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	<title> &#187; Da ascoltare</title>
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		<title>Ananas d&#8217;autunno&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2016 14:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[PPAP（Pen-Pineapple-Apple-Pen Official）ペンパイナッポーアッポーペン／PIKOTARO(ピコ太郎) &#8211; YouTube. Pensavamo di essere sopravvissuti, indenni, all&#8217;onnipresente ed asfissiante assalto acustico di quella Sofia targata Àlvaro Soler, canzonetta impossibile da evitare ad ogni radio distrattamente accesa negli scorsi mesi o in ogni più sperduto chiosco estivo scelto &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4684">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=0E00Zuayv9Q">PPAP（Pen-Pineapple-Apple-Pen Official）ペンパイナッポーアッポーペン／PIKOTARO(ピコ太郎) &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="595" height="441" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/0E00Zuayv9Q" /><embed width="595" height="441" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/0E00Zuayv9Q" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Pensavamo di essere sopravvissuti, indenni, all&#8217;onnipresente ed asfissiante assalto acustico di quella <em>Sofia </em>targata Àlvaro Soler, canzonetta impossibile da evitare ad ogni radio distrattamente accesa negli scorsi mesi o in ogni più sperduto chiosco estivo scelto come isolatissimo rifugio, salvo poi ritrovare il suo stesso autore, le sue faccine più disorientate che intelligenti, a rimpiazzare Mika nell&#8217;ultima giuria di <em>X &#8211; Factor</em>, tra le discutibili sperimentazioni tricologiche di Arisa e l&#8217;unica, vera, invidiabile, chioma &#8211; per tutti gli over 25 non proprio capelloni, come me &#8211; quella di Manuel Agnelli. Speravamo di esserci lasciati finalmente alle spalle quella coreografia un po&#8217; sgraziata, le braccia abbandonate in un movimento disarticolato, contorno all&#8217;inspiegabile successo del brano <em>Andiamo a comandare</em> firmato Fabio Rovazzi, furbo talento dal volto apparentemente cagionevole, ultima scoperta del tatuatissimo Fedez &#8211; quarto giurato nella stessa edizione di <em>X- Factor </em>e protagonista del gossip sentimentale più chiacchierato degli ultimi tempi, la recente e <em>very social</em> relazione con la <em>fashion &#8211; blogger</em> Chiara Ferragni. Ci auguravamo di aver detto sostanzialmente addio, con <em>Duele el corazon</em> di Enrique Iglesias, a quell&#8217;inarginabile ondata di motivetti dal ritmo caliente, infarciti con le medesime sonorità latine e con le stesse, tre, quattro, riconoscibili parole in lingua spagnola, tipo <em>bailar</em>, <em>beso</em>, <em>te quiero</em>, espediente neanche così originale visto che decenni fa aveva già decretato la fortuna musicale di suo padre Julio (quando si dice &#8220;buon sangue&#8221;). Eravamo insomma convinti che salutata a malincuore la bella e soleggiata stagione ci saremmo congedati anche dalla leggerezza e dalla fin troppo studiata orecchiabilità dei suoi amati/odiati tormentoni, per far necessariamente spazio, insieme alla consueta malinconia autunnale, a successi di ben altro calibro, respiro, spessore. Quello che non potevamo prevedere è che invece il primo, inarrestabile, fenomeno in musica di questi mesi sia un brano demenziale (e naturalmente già virale), che se paragonato alla breve lista di <em>hit</em> estive poco prima elencate, le eleva al rango di possibili rivali del premio Nobel alla letteratura assegnato nei giorni scorsi a Bob Dylan. Si tratta del pezzo <em>PPAP (Pen, Pineapple, Apple, Pen</em>, ossia Penna, Ananas, Mela e Penna, video allegato) un titolo che ricorda una filastrocca per bambini e un interprete a dir poco surreale, il giapponese Piko Taro, personaggio nato dalla fantasia del comico e dj Kosaka Daimaou, lo stesso che compare nella clip in un imbarazzante look <em>animalier</em> color giallo zafferano, a metà fra il <em>kitsch</em> di Leone di Lernia e gli eccessi estetici della compianta Marta Marzotto. Una sorta di Sacha Baron Cohen in salsa nipponica, un nuovo personaggio improbabile al pari del suo stesso brano, un continuo <em>non &#8211; sense</em> fatto di strampalati accostamenti linguistici, ma che con i suoi quasi 75 milioni di visualizzazioni ottenuti in rete in pochissimo tempo rischia addirittura di spazzare via il precedente record del <em>Gangnam Style</em> di Psy, l&#8217;altro inverosimile cantante giunto da Oriente che aveva conquistato il mondo (oltre un miliardo di clic) a suon di replicabilissimi passi. In attesa di una terza, assurda, star dagli occhi a mandorla che offuschi d&#8217;imporvviso la loro smisurata e repentina fama: o di una vera, struggente e magnetica canzone con cui deliziare lo spirito nelle nostre inesorabili sere d&#8217;autunno.</p>
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		<title>Simply blue&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2016 08:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Michelle Obama&#8217;s DNC speech: Key moments &#8211; YouTube. In quanto a carisma, popolarità, consensi e occasioni non ufficiali in cui sfoderare anche una naturale e travolgente simpatia, non è stata mai da meno rispetto all&#8217;altrettanto celebre e fascinoso marito, quel &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4599">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=Mxg6gz1tXB8">Michelle Obama&#8217;s DNC speech: Key moments &#8211; YouTube</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><object width="583" height="489" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Mxg6gz1tXB8" /><embed width="583" height="489" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/Mxg6gz1tXB8" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">In quanto a carisma, popolarità, consensi e occasioni non ufficiali in cui sfoderare anche una naturale e travolgente simpatia, non è stata mai da meno rispetto all&#8217;altrettanto celebre e fascinoso marito, quel Barack Obama entrato di diritto nella storia come primo uomo di colore alla Casa Bianca. Anzi, c&#8217;è già chi è pronto a scommettere che dopo la candidatura (e la vittoria quasi certa) di Hillary Clinton al medesimo, gravoso, ruolo di presidente degli Stati Uniti (tra l&#8217;altro mai ricoperto da una donna), adesso nel pieno della sua campagna elettorale a ridosso della scadenza del secondo mandato dello stesso Obama, la prossima a scendere in campo sarà proprio lei. Perché diciamolo subito: la tradizionale e forse superata figura di contorno di <em>first lady</em>, tutta cappellini griffati, tè da sorseggiare con capi di Stato (e relative consorti), quasi esclusivamente impegnata in attività benefiche o nel decidere la lunghezza delle siepi della residenza presidenziale, a Michelle Obama è sempre andata (per nostra fortuna) stretta. Avvocato di successo, di umili origini, un passato da attivista per i diritti civili, un presente di strenue battaglie su temi delicati