolo che ricorda una filastrocca per bambini e un interprete a dir poco surreale, il giapponese Piko Taro, personaggio nato dalla fantasia del comico e dj Kosaka Daimaou, lo stesso che compare nella clip in un imbarazzante look <em>animalier</em> color giallo zafferano, a metà fra il <em>kitsch</em> di Leone di Lernia e gli eccessi estetici della compianta Marta Marzotto. Una sorta di Sacha Baron Cohen in salsa nipponica, un nuovo personaggio improbabile al pari del suo stesso brano, un continuo <em>non &#8211; sense</em> fatto di strampalati accostamenti linguistici, ma che con i suoi quasi 75 milioni di visualizzazioni ottenuti in rete in pochissimo tempo rischia addirittura di spazzare via il precedente record del <em>Gangnam Style</em> di Psy, l&#8217;altro inverosimile cantante giunto da Oriente che aveva conquistato il mondo (oltre un miliardo di clic) a suon di replicabilissimi passi. In attesa di una terza, assurda, star dagli occhi a mandorla che offuschi d&#8217;imporvviso la loro smisurata e repentina fama: o di una vera, struggente e magnetica canzone con cui deliziare lo spirito nelle nostre inesorabili sere d&#8217;autunno.</p>
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		<title>Bella di sorella&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2016 08:56:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/09/hadid.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4670" alt="hadid" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/09/hadid.jpg" width="630" height="418" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In principio fu Gigi Hadid: bionda bellezza raggiante made in California, classe &#8217;95, un nomignolo che in Italia suona curiosamente maschile (abbreviazione del più esotico Jelena Noura), un cognome di chiara provenienza mediorientale (il padre, Mohamed Hadid, è un noto imprenditore immobiliare di origini palestinesi), un fascino solare e prorompente avuto in eredità dalla madre (l&#8217;ex modella olandese e star della tv americana Yolanda Foster). Con queste premesse (e questo straordinario patrimonio genetico) non stupisce affatto che Gigi sia diventata, a soli 21 anni ed in pochissime stagioni, il nome più richiesto dall&#8217;intero <em>fashion system</em> internazionale, collezionando sin dal suo debutto, avvenuto nel 2011, copertine, contratti e campagne che l&#8217;hanno piazzata direttamente ai primi posti nella classifica delle top model più pagate al mondo stilata di recente da <em>Forbes</em> (appena dietro alle brasiliane Gisele Bundchen e Adriana Lima, per intenderci). Una carriera sfolgorante la sua, già coronata da traguardi che altre colleghe raggiungono in tempi più rilassati (come l&#8217;immancabile presenza sul Calendario Pirelli, nell&#8217;edizione 2015 firmata da Steven Meisel) e arricchita di passi strategici che fanno di Gigi una star mediatica a tutto tondo: dalle risposte piccate via web a chi l&#8217;accusava di non entrare esattamente in una taglia 38, (polemica conclusasi, guarda caso, con il suo ingaggio miliardario da parte del colosso dell&#8217;intimo <em>Victoria&#8217;s Secret</em>), passando per l&#8217;amicizia affettuosa e fin troppo ostentata con alcuni personaggi dello spettacolo (tra cui la celebre cantante statunitense Taylor Swift), per finire con il fidanzamento, manco a dirlo, sbandieratissimo, con l&#8217;ex degli <em>One Direction</em> Zayn Malik (tanto per ribadire che il binomio top &#8211; model/pop star funziona ancora dai tempi di Simon Le Bon e Yasmin Parvaneh). Ad intaccare, e forse un domani offuscare, la fama della sensualissima Gigi, potrebbero però essere le quotazioni in ascesa dell&#8217;altra bellezza di casa Hadid, la sorellina minore Bella: 20 anni fra pochi giorni (è nata il 9 Ottobre del &#8217;96), brunetta dal volto più algido e sofisticato, una vaga somiglianza con la nostra Carla Bruni (in fase pre &#8211; Sarkozy e pre &#8211; botox), un profilo straordinariamente perfetto su cui pesa il sospetto di un ritocco chirurgico, la giovane modella era già comparsa in alcune importanti campagne fotografiche al fianco della sorella stessa (tra cui quella di Balmain dello scorso inverno, foto allegata), così come capita di vederle sfilare assieme sulla medesima passerella in occasione delle numerose <em>fashion week </em>in giro per il pianeta. Ma per spiccare degnamente il volo in solitaria e forse non passare alla storia della moda come l&#8217;ennesima &#8220;parente di&#8221;, Bella ha sfoderato il suo personale repertorio di mosse giuste per guadagnarsi i riflettori: così, tanto per non smentire il dna familiare, si è trovata un compagno musicista tutto suo, il cantante r&amp;b canadese The Weeknd, pescandolo tra i nomi più in vista nel panorama mondiale. Non soddisfatta è comparsa lo scorso Maggio sul red carpet del festival di Cannes in un succinto abito rosso fuoco di Alexander Vauthier, con scollatura e spacco da cardiopalma (espediente rimarcato, con esiti più patetici e volgari, da alcune <em>starlette</em> di casa nostra all&#8217;ultimo Festival di Venezia), raggiungendo, in una sola serata, picchi imprevisti di popolarità. Ed è finita a far parlare nuovamente di sé, forse suo malgrado, per la recente e rovinosa caduta in passerella a New York, da Michael Kors, pochi giorni fa, brutto incidente che però in passato ha consolidato il successo di ben altre top (le scarpe con zeppa vertiginosa di Vivienne Westwood da cui cadde Naomi Campbell nel lontano 1993, ad esempio, sono da allora esposte nel prestigioso Victoria &amp; Albert Museum di Londra). Senza dimenticare che sul solito dualismo e sull&#8217;eterna rivalità tra la bionda e la bruna campano da decenni centinaia di storie al cinema, e poi cartoni, favole, perfino le veline e le vallette di Sanremo: volete che non funzioni proprio stavolta?</p>
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		<title>Photo food&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 12:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=2BXRGzjo1_Q">IKEA &#8211; Let&#8217;s Relax &#8211; YouTube</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><object width="594" height="500" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/2BXRGzjo1_Q" /><embed width="594" height="500" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/2BXRGzjo1_Q" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Guarda qui cos&#8217;ho preparato oggi!&#8221;. E&#8217; quasi ora di pranzo, annoiato e impaziente desidero solo poter scendere dal treno, come al solito, in ritardo, il servizio gratuito di connessione wi-fi reclamizzato ogni minuto sullo stesso convoglio sembra procedere altrettanto a rilento, e per visualizzare l&#8217;immagine inviatami via Whatsapp dalla mia amica Loredana devo aspettare di ritrovarmi una mezz&#8217;ora più avanti solo, al tavolo di un bar, di fronte ad uno squallido tramezzino, divorato in quei pochi secondi che precedono il mio appuntamento di lavoro, in altre circostanze neppure sufficienti ad ordinare un velocissimo pasto. &#8220;Sembrano davvero buoni!&#8221; riesco, non so come, a replicare, mentre mi ustiono il palato buttando giù un caffé troppo bollente, e la vista di quel succulento piatto di spaghetti alle vongole, campeggiante nella foto inviatami poco prima, non fa che accrescere l&#8217;acquolina in bocca, oltre alla comprensibile voglia, mista ad invidia sottile, di barattare il mio misero pranzo con quella pietanza immortalata, in apparenza ben più gustosa. Direi che il suo messaggio ha ottenuto senza dubbio l&#8217;effetto desiderato: perché è per questo che, <em>smartphone</em> alla mano, fotografiamo come forsennati milioni di portate rese esteticamente impeccabili, grazie a quella dedizione spasmodica, un tempo appannaggio esclusivo di personaggi da libro di ricette come Wilma de Angelis o suor Germana. E&#8217; per questo che curiamo allo stremo impiattamento e presentazione di qualsiasi prelibatezza, vera o presunta, uscita dalle nostre mani, sempre in preda alla criticabile ma diffusissima smania di condividerla sui <em>social</em> non appena poggiata quell&#8217;ultima foglia di basilico sulla sua sommità. Per cercare, nel più vasto pubblico del <em>web</em>, maggiore o incondizionata approvazione, consensi e commenti lusinghieri, per coccolare il nostro ego culinario con il moltiplicarsi costante di <em>like</em>, stelline o cuoricini, per ottenere in risposta quell&#8217;entusiasmo che mariti, mogli, fidanzate/i o figli troppo distratti a tavola non sembrano ugualmente riservare ai nostri piatti così amorevolmente preparati, spesso al contrario demoliti da critiche del tipo &#8220;però manca un po&#8217; di sale&#8221; o &#8220;secondo me è sbagliata la cottura!&#8221;. Per metterci in mostra, e forse anche alla prova, su di un terreno più familiare, democratico, a portata di mano, come lo è poi la cucina, per regalare finalmente una vetrina degna e spaziosa alle nostre supposte abilità ai fornelli, fino ad oggi tenute nascoste fra le mura domestiche o al massimo svelate a parenti e amici utilizzati come cavie dei nostri peggiori esperimenti con il cibo. Contagiosa moda collettiva o frontiera recente della vanità 2.0, il <em>foodspotting </em>(questo il termine corretto per descrivere la mania di inondare la rete, Instagram in primis, con foto di piatti tutte noiosamente uguali a sé) è anche l&#8217;ultimo bersaglio della nuova e riuscitissima campagna Ikea (video allegato), l&#8217;arcinoto colosso svedese di arredamento colpevole di aver riempito le nostre case con mobili dai nomi impronunciabili e di aver trasformato in un incubo i nostri week-end di <em>shopping</em> forzato tra mensole da misurare e piumoni talvolta esagerati per le più miti temperature nostrane. Con la medesima ironia e l&#8217;efficacia già notate nelle precedenti pubblicità ideate dallo stesso gruppo, lo spot citato si scaglia così contro l&#8217;inutile ossessione quotidiana di fotografare e condividere sulle proprie pagine internet i piatti prima ancora di poterli assaggiare, mettendo in scena un raffinato ambiente aristocratico settecentesco e ipotizzando la ricerca di potenziali gradimenti virtuali in quell&#8217;epoca, in un tripudio di costumi sfarzosi, volti pallidamente truccati e parrucche (peccato quest&#8217;ultime non tornino di moda, ne approfitterei subito). Con un messaggio finale piuttosto esplicito &#8220;<em>Let&#8217;s relax. It&#8217;s a meal</em>&#8220;. Rilassiamoci, è solo cibo. Parole che terremo bene a mente quando, magari contro la nostra volontà, ci ritroveremo proprio all&#8217;Ikea a rigirare tra le mani un piccolo barattolo di SILL SOMMAR (aringhe marinate), tentando di intuirne, forse invano, il contenuto.</p>