come alimentazione ed ecologia, Michelle è l&#8217;incarnazione vivente dell&#8217;<em>american dream</em>: una donna in grado di guadagnarsi il proprio meritato (e smisurato) successo grazie a intelligenza, caparbietà, tenacia, lei, prima <em>first lady</em> afroamericana in un Paese ancora drammaticamente intriso di gravi pregiudizi razziali. In più è dinamica, colta, spiritosa: davanti alle telecamere mostra una disinvoltura degna delle migliori <em>anchorwomen</em>, posa su prestigiose copertine con garbo e ironia, riuscendo così ad entrare nelle grazie degli americani molto più della stessa Clinton, a cui, tante donne soprattutto, non hanno ancora perdonato l&#8217;essersi tenuta, forse per convenienza politica, un marito non particolarmente brillante (il mandato presidenziale di Bill Clinton non verrà certo ricordato per l&#8217;accortezza delle sue iniziative), per di più fedifrago. E poi c&#8217;è il fattore moda: perché Michelle ha un suo preciso e riconoscibile stile in fatto di abiti, azzarda tinte squillanti e stampe vistose, conosce bene i punti di forza del proprio corpo, come l&#8217;altezza o le spalle atletiche, esibisce fieramente tricipiti scolpiti, noto punto critico di gran parte del genere femminile passati gli anta, offuscando anche in questo campo la ben più antiquata Hillary, ancora legata a tailleurini e giacche nascondi-fianchi o a tristanzuoli foulard annodati al collo. Una discreta capacità di padroneggiare il linguaggio della moda confermata ancora una volta dall&#8217;ultima apparizione pubblica della stessa Michelle, il discorso tenuto qualche giorno fa alla Convention democratica di Filadelfia a supporto della Clinton (nel video i passaggi salienti). Sorvoliamo sul confronto impietoso con l&#8217;intervento della settimana scorsa di Melania Trump, terza e attuale moglie del <em>tycoon</em> e candidato repubblicano dal ciuffo grottesco Donald, ex modella di origini slovene, bellissima quanto impacciata nel suo abito candido e nel suo discorso (copiato in parte, come hanno sottolineato in tanti, da quello che la Obama tenne nel 2008) ripetuto con lo sguardo incollato al monitor e con la stessa spigliatezza che noialtri avevamo nel ruolo di albero di Natale alla recita scolastica. Tralasciamo il piglio autorevole e l&#8217;indubbia efficacia delle parole di Michelle, a cui del resto siamo abituati da tempo, e concentriamoci sulla scelta, studiatissima, dell&#8217;abito: quel semplice e raffinato vestito blu, dalla vita leggermente rialzata, firmato Christian Siriano, non può essere stato certo selezionato a caso, per un evento di tale risonanza. Siriano infatti, vincitore in passato del <em>reality</em> per giovani creativi <em>Project Runway</em>, stilista apertamente e orgogliosamente gay (è sposato con il produttore musicale Brad Walsh con cui si presenta, mano nella mano, ad ogni red carpet), è anche l&#8217;unico ad aver accettato pubblicamente su Twitter la sfida a vestire per la prima di <em>Ghostbuster 2</em> l&#8217;attrice di colore Leslie Jones, a suo dire snobbata dalla maggior parte delle case di moda perché non particolarmente avvenente. Il look di Michelle, firmato Siriano, è perciò una sottile e ben ponderata scelta politica: è soprattutto un segnale di apertura, parla di tolleranza, di inclusione, è profondamente &#8220;democratico&#8221; al pari del suo intenso messaggio, al pari di quegli orecchini a cerchio, vagamente afro, lieve richiamo agli schiavi neri citati nello stesso discorso. Michelle Obama è per questo, in conclusione, anche un esempio insuperabile della moda messa a servizio della comunicazione: sarà difficile che il primo <em>first gentleman</em> della storia a stelle e strisce, Bill Clinton, riesca a fare altrettanto.</p>
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		<title>La musa inquietante&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2016 15:22:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Miku Hatsune &#8211; The World Is Mine &#8211; YouTube. Una certa dose di coraggio, oltre ad un&#8217;apprezzabile inclinazione per le sfide (quasi) impossibili, l&#8217;aveva mostrata nuovamente non più di un mese fa in occasione del MET Gala, quando, sul red &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4511">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=Z4cVPRfYzyE">Miku Hatsune &#8211; The World Is Mine &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="582" height="484" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Z4cVPRfYzyE" /><embed width="582" height="484" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/Z4cVPRfYzyE" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Una certa dose di coraggio, oltre ad un&#8217;apprezzabile inclinazione per le sfide (quasi) impossibili, l&#8217;aveva mostrata nuovamente non più di un mese fa in occasione del MET Gala, quando, sul red carpet inaugurale della mostra <em>Manus X Machina </em>al Metropolitan Museum di New York era riuscito nell&#8217;impresa, non certo facile, di far guadagnare per l&#8217;ennesima volta alla solita Madonna lo scettro di regina assoluta della trasgressione. Già, perché quell&#8217;abito nero tutto pizzo, pericolose trasparenze e lacci strizzamuscoli indossato allora da Miss Ciccone (criticatissimo sulla stampa di mezzo mondo perché lasciava in bella vista glutei e seni della diva quasi 60enne, ancorché sorretti da apposite e indispensabili stringature) e firmato Givenchy, altro non era che l&#8217;ennesimo colpaccio messo a segno da Riccardo Tisci, italiano e talentuoso direttore creativo della medesima <em>maison</em> di moda da oltre un decennio, non a caso recentemente inserito dall&#8217;autorevole rivista <em>Time </em>tra le 100 personalità più influenti del 2016. Che Tisci sia dunque, in virtù della sua straordinaria carriera e del suo curriculum impressionante per uno stilista poco più che quarantenne, uno dei creatori di moda più ambiti e richiesti ai quattro angoli del pianeta proprio dalle stesse star della musica internazionale, che sembrano letteralmente fare a pugni pur di accappararsi una sua collaborazione o un suo prezioso abito da sfoggiare in tour o su di un qualche tappeto rosso, non dovrebbe stupire più di tanto. A destare sorpresa è semmai l&#8217;invito lanciatogli dalle pagine di Vogue Usa, e prontamente raccolto dall&#8217;infaticabile designer, a vestire una cantante non troppo conosciuta in occidente ma, al contrario, già popolarissima in Giappone, la quale, a dispetto della sua giovane età (16 anni) riesce con la disinvoltura di una diva consumata a riempire stadi di fan deliranti e inneggianti il suo nome. Peccato solo non esista nella realtà. Perché Miku Hatsune, questo il nome della celebre stella della musica nipponica, dallo scorso Aprile impegnata in un tour promozionale negli States, è semplicemente un <em>bacharu</em> <em>a</em><em>idoru -</em> come viene definita in patria dai suoi fedelissimi ammiratori intrisi di tecnologia e manga &#8211; vale a dire un essere virtuale, una sorta di gigantesco cartone in 3D, una creatura cioè animata da un software che ne riproduce fattezze e voce (quella, neanche troppo memorabile, con cui si esibisce, naturalmente modificata, appartiene alla cantante Saki Fujita, qui nel video di un suo brano recente <em>The world is mine</em>). E se da questa parte del mondo a fatica riusciamo a spiegarci il successo travolgente di un personaggio che a noi bambini degli anni &#8217;80 ricorda eroine già viste in tante serie animate made in Japan (quelle, per intenderci, con occhioni giganteschi e luccicanti, capelli fluo e improbabile sigla finale da cantare con vocina stridula), per dare un&#8217;idea invece della fama raggiunta in estremo oriente da Miku, lanciata nel 2007 dalla Crypton Future Media anche come protagonista di una serie di videogiochi e fumetti, basti pensare che in pochi anni ciascun suo video ha raggiunto in rete una media di 5 milioni di visualizzazioni (cifre da far crepare d&#8217;invidia tante star in carne ed ossa), oltre all&#8217;onore di aver aperto un concerto di Lady Gaga e di aver duettato con Pharrell Williams in una clip realizzata dall&#8217;artista Takashi Murakami. L&#8217;unico dubbio rimane però sull&#8217;operazione &#8220;diva da rivestire&#8221;: il nome di Givenchy, passato alla storia anche perché legato alla bellezza senza tempo di un&#8217;icona come Audrey Hepburn, avrà fatto bene stavolta ad affiancarsi ai codini verdi e all&#8217;aspetto infantile e un po&#8217; inquietante di Miku? E tra dieci, venti, trent&#8217;anni, ci sarà ancora chi si ricorderà di lei o parlando di star e moda torneremo a citare il tubino nero di <em>Colazione da Tiffany?</em></p>
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		<title>Passato di spezie&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2016 16:11:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da ascoltare]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
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		<description><![CDATA[Spice Girls &#8211; Wannabe &#8211; YouTube. Se servisse un&#8217;ulteriore riprova di come il tempo riesca talvolta a trasformare, con l&#8217;inevitabile ingresso nell&#8217;età adulta, in creature noiosamente posate e un filino nostalgiche perfino chi nei più turbolenti anni giovanili non faceva &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4443">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=gJLIiF15wjQ">Spice Girls &#8211; Wannabe &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="583" height="485" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/gJLIiF15wjQ" /><embed width="583" height="485" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/gJLIiF15wjQ" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Se servisse un&#8217;ulteriore riprova di come il tempo riesca talvolta a trasformare, con l&#8217;inevitabile ingresso nell&#8217;età adulta, in creature noiosamente posate e un filino nostalgiche perfino chi nei più turbolenti anni giovanili non faceva parlare esattamente di sé per la propria pubblica compostezza, basterebbe seguire un qualsiasi profilo social dell&#8217;ex <em>ginger Spice </em>Geri (ex) Halliwell (adesso che anche il nome, dopo il recente matrimonio con un direttore sportivo di formula 1, è stato rimpiazzato nei documenti ufficiali da un più morigerato signora Horner). Abbandonati infatti da un pezzo i discutibili ciuffi platino sulla chioma rosso fuoco, le zeppe slogacaviglia e gli striminzitissimi abiti <em>Union Jack &#8211; </em>allora<em></em> principale divisa delle sue esibizioni &#8211; le dichiarazioni pericolosamente sfacciate e i gesti un po&#8217; cafoni (come il coraggioso pizzicotto sulle chiappe dato al principe Carlo d&#8217;Inghilterra) la più peperina del gruppo, divenuta, almeno nel look, una quasi sofisticata lady di campagna inglese, a 43 anni suonati, preferisce postare sui propri account Twitter e Instagram foto e testimonianze della sua nuova, placida, esistenza, fatta di biscottini sfornati ogni domenica, barbose passeggiate a cavallo, teneri e immancabili gattini (e chi non lo fa?). Salvo poi dar spazio ad improvvisi momenti amarcord, come finestre da spalancare d&#8217;un tratto sul suo celebre passato canoro, pubblicando ad esempio, per la gioia di tutti i suoi follower (blogger dall&#8217;animo pop incluso), uno scatto delle Spice Girls al completo datato Aprile 1996 e realizzato sul set del loro primissimo video musicale <em>Wannabe </em>(qui allegato), brano divenuto poi il maggiore ed inevitabile tormentone degli anni &#8217;90, reo di aver sdoganato il <em>girl power</em> come slogan del neofemminismo di fine millennio e quel <em>zigazig ha </em>come il più abusato doppio senso erotico del periodo. Immagini che riviste oggi, a vent&#8217;anni esatti di distanza, un potere lo hanno davvero, quello però di catapultarti in un&#8217;altra, lontanissima epoca, quando l&#8217;algida Victoria Adams, lungi dall&#8217;essere l&#8217;attuale, seguitissima, icona di stile nonché perennemente imbronciata signora sfornapargoli Beckham, veniva soltanto apostrofata come la più legnosa ed afona delle cinque, quando Mel B., prima di riciclarsi in qualche talent canoro o affrontare le controversie legali sulla paternità di sua figlia con il re della commedia Eddie Murphy, era una ragazzetta sguaiata che non perdeva occasione di mostrare il piercing sulla lingua, quando infine ci ricordavamo su due piedi della freschezza dei volti di Mel C. ed Emma Bunton (rispettivamente <em>Sporty</em> e <em>Baby Spice</em>) senza lo sforzo odierno di dover ricorrere all&#8217;aiuto di Google immagini. E poco importa se per deliziare i milioni di fan ancora esistenti ai quattro angoli del pianeta o piuttosto per rimpinguare di tanto i tanto i loro cospicui conti correnti le ex cattive ragazze lasciano circolare tutte le voci possibili su ipotetiche e maldestre reunion, talvolta perfino realizzate (come alle ultime Olimpiadi di Londra nel 2012), dimostrando tra l&#8217;altro di non aver neppure imparato, in tutto questo tempo, ad azzeccare due note in un&#8217;esibizione dal vivo: nel nostro immaginario rimarranno comunque per sempre cristallizzate nel look da mercatino e un po&#8217; pacchiano, nelle movenze ricalcabilissime e nel ritornello facile facile di quel primo singolo, vecchio ormai di due decenni. <em>If you want my future, forget my past, </em>se vuoi il mio futuro, dimenticati del mio passato, così cominciava lo stesso brano: un consiglio che proprio le Spice Girls sembrano però non aver preso  troppo alla lettera.</p>