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		<title>Un bel tacer&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2016 10:48:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A volte, semplicemente, non si ha nulla da dire. Altre, soprattutto in pieno clima di vacanze, diventa normale e quasi indispensabile voler staccare la spina, interrompere il peso e la prevedibilità di certi ritmi e tentare di sottrarsi ad ogni &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4620">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A volte, semplicemente, non si ha nulla da dire. Altre, soprattutto in pieno clima di vacanze, diventa normale e quasi indispensabile voler staccare la spina, interrompere il peso e la prevedibilità di certi ritmi e tentare di sottrarsi ad ogni tipo di routine. Altre ancora, in maniera forse più banale, la voglia di raccontare, commentare o dispensare opinioni e consigli da quattro soldi (i miei intendo) sulla vita in generale lascia spazio al solo desiderio di viverla appieno quella stessa vita, senza avvertire la minima necessità di condividere, rendere pubblico o dare in pasto a chicchessia, nemmeno a quei pochi e fedeli lettori faticosamente conquistati nel tempo, alcun frammento, privato e prezioso, della propria esistenza. Il che in teoria cozzerebbe un po&#8217; con la ragione stessa di possedere un personalissimo e a tratti insensato contenitore virtuale come questo, edificato sul mio solo punto di vista e sugli stralci di una bizzarra quanto ordinaria quotidianità. Ma star qui a spiegare nel dettaglio i motivi del recente, maggiore (e credetemi, non previsto) silenzio mai avvenuto nei quasi quattro anni di storia di questo mio blog, facilmente riassumibili poi in un fatale mix estivo delle tre premesse poc&#8217;anzi elencate, distoglierebbe forse troppo dalla parola alla base della riflessione di oggi, quel citato, fondamentale, spesso sottovalutato silenzio. Affaccendati gran parte dell&#8217;anno a trovare necessariamente modi e spazi per poter dire, talvolta urlare, la nostra, sempre iperconnessi e dunque pronti a sparare a zero su quella stessa rete che ci aggiorna all&#8217;istante su tutti i fatti e i fattacci, pare quasi impossibile oggi coccolare invece l&#8217;idea di farsi per un po&#8217; da parte, rallentare presenze e interferenze virtuali, ritagliarsi dei sani e vitali attimi per ritornare al solo piacere di ascoltare e perché no, di ascoltarsi. Voci e situazioni riscoperte durante quest&#8217;estate, mai notate prima, al contrario, per distrazione, superficialità, sovraccarico di impegni e di pensieri, ce ne sarebbero in abbondanza. Che le risate di mia nipote, ad esempio, o dei figli dei miei amici, al mare, mentre fanno i tuffi, hanno lo stesso suono vivace e tintinnante di quando da bambini passavamo i pomeriggi ad arrampicarci pericolosamente sugli scogli. Che certe paure infondate, tipo le vertigini, non si placano o svaniscono nel tempo, e risalire a distanza di decenni su di una ruota panoramica non fa altro che risvegliare quella dimenticata sensazione di vuoto improvviso nelle gambe e i medesimi, paralizzanti, brividi nel vedere rimpicciolire a poco a poco la gente. Che nessun pudore o timore del giudizio altrui bloccherà mai il nodo alla gola che ti assale di fronte alla solita vista del tuo artista preferito, neanche quando ti avvicini troppo alla tela, per tentare di scorgere le pennellate, e l&#8217;allarme prontamente scattato nel museo fa voltare su di te gli occhi di tutti gli altri turisti. Che regalarsi degli attimi di totale e benefico nulla, tentare di sgombrare la testa ingolfata di preoccupazioni, recuperare fiato, energie, una dimensione vitale più umana e tollerabile rimane forse l&#8217;unico vero buon proposito da portarsi in valigia dopo le ferie. Tanto il tempo per tornare a parlare e a scrivere, più o meno a sproposito, quello c&#8217;è sempre.</p>
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		<title>Simply blue&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2016 08:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[abito]]></category>
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		<description><![CDATA[Michelle Obama&#8217;s DNC speech: Key moments &#8211; YouTube. In quanto a carisma, popolarità, consensi e occasioni non ufficiali in cui sfoderare anche una naturale e travolgente simpatia, non è stata mai da meno rispetto all&#8217;altrettanto celebre e fascinoso marito, quel &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4599">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=Mxg6gz1tXB8">Michelle Obama&#8217;s DNC speech: Key moments &#8211; YouTube</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><object width="583" height="489" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Mxg6gz1tXB8" /><embed width="583" height="489" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/Mxg6gz1tXB8" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">In quanto a carisma, popolarità, consensi e occasioni non ufficiali in cui sfoderare anche una naturale e travolgente simpatia, non è stata mai da meno rispetto all&#8217;altrettanto celebre e fascinoso marito, quel Barack Obama entrato di diritto nella storia come primo uomo di colore alla Casa Bianca. Anzi, c&#8217;è già chi è pronto a scommettere che dopo la candidatura (e la vittoria quasi certa) di Hillary Clinton al medesimo, gravoso, ruolo di presidente degli Stati Uniti (tra l&#8217;altro mai ricoperto da una donna), adesso nel pieno della sua campagna elettorale a ridosso della scadenza del secondo mandato dello stesso Obama, la prossima a scendere in campo sarà proprio lei. Perché diciamolo subito: la tradizionale e forse superata figura di contorno di <em>first lady</em>, tutta cappellini griffati, tè da sorseggiare con capi di Stato (e relative consorti), quasi esclusivamente impegnata in attività benefiche o nel decidere la lunghezza delle siepi della residenza presidenziale, a Michelle Obama è sempre andata (per nostra fortuna) stretta. Avvocato di successo, di umili origini, un passato da attivista per i diritti civili, un presente di strenue battaglie su temi delicati come alimentazione ed ecologia, Michelle è l&#8217;incarnazione vivente dell&#8217;<em>american dream</em>: una donna in grado di guadagnarsi il proprio meritato (e smisurato) successo grazie a intelligenza, caparbietà, tenacia, lei, prima <em>first lady</em> afroamericana in un Paese ancora drammaticamente intriso di gravi pregiudizi razziali. In più è dinamica, colta, spiritosa: davanti alle telecamere mostra una disinvoltura degna delle migliori <em>anchorwomen</em>, posa su prestigiose copertine con garbo e ironia, riuscendo così ad entrare nelle grazie degli americani molto più della stessa Clinton, a cui, tante donne soprattutto, non hanno ancora perdonato l&#8217;essersi tenuta, forse per convenienza politica, un marito non particolarmente brillante (il mandato presidenziale di Bill Clinton non verrà certo ricordato per l&#8217;accortezza delle sue iniziative), per di più fedifrago. E poi c&#8217;è il fattore moda: perché Michelle ha un suo preciso e riconoscibile stile in fatto di abiti, azzarda tinte squillanti e stampe vistose, conosce bene i punti di forza del proprio corpo, come l&#8217;altezza o le spalle atletiche, esibisce fieramente tricipiti scolpiti, noto punto critico di gran parte del genere femminile passati gli anta, offuscando anche in questo campo la ben più antiquata Hillary, ancora legata a tailleurini e giacche nascondi-fianchi o a tristanzuoli foulard annodati al collo. Una discreta capacità di padroneggiare il linguaggio della moda confermata ancora una volta dall&#8217;ultima apparizione pubblica della stessa Michelle, il discorso tenuto qualche giorno fa alla Convention democratica di Filadelfia a supporto della Clinton (nel video i passaggi salienti). Sorvoliamo sul confronto impietoso con l&#8217;intervento della settimana scorsa di Melania Trump, terza e attuale moglie del <em>tycoon</em> e candidato repubblicano dal ciuffo grottesco Donald, ex modella di origini slovene, bellissima quanto impacciata nel suo abito candido e nel suo discorso (copiato in parte, come hanno sottolineato in tanti, da quello che la Obama tenne nel 2008) ripetuto con lo sguardo incollato al monitor e con la stessa spigliatezza che noialtri avevamo nel ruolo di albero di Natale alla recita scolastica. Tralasciamo il piglio autorevole e l&#8217;indubbia efficacia delle parole di Michelle, a cui del resto siamo abituati da tempo, e concentriamoci sulla scelta, studiatissima, dell&#8217;abito: quel semplice e raffinato vestito blu, dalla vita leggermente rialzata, firmato Christian Siriano, non può essere stato certo selezionato a caso, per un evento di tale risonanza. Siriano infatti, vincitore in passato del <em>reality</em> per giovani creativi <em>Project Runway</em>, stilista apertamente e orgogliosamente gay (è sposato con il produttore musicale Brad Walsh con cui si presenta, mano nella mano, ad ogni red carpet), è anche l&#8217;unico ad aver accettato pubblicamente su Twitter la sfida a vestire per la prima di <em>Ghostbuster 2</em> l&#8217;attrice di colore Leslie Jones, a suo dire snobbata dalla maggior parte delle case di moda perché non particolarmente avvenente. Il look di Michelle, firmato Siriano, è perciò una sottile e ben ponderata scelta politica: è soprattutto un segnale di apertura, parla di tolleranza, di inclusione, è profondamente &#8220;democratico&#8221; al pari del suo intenso messaggio, al pari di quegli orecchini a cerchio, vagamente afro, lieve richiamo agli schiavi neri citati nello stesso discorso. Michelle Obama è per questo, in conclusione, anche un esempio insuperabile della moda messa a servizio della comunicazione: sarà difficile che il primo <em>first gentleman</em> della storia a stelle e strisce, Bill Clinton, riesca a fare altrettanto.</p>