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		<title>Onde su onde&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2016 09:28:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LIGO Gravitational Wave Chirp &#8211; YouTube. Se non fosse per alcune, luminose, ciocche brizzolate, che aggiungono un tocco di curata nonchalance al suo aspetto e al suo (da me invidiatissimo) taglio di capelli rasato da un lato, Laura la potresti &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=4366">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=TWqhUANNFXw">LIGO Gravitational Wave Chirp &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="584" height="485" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/TWqhUANNFXw" /><embed width="584" height="485" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/TWqhUANNFXw" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Se non fosse per alcune, luminose, ciocche brizzolate, che aggiungono un tocco di curata <em>nonchalance</em> al suo aspetto e al suo (da me invidiatissimo) taglio di capelli rasato da un lato, Laura la potresti benissimo scambiare per una delle nostre decine di studentesse di moda, tanto giovanile e tanto scattante è la sua figura anche solo nel salire di corsa le scale dell&#8217;istituto dove entrambi insegnamo e dove spesso ci fermiamo per due chiacchiere al volo. &#8220;Mi tengo in forma facendo <em>kitesurf</em>&#8221; mi ha confessato una delle ultime volte, aggiungendo &#8220;è magnifico, dovresti provare&#8221;, sorvolando sulla mia espressione particolarmente dubbiosa e sulla leggera ansia provata al solo pensiero dell&#8217;esistenza di una disciplina sportiva da eseguire appeso come un fagotto ad una sorta di aquilone. &#8220;Grazie del consiglio, dovrei ricominciare sul serio a prendermi cura di me, ma ripartirei forse da qualcosa di più <em>soft</em>&#8221; mi svincolo io con la solita diplomazia, e lei placida e fiduciosa &#8220;allora potresti intanto farti seguire da un <em>personal trainer</em>, no?&#8221;, riuscendo al momento perfino a farmi provare un po&#8217; di tenerezza nei confronti dell&#8217;ipotetico e sventurato <em>coach</em> incaricato in futuro di raddrizzare le sorti di questo corpo inesorabilmente in declino e soprattutto latitante dal lontano &#8217;98 da una qualsiasi palestra (o forse era il &#8217;97? Vabbe&#8217;, non che faccia troppa differenza). &#8220;Benissimo&#8221;, replica Laura di recente, con un sorriso a dir poco contagioso, a uno dei miei mattutini &#8220;Come stai?&#8221; che a volte troppo distrattamente rivolgiamo agli altri sperando non ci incastrino con lo stesso quesito (&#8220;escludendo insonnia e allergia di stagione, la solita mezz&#8217;ora di ritardo del treno e la giornata stressante che mi aspetta benone anch&#8217;io&#8221; credo sia stata la mia risposta), suscitando così tutta la mia curiosità per quella sua aria beata e serena, introvabile alla stessa ora (ma anche più tardi) nella maggior parte degli individui e prerogativa in genere di chi ha da poco ricevuto la più confortante delle notizie. &#8220;Quindi? Da dove ti arriva tanto buonumore?&#8221; la incalzo io, e lei, con fare gentile e allo stesso tempo spiazzante &#8220;Le hai mai sentite le onde gravitazionali? Siamo riusciti a dare voce all&#8217;universo, non è incredibile?&#8221;, avvicindandomi quindi all&#8217;orecchio il suo <em>smartphone</em> per farmi apprezzare il suono del video qui allegato. Ora, di tutta questa storia della recente e parrebbe sensazionale scoperta dell&#8217;esistenza reale delle onde gravitazionali io (ma non credo di essere il solo) non che c&#8217;abbia capito poi granché, se non il fatto che ci sarebbe di mezzo una delle tante intuizioni del buon vecchio Einstein (spesso scomodato anche per faccende più banali, fosse anche per il vuoto di fantasia che ci costringe a ricorrere alle sue citazioni da condividere su Facebook), e che in sostanza consisterebbero in un&#8217;increspatura, una deformazione anomala del nostro tessuto spazio-temporale, avvenuta forse miliardi di anni fa. Come e perché la loro certa individuazione, a detta della scienza fondamentale, dovrebbe incidere sulle nostre piccole e travagliate esistenze, così legate e assoggettate ad un ben più modesto tran &#8211; tran quotidiano, scandite da ritmi talvolta assurdi e autoimposti, da essere piuttosto semplice quale sono, totalmente immerso nelle sole questioni  terrestri (che già trovo abbastanza astruse) fatico un tantinello a comprenderlo. Ciò non toglie che abbia trovato la loro presunta melodia di una bellezza inspiegabilmente ipnotica, quasi un moderno e altrettanto seducente canto delle sirene: ricorda il gorgoglio del mare quando rimango a lungo immerso sott&#8217;acqua per sfuggire alle partite di pallone urlate sulla spiaggia, evoca il battito rallentato del nostro cuore o il respiro della persona che ci dorme accanto al cui ritmo proviamo a prendere sonno (sempre che non russiate, come il sottoscritto). Possiede perfino il sottile potere distraente dei corpi vorticosi, come in quei minuti interminabili in cui rimaniamo a fissare imbambolati il rincorrersi delle pale eoliche o, da eterni bambini, l&#8217;oblò della lavatrice in moto (ditemi che lo fate ancora anche voi), di gran lunga più efficace dell&#8217;antistress amatoriale fabbricato dalla mia collega Martina con un comunissimo barattolo in vetro per alimenti, un liquido bluastro e tanti <em>glitter </em>ed orgogliosamente esibito sulla sua scrivania (vi pubblicherò un <em>tutorial</em> al riguardo, prima o poi). Per una sola settimana l&#8217;ho addirittura utilizzato come principale suoneria del mio cellulare, rimpiazzando così per qualche tempo la vocina registata di mia nipote o i brani <em>trash &#8211; pop</em> di Britney Spears (e non voglio commenti al riguardo), ma, dopo una dozzina di chiamate perse ogni giorno sono dovuto purtroppo ritornare sulle mie vecchie scelte. Come a dire, il richiamo dell&#8217;universo sarà pure affascinante, ma le necessità quotidiane di noialtri comuni mortali indiscutibilmente più urgenti.</p>
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		<title>Cari papà&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2015 11:05:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Dolce&Gabbana]]></category>
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		<description><![CDATA[▶ Elton John &#8211; Sorry Seems To Be The Hardest Word &#8211; YouTube. &#8230;chi vi scrive, sperando di non rovinarvi l&#8217;unica giornata durante l&#8217;anno in cui tutti paiono finalmente ricordarsi anche di voi (pensiero che spesso prende forma in una &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3960">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=c3nScN89Klo">▶ Elton John &#8211; Sorry Seems To Be The Hardest Word &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="604" height="378" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/c3nScN89Klo" /><embed width="604" height="378" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/c3nScN89Klo" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">&#8230;chi vi scrive, sperando di non rovinarvi l&#8217;unica giornata durante l&#8217;anno in cui tutti paiono finalmente ricordarsi anche di voi (pensiero che spesso prende forma in una letterina affettuosa e sgrammaticata dei vostri figli, scritta sotto dettatura di mammà o di qualche