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		<title>Ad alto rischio&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2016 20:09:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/07/20160710_143511-2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4577" alt="20160710_143511 (2)" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/07/20160710_143511-2.jpg" width="1856" height="1119" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La paura di passare in sordina stavolta c&#8217;era, e maggiore del previsto. La buona riuscita dell&#8217;intera <em>kermesse</em> perciò, naturalmente auspicabile, non così scontata, senza dubbio meritatissima, alla fine è giunta, forse in maniera ancor più entusiasmante. Quasi compressa fra il contemporaneo clamore per le nomine &#8211; shock dell&#8217;<em>haute couture </em>parigina (il passaggio alla direzione creativa di Dior di Maria Grazia Chiuri, ex di Valentino e prima donna al timone della <em>maison</em> francese), tra gli abbaglianti festeggiamenti per i 90 anni di Fendi, rei di aver profanato l&#8217;intoccabile magnificenza di Fontana di Trevi, e i 30 anni di Dolce &amp; Gabbana pittorescamente allestiti per le vie di Napoli, con un&#8217;inossidabile Sofia Loren osannata sotto un baldacchino barocco come una Madonna in processione, Altaroma, la storica manifestazione di alta moda capitolina, poteva forse sparire in mezzo a tanta mediatica opulenza. E invece no. Merito, al contrario, di un programma accorto e ben strutturato, che dall&#8217;8 all&#8217;11 Luglio scorsi, ha eletto nuovamente i locali dell&#8217;ex Dogana di San Lorenzo come sede principale e più appropriata per un esplicito tentativo di innovazione stilistica affidato sempre più al talento di nomi nuovi o emergenti. Merito soprattutto di una formula consolidata che ha fatto progressivamente a meno di inutili eccessi, colpi di teatro o stramberie superflue, per rifugiarsi così in proposte concrete e spendibili, in iniziative lungimiranti, in un terreno in cui la moda intesa come sostanza e non semplice forma potesse finalmente dare i suoi frutti migliori. Come a dire: qui si torna a parlare di abiti, di competenze, di mercato, le stravaganze (immancabili, ma più dosate) lasciamole alla folla (fin troppo) variopinta che assedia spasmodica le passerelle più per il gusto di deliziare il pubblico dei social che per innato buongusto. Su questo registro dunque ci si è mossi sin dall&#8217;attesissimo evento inaugurale, <em>Who is on next?</em>, il celebre progetto di scouting, realizzato in collaborazione con Vogue Italia, che, forte di una giuria di mostri sacri del settore (da Franca Sozzani accolta da ovazione da stadio a Suzy Menkes con consueto ciuffo a banana e cappa plissettata viola), ha premiato, forse penalizzando il lieve &#8220;citazionismo&#8221; di alcune collezioni (come i richiami sottili allo stile di Gucci e di Moschino presenti qua e là), i giovani brand di Brognano (1° classificato) e Miahatami (2°) per il prêt &#8211; à &#8211; portér e Pugnetti Parma per gli accessori. E proprio dalle scuderie di <em>Who is on next? </em>provengono alcuni dei nomi più interessanti visti, non a caso, negli stessi giorni, come quello del greco Angelos Bratis, vincitore dell&#8217;edizione 2011, e artefice di una collezione matura, coerente, chiaramente evocativa in certi drappeggi, grafismi o nei blu, brillanti e insistiti, della sua terra di origine. O quello di Hussein Bazaza (vincitore soltanto lo scorso Ottobre dell&#8217;edizione speciale 2015 tenutasi a Dubai), giovanissimo couturier libanese (è nato nel 1990) che coniuga nelle sue creazioni uno spericolato iperdecorativisimo alla predilezione per volumi rigidi e geometrizzanti. Impossibile infine non menzionare l&#8217;eleganza raffinata e onirica, al contempo quasi sospesa, di Greta Boldini (foto allegata), brand oggi esclusivamente affidato alle intuizioni sofisticate del designer Alexander Flagella, autore di una collezione portabilissima e di ampio respiro, passando per la sfilata più emozionante, quella siglata dal duo creativo veneziano Arnoldo] [Battois, che mescola impunemente nei propri abiti tracce di Oriente e motivi <em>animalier</em> a<em> </em>tinte fluo ed accessori zoomorfi, in un insieme di grande impatto estetico. Perfettamente in linea con quello che, ci auguriamo, possa continuare ad essere, non solo qui a Roma, il prossimo futuro dei <em>fashion &#8211; show</em>: molto, molto meno show, molta, molta più moda.</p>
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		<title>Just me and you&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2016 15:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[liste]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Vuoi che ti passi dell&#8217;insalata?&#8221; &#8220;No, grazie, non mangio cibi verdi!&#8221; &#8220;Davvero? Ma pensa, neanch&#8217;io!&#8221;. Ero incredulo, quasi sconvolto, soprattutto sollevato. Ho perfino provato forte il desiderio di tuffarmi al di là del tavolo dove era seduta anche lei, durante &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4557">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;Vuoi che ti passi dell&#8217;insalata?&#8221; &#8220;No, grazie, non mangio cibi verdi!&#8221; &#8220;Davvero? Ma pensa, neanch&#8217;io!