premuroso insegnante, o in un piatto di frittelle unte/abbrustolite, messe insieme copiando alla meno peggio la ricetta di Benedetta Parodi in tv) è forse la persona più lontana dal vostro movimentato trantran e più scettica riguardo la vostra, radicale e a tratti incomprensibile, scelta. Quella, naturalmente, di diventare genitori, di aver deciso con giusta (spero) lucidità e consapevolezza che da un certo momento in poi della vostra esistenza avreste dovuto dedicare la maggior parte del vostro tempo, della vostra pazienza, delle vostre forze, sottratte alla quotidianità di mille altri schiaccianti impegni, professionali in primis, ad educare, guidare, sorreggere un&#8217;altra creatura, prepararla come meglio potevate a quella temibile e meravigliosa avventura chiamata vita, nella quale non saprete di certo evitarle delusioni e disastri (anche se lo desiderate sopra ogni cosa), sempre comunque pronti ad esser lì a spronarla e a consolarla, quando accadranno. Voi che considerate normale e fate spallucce se accantonati nelle attenzioni dei figli in favore del più presente o forse ingombrante affetto materno, sempre in secondo piano quando si tratta di dover parlare apertamente di sentimenti e scomodati invece quando è richiesta autorevolezza, chiamati soprattutto in causa o peggio ancora incolpati dei difetti o delle mancanze della prole (&#8220;tutto suo padre&#8221; è la frase più abusata in caso di evidente immaturità filiale) e che allo stesso tempo andate convincendo chiunque di quanto sia straordinaria e appagante la paternità. Vi chiedo: lo è davvero? Perché per chi, come me, in tutto questo vede più rogne che soddisfazioni, che considererebbe insormontabile l&#8217;ingratitudine o l&#8217;indifferenza serbata un domani da un figlio, che giudica poi sfiancante, una faticaccia immane, tutto l&#8217;inevitabile repertorio di nottate insonni, pannolini, compiti a scuola, quel crescendo insomma di richieste, anche pratiche, che l&#8217;esser padri implica, che reputa infine tutt&#8217;altro che una una privazione o una menomazione non aver pargoli per casa, ecco, siete un po&#8217; degli eroi, a prescindere. Immagino sappiate anche quanto siano altrettanto numerose, per fortuna, le persone che non la pensano come me: per uno che non coglie, per ammessa, limitata sensibilità, cosa ci sia di ugualmente indescrivibile ed eccezionale nell&#8217;essere padri, potrebbero esistere migliaia, forse, milioni di individui invece a voler condividere e a covare in segreto questo desiderio. Vi chiederei perciò di non liquidare frettolosamente tutto l&#8217;increscioso episodio rigurado ai nuovi e curiosi fautori della famiglia &#8220;tradizionale&#8221; (leggi Dolce &amp; Gabbana, come hanno di recente ammesso in una contestata intervista) e i suoi infiniti strascichi in rete (la reazione comprensibilmente indignata di Elton John, ad esempio) come una banale lite tra stilisti bizzosi e qualche cantante eccentrico, ma di coglierne al contrario lo spunto per una più riflessione più approfondita al riguardo, voi che dovreste saper riconoscere più di ogni altro in cosa consista l&#8217;unicità di un&#8217;esperienza, quella paterna, che in molti sentono di voler e poter affrontare. Chiedendovi infine scusa se ho approfittato così del vostro tempo e se vi ho in qualche modo sbeffeggiato, all&#8217;inizio di questa lettera e in quest&#8217;occasione di festa. Che poi scusa sembrerebbe davvero la parola più difficile da pronunciare, o così dice letteralmente una splendida canzone proprio dello stesso Elton John (video allegato). Ed è, tra l&#8217;altro, uno degli insegnamenti più importanti che ho ricevuto da un suo grandissimo fan: mio padre.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Cantare oh oh oh</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2015 15:55:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[▶ Il Volo &#8211; Grande amore &#8211; YouTube. Dopotutto c&#8217;era da aspettarselo, data la disarmante prevedibilità con cui anche il telespettatore più sprovveduto sarebbe in grado di pronosticare il vincitore di Sanremo alla prima standing ovation del pubblico presente all&#8217;Ariston. &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3866">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=w1f6o1HQBvg">▶ Il Volo &#8211; Grande amore &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="606" height="391" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/w1f6o1HQBvg" /><embed width="606" height="391" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/w1f6o1HQBvg" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Dopotutto c&#8217;era da aspettarselo, data la disarmante prevedibilità con cui anche il telespettatore più sprovveduto sarebbe in grado di pronosticare il vincitore di Sanremo alla prima standing ovation del pubblico presente all&#8217;Ariston. E lo scrivo senza voler polemizzare con il già bersagliato meccanismo del televoto (che, a onor del vero, avrebbe ribaltato la classifica finale dove spadroneggiava Nek) o senza voler sminuire il talento indiscutibile dei giovanissimi trionfatori del 65esimo Festival della canzone italiana. Però diciamolo francamente: lo stile e la presenza de Il Volo (tanto per citare con esattezza il nome del gruppo musicale formato dai tre fanciulli) profumano subito e irrimediabilmente di vecchio. Non tanto per il tentativo forse apprezzabile di voler diversificare anche nell&#8217;immagine i suoi singoli componenti, assegnando loro un determinato ruolo (il piacione, il precisino, il pacioccone) da interpretare poi sul palco. Quanto perché la sua scontatissima vittoria non fa altro che irrobustire la solita, insulsa, immagine stereotipata e superata con cui il nostro Paese continua ad essere dipinto e incomprensibilmente amato all&#8217;estero: buon cibo e bel canto. Quella tradizione canora melensa e datata però (accompagnata poi da tutto lo stucchevole repertorio di moine e sguardi affettati), che non coincide ormai più da decenni &#8211; e sarebbe il caso di avvertire prima o poi gli stranieri anche di questo &#8211; con i reali e attuali gusti musicali degli italiani, che non tiene minimamente conto degli artisti davvero più ammirati e seguiti in patria, che supera addirittura il concetto stesso di nazionalpopolare, di cui Sanremo è, per carità, l&#8217;espressione mediatica più naturale, anche se il Festival una qualche sfumatura più rappresentativa del nostro variegato panorama artistico riesce ancora a incarnarla. Anche se poi ci propina la reunion di Romina e Al Bano &#8211; risvegliando le nostalgiche romanticherie delle coppie più agées &#8211; anche se manda in onda Conchita Wurst solo dopo la mezzanotte per il timore che una donna con la barba possa turbare i sonni dei bambini (già traumatizzati dalla scoperta che mamma e papà possano in teoria donar loro una quindicina tra fratelli e sorelle, come nel caso della superfamiglia ospitata la prima sera), ogni genere musicale però, dal melodico &#8211; pop al rap passando per la canzoncina stupida e irriverente (ce n&#8217;è una ogni anno), viene, più o meno degnamente, rappresentato. Compreso quello, non certo originalissimo, de Il Volo: che possiede invero tutto il sapore posticcio di un prodotto preconfezionato e fin troppo studiato per il solo mercato estero (non a caso il loro manager è quel Michele Torpedine, già fautore del successo riscosso quasi per intero fuori dai nostri confini da Andrea Bocelli). Dove, questo va precisato, i tre piccoli fenomeni, finalmente più maturi ed esteticamente più gradevoli rispetto a quando andavano gorgheggiando brani di Claudio Villa o di Massimo Ranieri nella trasmissione Rai <em>Ti lascio una canzone</em> che li ha lanciati (quella con la Clerici in vestitoni improbabili circondata da baby &#8211; cantanti dalla voce adulta), hanno già raggiunto obiettivi impressionanti per la loro giovane età: esibizioni applauditissime ai quattro angoli del mondo, duetti con mostri sacri della musica internazionale (da Placido Domingo a Barbra Streisand), ospitate in talk show da ascolti record (intendo il <em>Tonight show</em> di Jay Leno, non di certo <em>Porta a Porta </em>che ogni tanto si preoccupa di invitarli), concerti che hanno registrato il tutto esaurito in luoghi sacri come il Radio City Music Hall di New York. Basterà questo a garantire loro il raggiungimento della medesima fama anche qui in Italia? Dubito. Perché noi, al contrario della romantica ma distante concezione che in terra russa o americana paiono tutt&#8217;oggi possedere al riguardo, abbiamo fortunatamente una visione più complessa, concreta, disillusa della nostra sfaccettata realtà da tradurre in musica. Perché l&#8217;Italia vista da dentro è molto più affascinante ed enigmatica di quel cliché attardato, tutto pizza, mandolino e <em>O&#8217; sole mio</em> che Il Volo si ostina ancora a voler esportare. Perché consapevoli delle magnifiche contraddizioni e della costante incertezza del nostro Bel Paese, al <em>Grande Amore</em> da urlare a perdifiato preferiamo di gran lunga quei &#8220;silenzi per cena&#8221; sussurati con l&#8217;apparecchio per i denti da Malika Ayane.</p>
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		<pubDate>Wed, 21 Jan 2015 12:03:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[▶ Dirty Dancing &#8211; Time of my Life (Final Dance) &#8211; High Quality HD &#8211; YouTube. D&#8217;accordo, ammettiamolo subito, ricorrere al sesso come specchietto per le allodole, nello squallido tentativo di traghettare qui qualche visitatore in più, tra la generale &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3784">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=l9BbUqHrWFI">▶ Dirty Dancing &#8211; Time of my Life (Final Dance) &#8211; High Quality HD &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="579" height="392" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/l9BbUqHrWFI" /><embed width="579" height="392" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/l9BbUqHrWFI" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;accordo, ammettiamolo subito, ricorrere al sesso come specchietto per le allodole, nello squallido tentativo di traghettare qui qualche visitatore in più, tra la generale sconclusionatezza di questo spazio virtuale, è una piccola furbata, neanche poi così originale, che si va però ad aggiungere alle numerose cadute di stile di cui è già ampiamente costellata la presente pagina. Ma al blogger insabbiato da tempo in una prolungata fase di stanchezza creativa, complice il numero ormai consistente di post già pubblicati (oltre 200) e la scarsa energia sopravvissuta alle fatiche di un inverno rocambolesco tuttora in corso, non è purtroppo venuta in mente alcuna trovata più geniale che quella di rispolverare un vecchio e conosciuto trucchetto, chissà se abbastanza efficace, nella vana speranza di risollevare le sorti della propria creatura online in un innegabile momento di ristagno. Operazione che a me ricorda tanto l&#8217;idea di quello scaltro studente universitario che, in un attimo di brillante disperazione, aveva appeso sulla parete della mia facoltà, tra decine di annunci perennemente ignorati per la ricerca di una camera in affitto, anche il suo, riuscendo però a far circolare ovunque il proprio numero per aver apposto la semplice scritta &#8220;SESSO. Ora che ho attirato la vostra attenzione, starei cercando casa&#8221;. O perfino i discutibili consigli del regista del programma tv per il quale lavoravo, che in più di un caso era arrivato a suggerirmi &#8220;se il servizio è venuto fuori fiacco, aggiungi a piacere una delle tre S, Soldi, Sangue o Sesso, tanto è solo questo che vuol sentire la gente!&#8221;. Episodi a cui ho ripensato proprio negli scorsi giorni quando, con tutto lo stupore del caso, ho ricevuto una pioggia inarrestabile di &#8220;like&#8221; e di maliziosi commenti sulla mia pagina Facebook, per aver semplicemente narrato le prodezze amatorie dei miei vicini di casa, a quanto pare impegnati in un chiassoso week-end di passione, mentre io m&#8217;ingozzavo di schifezze nella solitudine dell&#8217;appartamento accanto, e loro rumoreggiavano beatamente, in un&#8217;escalation di singulti e di mobili spostati di continuo, che aveva sul serio dello strabiliante e dell&#8217;invidiabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ragion per cui, aspettando con ansia i vostri commenti in proposito, mi accingo a  riportare qui di seguito i risultati di una recente classifica scovata in rete e che ha sollevato diverse perplessità, non tanto per la sua natura, piccante senza dubbio, ma oserei dire anche singolare, quanto per l&#8217;inserimento di alcune scelte non del tutto condivisibili. Si tratta dell&#8217;originale <em>playlist</em> di brani musicali, stilata dal celebre canale streaming Spotify, che elencherebbe tutte le 20 canzoni più ascoltate durante il sesso (<a href="http://www.gqitalia.it/lifestyle/beauty-lifestyle/2015/01/19/spotify-rivela-20-canzoni-ascoltate-durante-sesso/">http://www.gqitalia.it/lifestyle/beauty-lifestyle/2015/01/19/spotify-rivela-20-canzoni-ascoltate-durante-sesso/</a>), eseguita su un campione rappresentativo di 2000 persone, metà uomini e metà donne. E se non stupisce trovare in vetta, soprattutto per chi appartiene alla stessa mia generazione dei 29enni recidivi, l&#8217;intera colonna sonora di <em>Dirty Dancing</em> (video allegato), evocativa dei sensuali movimenti di bacino del rimpianto Patrick Swayze, dell&#8217;indubbia atmosfera peccaminosa del film e in principal modo di tutti i coraggiosi o penosi tentativi di emulazione della presa finale del balletto (che a questo punto mi viene il dubbio abbiate provato a replicare anche nella vostra intimità), tutte le altre canzoni presenti sono, a dire il vero, piuttosto curiose. Si va da un inaspettato terzo posto occupato da un classico come il <em>Bolero</em> di Ravel del 1928, forse presente per il suo crescendo musicale che ben si accompagnerebbe al ritmo libidinoso di certe performance, a un&#8217;impensabile <em>My heart will go on</em> di Celine Dion, quella del Titanic per capirci, giunta ottava, e magari adatta a chi ama cimentarsi in fantasie del tipo &#8220;facciamo io Rose tu Jack avvinghiati sulla prua?