&#8221;. Ero incredulo, quasi sconvolto, soprattutto sollevato. Ho perfino provato forte il desiderio di tuffarmi al di là del tavolo dove era seduta anche lei, durante un pranzo fra colleghi, solo per abbracciarla, manifestarle tutta l&#8217;improvvisa e sconquassante gioia per la fine dell&#8217;attesa pluridecennale di un altro essere umano che pronunciasse quelle stesse, fatidiche parole, esultare in pubblico per il piacevole e inaspettato conforto dovuto alla speranza colmata di ritrovare nei gusti altrui la mia identica e forse un po&#8217; bizzarra consuetudine, universalmente considerata dal 99% degli abitanti del pianeta una stramba e capricciosa rarità. &#8220;E le zucchine?&#8221; &#8220;Dipende da come sono cucinate, ma in genere non mi fanno impazzire&#8221; &#8220;Uguale! E il radicchio?&#8221; &#8220;No, ma scherzi? Non sarà verde ma ha quella consistenza lì&#8221; abbiamo proseguito nella nostra trascinante ed empatica conversazione, probabilmente suonata un tantinello surreale alle orecchie degli altri presenti, quanto così familiare e gradevolmente prevedibile per me, ipnotizzato com&#8217;ero dai suoi racconti su lattuga, spinaci o broccoli, talmente sovrapponibili ai miei stessi aneddoti sull&#8217;argomento, da darmi quella gratificante sensazione di riascoltare la melodia di una vecchia canzone imparata un tempo a memoria e mai più sentita per anni. Perché se si è speso inutilmente più dei due terzi della propria esistenza per convincere parenti e amici della fondatezza di quella tua, chiamiamola così, irragionevole repulsione, oltre a tutta la propria infanzia a buttar giù bocconi interi di bietole o cavolfiori da non sfiorare mai neppure con lingua e denti, stufo di esser sempre additato come l&#8217;ospite esigente e incontentabile, quello che puntuale, dopo ogni invito a cena, riceve la solita telefonata del tipo &#8220;ma neanche i carciofi mangi? e gli asparagi? allora cosa posso cucinarti?&#8221;, incontrare la comprensione e la solidarietà di un&#8217;altra creatura affetta dalla stessa, forse rara ma comunque esistente, abitudine, equivale a un impagabile attestato di appartenenza ad una delle tante schiere imperfette dell&#8217;umanità. E visto che abbiamo tutto da guadagnare dal condividere o dal riscontrare nel prossimo le nostre stesse vulnerabili pecche o le nostre più illogiche manie o consuetudini, anche solo per non sentirsi isolati da una muraglia di singolari usanze erroneamente ritenute fuori dal comune, vi invito, come faccio io di seguito, ad uscire allo scoperto e a raccontare qui tranquillamente tutte le vostre stranezze, con la concreta possibilità che appartengano anche all&#8217;insensato repertorio di comportamenti e di azioni bislacche di qualcun altro, fino adesso mai purtroppo incontrato. Ecco le mie:</p>
<p style="text-align: justify;">- I barattoli della cucina (caffé, zucchero, sale, etc) devono essere, sui miei scaffali, sempre pieni fino all&#8217;orlo. Già se scendono sotto la metà del proprio contenuto vanno riempiti (meno non se ne parla proprio). E per evitare il rischio del ricambio costante della parte superficiale a discapito di un fondiccio ristagnante a lungo, svuoto con cura ciascun barattolo, lo riempio per circa metà dell&#8217;altezza direttamente dalla confezione, per poi riversare di nuovo lì sopra il contenuto tolto poco prima. Almeno un paio di volte a settimana.</p>
<p style="text-align: justify;">- Il volume della tv, dell&#8217;autoradio, dello smartphone, di qualsiasi altro diabolico congegno atto a riprodurre suoni deve segnare sempre, e dico sempre, un numero pari, mai dispari. Stessa cosa vale per tutte le mie sveglie: mai potrei sintonizzarle, che so, alle 7.37. Più difficile semmai estendere la stessa discutibile mania agli orologi comuni: voglio dire, se quel minuto è dispari, è dispari. Allora lo fisso a lungo, finché non diventa pari. Poi sto meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">- Gli acquisti da porre sul <em>tapis &#8211; roulant</em> di una cassa in qualsiasi negozio non saranno mai buttati lì in ordine sparso o, peggio ancora, messi a casaccio, sbilenchi, a formare torri pericolanti di spese da imbustare, ma posti ordinatamente in maniera perpendicolare gli uni agli altri. Come in una sorta di <em>Tetris</em> tridimensionale, le cui pedine sono però scatole di scarpe in saldo, pezzi di mobili impronunciabili dell&#8217;Ikea o confezioni d&#8217;acqua lievemente gassata. Indicibile è la vastità di espressioni sgomente da parte delle commesse avvistate negli anni.</p>
<p style="text-align: justify;">- Il mio oculista di fiducia ormai se n&#8217;è fatto una ragione e mi fissa direttamente l&#8217;appuntamento annuale di controllo verso le 6 del pomeriggio, l&#8217;ultimo della giornata. Perché tanto prima delle 8 non uscirà di lì: di sicuro gli ci vorranno quelle due ore anche solo per potersi avvicinarsi alle mie pupille, pensiero che a rievocare anche adesso mi provoca sudarelle fredde e nausea. Ebbene sì, più di ogni altra cosa al mondo mi terrorizzano le visite agli occhi: in compenso non batto ciglio di fronte al dentista, sulla cui poltrona riesco spesso ad addormentarmi. Qualcun altro può vantarsi di fare altrettanto?</p>