&#8221; (sconsigliabile, mi raccomando, la scena del naufragio, se non altro per l&#8217;epilogo drammatico). Sconcerta anche il decimo posto in cui si piazza <em>I will always love you </em>di Whitney Houston, brano fra i più romantici di sempre, ma insomma, in quanto a grinta ecco, è forse preferibile la versione country originale di Dolly Parton, se non altro per qualche energico colpo di chitarra in più, che in certi momenti non guasta. Stupisce soprattutto che a chiudere la classifica sia l&#8217;ennessima colonna sonora tratto da un altro film epocale come <em>Star Wars</em>, quella marcia solenne su cui in genere scorre il racconto introduttivo di ogni episodio, fra storie di regni perduti e battaglie planetarie: adesso, è venuto anche a voi il dubbio che quella maschera da Dart Fener tenuta dai vostri amici a casa non venga indossata solo a carnevale?</p>
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		<title>Non c&#8217;è due&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 10:03:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[▶ Propellerheads feat: Miss Shirley Bassey &#8211; History Repeating &#8211; YouTube. Senza tre, ovviamente, che, se volessi esordire facendo l&#8217;antipatico puntigliosetto, corrisponderebbe al terzo anno cominciato, da poche ore, molto prima che me ne rendessi del tutto conto e che, &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3703">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=yzLT6_TQmq8">▶ Propellerheads feat: Miss Shirley Bassey &#8211; History Repeating &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="583" height="420" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/yzLT6_TQmq8" /><embed width="583" height="420" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/yzLT6_TQmq8" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Senza tre, ovviamente, che, se volessi esordire facendo l&#8217;antipatico puntigliosetto, corrisponderebbe al terzo anno cominciato, da poche ore, molto prima che me ne rendessi del tutto conto e che, come al solito, riuscissi a individuare l&#8217;ennesimo, insensato, argomento da trattare in questo post (per fortuna una bella data da festeggiare, inzeppata al momento giusto, può riuscire, come in passato, a tamponare senza troppi sforzi i miei ricorrenti blocchi creativi). Ora, su quell&#8217;altrettanto celebre e conseguente &#8220;quattro vien da sé&#8221; ecco, non me la sentirei proprio di garantire al momento, che già mi pare un miracolo l&#8217;esser sopravvissuto, più o meno indenne, mediaticamente parlando, ai 730 giorni esatti di permanenza di questa pagina astrusa, incorniciata sin dall&#8217;inizio dalla mia inequivocabile pelata e rimasta non so come a galla nel mare magnum di internet, annaspando in compagnia di milioni di ben più riusciti e ammiratissimi blog che, al contrario, viaggiano a vele spiegate, sfiorando il mio arrangiato progettuccio amatoriale, la mia piccola e resistente zattera online, finora, a dire il vero, mai sul punto di un definitivo e drammatico naufragio. Il tutto, naturalmente, grazie all&#8217;inimmaginabile e assai soddisfacente numero di visitatori che hanno trovato il tempo, la voglia e il coraggio di soffermarsi, anche se con fretta o distrazione, a leggere la sconclusionatezza imperante nei miei puntuali racconti settimanali sulla mia quotidianità da finto 29enne, le mie criticabili e strampalate osservazioni da quattro soldi, motivate da un&#8217;infondata e ambiziosa &#8220;pseudonniscienza&#8221; di musica, cinema e tv (immancabilmente concluse con divagazioni sull&#8217;unico vero mondo che mi è congeniale, quello pop) le mie parentesi saltuarie sull&#8217;universo della moda, prima, vera e insostituibile passione, il solo campo su cui possa vantare un minimo di cultura, insufficiente però a prendere forma ogni giorno, sul mio corpo, nell&#8217;abbinamento corretto tra camicia, maglione e pantaloni (e vi evito la descrizione della tenuta di oggi, un tripudio di fantasie e colori da psicopatico temporaneamente in libertà).</p>
<p style="text-align: justify;">26.477: questo il numero esatto, al momento (lo so, avevamo detto niente più puntualizzazioni da precisino ossessivo, ma la cifra è così esorbitante, ai miei occhi, che non posso fare a meno di riportarla) dei diversi utenti, sparsi in tutto il mondo, che almeno una volta, si sono presi la briga di concedersi una passeggiata (spero) rilassante tra l&#8217;insensatezza delle mie parole, riuscendo così a far salire le letture dei 200 post pubblicati in questi primi 2 anni di vita del blog al traguardo record di quasi 50.000 visualizzazioni (a raggiungimento avvenuto scatta il brindisi, tenetevi pronti, manca poco). Potessi, verrei ovunque, dall&#8217;Alaska alla Nuova Zelanda, da dove ogni tanto mi sbucate (a proposito, tizio che ogni giorno mi compari da Taiwan, parliamone: qual è il tuo problema? non riesci a digitare un altro indirizzo? il tuo Paese esercita una censura oppressiva su tutti gli altri siti? sei un hacker alle prime armi che non è in grado di riconoscere i blogger veramente seguiti?) per ringraziarvi ed abbracciarvi tutti, di persona, uno ad uno, con tanto di bacetto su entrambe le guance e ogni altra più smielata dimostrazione di affetto e riconoscenza, ricambiando così la fiducia e la stima che mi avete, in tutto questo tempo, inaspettatamente dimostrato (e scroccando, perché no, un&#8217;ospitata in qualche zona del pianeta che ancora non sono riuscito a visitare: ma quanto sarà opportunista il vostro amato blogger, eh?).</p>
<p style="text-align: justify;">Colgo l&#8217;occasione per estendere naturalmente la mia enorme gratitudine ai tanti, troppi, che, loro malgrado, si sono trovati spesso coinvolti nelle mie bizzarre narrazioni, dal mio amore che scuote ogni volta la testa, coprendosi con la mano il suo sorriso irrefrenabile, di fronte all&#8217;assurdità dei miei pezzi, alla mia famiglia che più spesso, nel fare lo stesso, scuote la testa e basta, a tutti i preziosissimi e affidabili amici che hanno dato e continuano a dare un senso a questo progetto, fino a quel paio di persone incrociate in questi ultimi mesi per lavoro e che in fase di presentazione mi hanno accolto con un &#8220;ah, ma tu sei quello del blog?&#8221;, facendomi così sentire di colpo al settimo cielo. Grazie anche a chi, seppur inconsapevolmente, mi fornisce ogni volta lo spunto per delle riflessioni scriteriate che mi costringono ad annotare al volo, magari sul tovagliolino stracciato del posto in cui sto pranzando, quelle indispensabili parole rubate alle loro conversazioni, a chi, quando mi è accanto, bisbiglia sommessamente qualcosa alle orecchie degli altri e poi mi si rivolge a muso duro con un &#8220;no, a te non lo dico, poi lo scrivi sul blog&#8221;, per finire a chi, come Arianna, fondamentale e spassoso supporto in questo mio imprevisto soggiorno milanese, mi rimarrebbe giustamente offesa se provassi a non nominarla esplicitamente neanche stavolta (come se comparire su questo attrezzo fosse chissà quale privilegio od onore), a chi ha trovato soprattutto il tempo di lasciarmi due apprezzatissime parole di commento o di critica a gran parte dei miei post. Per tutti voi, quella stessa Shirley Bassey di <i>Where do I begin</i> con cui avevamo inaugurato, ormai due anni fa, questo pagina scombinata, tra la comprensibile e mai placata ansia iniziale, sollevata dall&#8217;allora necessario quesito &#8220;e ora, da dove comincio?&#8221;, ve la allego adesso in regalo come interprete di <i>History Repeating</i>: una storia che andando avanti si ripete, proprio come la nostra, qua sopra, già da due anni, solo grazie al vostro più caloroso e sincero supporto. Grazie ancora.</p>