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		<title>Azzardi in volo&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2016 09:27:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/06/divise-alitalia.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4534" alt="divise-alitalia" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/06/divise-alitalia.jpg" width="700" height="404" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Per colpa di un percorso professionale gratificante quanto tortuoso, intrapreso tempo fa privilegiando una passione impossibile da ignorare e snobbando con giovanile incoscienza proposte che mi avrebbero garantito al contrario maggiori certezze economiche e contrattuali, ma anche l&#8217;insopportabile noia dei giorni di lavoro tutti uguali a se stessi, da più di una dozzina di anni mi destreggio nell&#8217;atipica quanto affascinante carriera di storico del costume, barcamenandomi così tra (i rari) archivi di abiti presenti nei nostri musei, interessanti mostre sull&#8217;abbigliamento e qualche dignitosa, seppur non troppo significativa, pubblicazione in materia. Tutte occasioni grazie alle quali ho avuto la fortuna, spesso accompagnata da un terrore giustificabile e paralizzante, di toccare con mano centinaia e centinaia di creazioni originali o di accessori delle più varie epoche e provenienze, di studiarne a fondo fattura e dettagli, di scoprirne, talvolta con stupore, accorgimenti sartoriali nascosti e minuziosissimi, come tagli millimetrici o cuciture invisibili e certosine, interventi in apparenza insignificanti, in grado di determinare invece in ogni capo il giusto e necessario adattamento dell&#8217;abito stesso al corpo chiamato ad indossarlo. Giungendo peraltro di frequente, alla fine di ogni lavoro, alla medesima e forse scontata osservazione: in quanto a straordinaria compresenza di stile, femminilità, ricercatezza di gusto e di esecuzione, pochi altri periodi storici riescono a distinguersi nell&#8217;intero panorama della moda italiana del secolo scorso come gli anni Cinquanta. Epoca in cui, in realtà, il <em>made in Italy</em>, ancora agli albori e appena regolato da un sistema di presentazione a <em>buyer</em> e stampa antesignano di quello odierno (le famose sfilate alla Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze cominciate nel 1952), affacciatosi da poco sulla soglia di un mercato destinato a divenire di lì a breve dirompente, si basava però sull&#8217;eccellenza di singole realtà sartoriali presenti in diverse città. Nomi quali quelli di Emilio Schuberth, il <em>couturier </em>partenopeo amato da dive come Gina Lollobrigida e celebre per impreziosire spesso i propri abiti con tocchi pittorici, di Roberto Capucci, il creatore animato da una vocazione scenografica, spregiudicata e scultorea per la moda, delle Sorelle Fontana, il <em>team</em> familiare e creativo primo a conquistarsi il favore della clientela americana, hanno tutti contribuito a definire quell&#8217;unicità di eleganza quale prerogativa di un decennio irripetibile per lo stile come sono stati appunto gli anni Cinquanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Devono aver avuto lo stesso pensiero anche i potenti vertici di Alitalia, la compagnia aerea sorta nel 2014 dalle ceneri in cui era ormai ridotta, anche a causa delle note e tumultuose vicende giudiziarie, la ex compagnia di bandiera, oggi invece risollevatasi, almeno nel capitale, dal provvidenziale ingresso fra gli azionisti della Eithad Airways, di proprietà degli Emirati Arabi, attualmente al controllo di circa la metà (49%) dell&#8217;intero gruppo. E che con l&#8217;obiettivo forse di sottolineare il nuovo, e speriamo meno accidentato, corso dell&#8217;azienda, ha visto bene di ripartire da una mirata e massiccia operazione di <em>restyling</em>, lanciata in pompa magna sulla stampa di mezzo mondo, e volta a rinnovare il look del personale di bordo, da qualche settimana dotato dunque di fiammanti (ma non infiammabili, ci mancherebbe) e, diciamolo subito, criticatissime divise (nella foto la campagna pubblicitaria). Che, per carità, trattandosi della tenuta professionale pensata appositamente per hostess e steward, categoria da cui si pretende, oltre a cortesia infinita e miracolose capacità di placare all&#8217;istante le ansie dei passeggeri, un aspetto naturalmente impeccabile, non oseremmo mai immaginare come un qualcosa di troppo informale o <em>kitsch</em>, che so, una tuta di ciniglia, o una <em>mise</em> particolarmente sexy e provocante. Un tocco di modernità, anche minuscolo, escluso in toto dalla pesante e fin troppo coprente classicità della suddetta divisa, dal momento che siamo ormai abbondantemente approdati nel terzo millennio, di certo non avrebbe infastidito nessuno. Anche perché l&#8217;artefice della contestatissima collezione, Ettore Bilotta, stilista dalla rispettabile ma non memorabile carriera, almeno non quanto quella dei suoi predecessori incaricati in passato da Alitalia del medesimo compito  (le stesse sorelle Fontana, Mila Schön o in anni più recenti perfino Giorgio Armani), si è prodigato per tentare di evidenziare nel proprio lavoro un voluto omaggio alla raffinatezza tipica degli anni Cinquanta. Dove questa si sia poi nascosta in quel tripudio di tonalità ispirate al tricolore e apparentemente abbinate un po&#8217; a casaccio in divise mai così orrendamente retro, in quelle calze verde bosco che riuscirebbero a rendere il polpaccio di ogni donna simile a una pianta grassa, in quel cappellino che pare purtroppo un soufflé sgonfio poggiato sulla testa, non è dato di sapere. Forse all&#8217;interno del semplicissimo e chissà quanto utile borsone in pelle pensato come <em>pendant </em>dell&#8217;orribile completo, unico, salvabile dettaglio di un insieme che, ci auguriamo, non contribuisca ad aumentare la nausea di cui tanti già soffrono in aereo.</p>