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		<title>Note di Natale</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2014 21:43:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da ascoltare]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Band Aid]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>

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		<description><![CDATA[▶ Band Aid 30 &#8211; Do They Know It’s Christmas? 2014 &#8211; YouTube. Succede più o meno ogni anno, nel momento in cui la mia connaturata ed incontenibile attitudine all&#8217;estate riesce in qualche modo a scendere a patti con quell&#8217;idea &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3657">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=-w7jyVHocTk">▶ Band Aid 30 &#8211; Do They Know It’s Christmas? 2014 &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="601" height="385" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/-w7jyVHocTk" /><embed width="601" height="385" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/-w7jyVHocTk" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Succede più o meno ogni anno, nel momento in cui la mia connaturata ed incontenibile attitudine all&#8217;estate riesce in qualche modo a scendere a patti con quell&#8217;idea sgradevole di dover necessariamente attraversare, quasi indenne, la fatica emotiva delle giornate autunnali per sentirsi, in parte, già proiettata verso la prossima stagione calda (con il consueto e inascoltato sottofondo di amici che si ostinano a sostenere &#8220;ma come, l&#8217;autunno è bellissimo, con i suoi colori poi, non ti piacciono?&#8221;. Ma quali colori, ditemi, che tutto è sempre e solo grigio?), che d&#8217;un tratto, puf, paiono moltiplicarsi, disseminate come lumache dopo la pioggia, sotto gli occhi ancora alquanto impreparati, tutte le avvisaglie del prossimo, temuto ma inevitabile, momento di repellente euforia collettiva, il Natale. Magari sei lì, al supermercato, che distrattamente fischietti quella vecchia canzone di Ligabue (così, per curiosità, è solo il mio supermercato che sembra trasmettere, 24 ore su 24, sempre e soltanto Ligabue?) con lo sguardo rapito dalle innumerevoli etichette sulle confezioni di capsule di caffé (che differenza ci sarà tra &#8220;arabian dream&#8221; e &#8220;smooth creamy bar&#8221;?) mentre ti esibisci in rischiosissimi zig &#8211; zag col carrello per evitare di investire la signora che d&#8217;improvviso ha inchiodato per prostrarsi dinanzi ai detersivi in offerta, e intanto lotti con la memoria per ricordarti quelle tre cretinate che avevi annotato su di una lista immancabilmente lasciata a casa, ed eccoli lì, affacciarsi splendenti dagli scaffali, i primi allineatissimi schieramenti di panettoni, inequivocabile minaccia che tra un mesetto circa metterà di nuovo a dura prova la tua linea già compromessa. Oppure ti stai godendo in tranquilla beatitudine la tua riprovevole sciatteria domestica, gironzolando indifferente a quello spaventoso caos regnante tra le pareti di casa, con tua madre al telefono che, come ogni sera, si informa, in ordine, della tua salute, dei cibi che hai mangiato e delle condizioni meteorologiche al momento, e poi inaspettatamente, esordisce con quella frase così tipica del periodo che più detesti e che d&#8217;ora in poi ti sentirai ripetere, allo sfinimento, fino al 24 Dicembre, &#8220;ma per Natale che hai deciso, sei a pranzo qui, vero?&#8221; (&#8220;ho forse alternative?&#8221; &#8220;certo che no!&#8221; &#8220;allora perché me lo chiedi?&#8221; &#8220;non te lo stavo chiedendo, te lo stavo ordinando!&#8221;).</p>
<p style="text-align: justify;">E poi c&#8217;è la parentesi canzoni: perché niente riesce a catapultarti di più nel pieno della tradizionale, logorante e stucchevole atmosfera da cori e regali sotto l&#8217;albero, di un motivetto facile facile, meglio se dal ritmo allegro &#8211; andante e dal contenuto buonista sino alla nausea, prerogativa di tutte le <em>hit</em> confezionate ad hoc per le vacanze invernali e poi snobbate gran parte dell&#8217;anno, ma che almeno ogni Natale è buona norma o un&#8217;ottima scusa poter ritirar fuori per una veloce rispolveratina. Come la celeberrima <em>Do they know it&#8217;s Christmas?</em>, pezzo lanciato trent&#8217;anni fa esatti dalla Band Aid, i più famosi e idolatrati cantanti pop dell&#8217;epoca (George Michael, Sting, Paul Young) quasi tutti accomunati dal medesimo ciuffo ossigenato e riuniti, a scopo benefico, sotto l&#8217;egida di Bob Geldof, che, visibilmente invecchiato ma con le medesime e caratteristiche occhiaie di allora, ci riprova con una versione aggiornata 2014, registrata stavolta per raccogliere i fondi per la lotta all&#8217;ebola (video allegato). Certo, i capelli bicolore e il make &#8211; up esagerato di Boy George sono stati degnamente rimpiazzati dai look altrettanto vivaci e dagli <em>shatush</em> di cantanti come Rita Ora e Ellie Goulding, Duran Duran e Spandau Ballet hanno fatto largo agli attuali paladini delle adolescenti (One Direction, Ed Sheeran), tutti artisti che 30 anni fa ignoravano perfino il fatto che un giorno sarebbero venuti al mondo. Resiste però Bono Vox, sulla cui testa una sfumatura di mogano ricorda un po&#8217; troppo la stessa tinta sfoggiata in tv dal nostro Paolo Limiti, affiancato da un&#8217;ineguagliabile Sinead O&#8217; Connor, la dimostrazione vivente che per cantare bene (come lei e poche altre sanno fare) non occorrono gridolini o stantuffate vocali da troppi decibel. Rimane soprattutto quel clima da ennesima e quasi amichevole radunata tra celebrities dal presunto cuore d&#8217;oro ritrovatesi per annunciare anche quest&#8217;anno, urbi et orbi, l&#8217;imminenza di una festività da celebrare in pompa magna, meglio se piuttosto riconciliati con il resto dell&#8217;umanità. Ma sì, facciamo pure in modo che tutti, ovunque, sappiano che è quasi Natale. Anche chi, al momento, non vorrebbe proprio pensarci.</p>
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