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		<title>La musa inquietante&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2016 15:22:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Givenchy]]></category>
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		<category><![CDATA[musica]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=Z4cVPRfYzyE">Miku Hatsune &#8211; The World Is Mine &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="582" height="484" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Z4cVPRfYzyE" /><embed width="582" height="484" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/Z4cVPRfYzyE" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Una certa dose di coraggio, oltre ad un&#8217;apprezzabile inclinazione per le sfide (quasi) impossibili, l&#8217;aveva mostrata nuovamente non più di un mese fa in occasione del MET Gala, quando, sul red carpet inaugurale della mostra <em>Manus X Machina </em>al Metropolitan Museum di New York era riuscito nell&#8217;impresa, non certo facile, di far guadagnare per l&#8217;ennesima volta alla solita Madonna lo scettro di regina assoluta della trasgressione. Già, perché quell&#8217;abito nero tutto pizzo, pericolose trasparenze e lacci strizzamuscoli indossato allora da Miss Ciccone (criticatissimo sulla stampa di mezzo mondo perché lasciava in bella vista glutei e seni della diva quasi 60enne, ancorché sorretti da apposite e indispensabili stringature) e firmato Givenchy, altro non era che l&#8217;ennesimo colpaccio messo a segno da Riccardo Tisci, italiano e talentuoso direttore creativo della medesima <em>maison</em> di moda da oltre un decennio, non a caso recentemente inserito dall&#8217;autorevole rivista <em>Time </em>tra le 100 personalità più influenti del 2016. Che Tisci sia dunque, in virtù della sua straordinaria carriera e del suo curriculum impressionante per uno stilista poco più che quarantenne, uno dei creatori di moda più ambiti e richiesti ai quattro angoli del pianeta proprio dalle stesse star della musica internazionale, che sembrano letteralmente fare a pugni pur di accappararsi una sua collaborazione o un suo prezioso abito da sfoggiare in tour o su di un qualche tappeto rosso, non dovrebbe stupire più di tanto. A destare sorpresa è semmai l&#8217;invito lanciatogli dalle pagine di Vogue Usa, e prontamente raccolto dall&#8217;infaticabile designer, a vestire una cantante non troppo conosciuta in occidente ma, al contrario, già popolarissima in Giappone, la quale, a dispetto della sua giovane età (16 anni) riesce con la disinvoltura di una diva consumata a riempire stadi di fan deliranti e inneggianti il suo nome. Peccato solo non esista nella realtà. Perché Miku Hatsune, questo il nome della celebre stella della musica nipponica, dallo scorso Aprile impegnata in un tour promozionale negli States, è semplicemente un <em>bacharu</em> <em>a</em><em>idoru -</em> come viene definita in patria dai suoi fedelissimi ammiratori intrisi di tecnologia e manga &#8211; vale a dire un essere virtuale, una sorta di gigantesco cartone in 3D, una creatura cioè animata da un software che ne riproduce fattezze e voce (quella, neanche troppo memorabile, con cui si esibisce, naturalmente modificata, appartiene alla cantante Saki Fujita, qui nel video di un suo brano recente <em>The world is mine</em>). E se da questa parte del mondo a fatica riusciamo a spiegarci il successo travolgente di un personaggio che a noi bambini degli anni &#8217;80 ricorda eroine già viste in tante serie animate made in Japan (quelle, per intenderci, con occhioni giganteschi e luccicanti, capelli fluo e improbabile sigla finale da cantare con vocina stridula), per dare un&#8217;idea invece della fama raggiunta in estremo oriente da Miku, lanciata nel 2007 dalla Crypton Future Media anche come protagonista di una serie di videogiochi e fumetti, basti pensare che in pochi anni ciascun suo video ha raggiunto in rete una media di 5 milioni di visualizzazioni (cifre da far crepare d&#8217;invidia tante star in carne ed ossa), oltre all&#8217;onore di aver aperto un concerto di Lady Gaga e di aver duettato con Pharrell Williams in una clip realizzata dall&#8217;artista Takashi Murakami. L&#8217;unico dubbio rimane però sull&#8217;operazione &#8220;diva da rivestire&#8221;: il nome di Givenchy, passato alla storia anche perché legato alla bellezza senza tempo di un&#8217;icona come Audrey Hepburn, avrà fatto bene stavolta ad affiancarsi ai codini verdi e all&#8217;aspetto infantile e un po&#8217; inquietante di Miku? E tra dieci, venti, trent&#8217;anni, ci sarà ancora chi si ricorderà di lei o parlando di star e moda torneremo a citare il tubino nero di <em>Colazione da Tiffany?</em></p>
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