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	<title> &#187; Da guardare</title>
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		<title>Photo food&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 12:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=2BXRGzjo1_Q">IKEA &#8211; Let&#8217;s Relax &#8211; YouTube</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><object width="594" height="500" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/2BXRGzjo1_Q" /><embed width="594" height="500" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/2BXRGzjo1_Q" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Guarda qui cos&#8217;ho preparato oggi!&#8221;. E&#8217; quasi ora di pranzo, annoiato e impaziente desidero solo poter scendere dal treno, come al solito, in ritardo, il servizio gratuito di connessione wi-fi reclamizzato ogni minuto sullo stesso convoglio sembra procedere altrettanto a rilento, e per visualizzare l&#8217;immagine inviatami via Whatsapp dalla mia amica Loredana devo aspettare di ritrovarmi una mezz&#8217;ora più avanti solo, al tavolo di un bar, di fronte ad uno squallido tramezzino, divorato in quei pochi secondi che precedono il mio appuntamento di lavoro, in altre circostanze neppure sufficienti ad ordinare un velocissimo pasto. &#8220;Sembrano davvero buoni!&#8221; riesco, non so come, a replicare, mentre mi ustiono il palato buttando giù un caffé troppo bollente, e la vista di quel succulento piatto di spaghetti alle vongole, campeggiante nella foto inviatami poco prima, non fa che accrescere l&#8217;acquolina in bocca, oltre alla comprensibile voglia, mista ad invidia sottile, di barattare il mio misero pranzo con quella pietanza immortalata, in apparenza ben più gustosa. Direi che il suo messaggio ha ottenuto senza dubbio l&#8217;effetto desiderato: perché è per questo che, <em>smartphone</em> alla mano, fotografiamo come forsennati milioni di portate rese esteticamente impeccabili, grazie a quella dedizione spasmodica, un tempo appannaggio esclusivo di personaggi da libro di ricette come Wilma de Angelis o suor Germana. E&#8217; per questo che curiamo allo stremo impiattamento e presentazione di qualsiasi prelibatezza, vera o presunta, uscita dalle nostre mani, sempre in preda alla criticabile ma diffusissima smania di condividerla sui <em>social</em> non appena poggiata quell&#8217;ultima foglia di basilico sulla sua sommità. Per cercare, nel più vasto pubblico del <em>web</em>, maggiore o incondizionata approvazione, consensi e commenti lusinghieri, per coccolare il nostro ego culinario con il moltiplicarsi costante di <em>like</em>, stelline o cuoricini, per ottenere in risposta quell&#8217;entusiasmo che mariti, mogli, fidanzate/i o figli troppo distratti a tavola non sembrano ugualmente riservare ai nostri piatti così amorevolmente preparati, spesso al contrario demoliti da critiche del tipo &#8220;però manca un po&#8217; di sale&#8221; o &#8220;secondo me è sbagliata la cottura!&#8221;. Per metterci in mostra, e forse anche alla prova, su di un terreno più familiare, democratico, a portata di mano, come lo è poi la cucina, per regalare finalmente una vetrina degna e spaziosa alle nostre supposte abilità ai fornelli, fino ad oggi tenute nascoste fra le mura domestiche o al massimo svelate a parenti e amici utilizzati come cavie dei nostri peggiori esperimenti con il cibo. Contagiosa moda collettiva o frontiera recente della vanità 2.0, il <em>foodspotting </em>(questo il termine corretto per descrivere la mania di inondare la rete, Instagram in primis, con foto di piatti tutte noiosamente uguali a sé) è anche l&#8217;ultimo bersaglio della nuova e riuscitissima campagna Ikea (video allegato), l&#8217;arcinoto colosso svedese di arredamento colpevole di aver riempito le nostre case con mobili dai nomi impronunciabili e di aver trasformato in un incubo i nostri week-end di <em>shopping</em> forzato tra mensole da misurare e piumoni talvolta esagerati per le più miti temperature nostrane. Con la medesima ironia e l&#8217;efficacia già notate nelle precedenti pubblicità ideate dallo stesso gruppo, lo spot citato si scaglia così contro l&#8217;inutile ossessione quotidiana di fotografare e condividere sulle proprie pagine internet i piatti prima ancora di poterli assaggiare, mettendo in scena un raffinato ambiente aristocratico settecentesco e ipotizzando la ricerca di potenziali gradimenti virtuali in quell&#8217;epoca, in un tripudio di costumi sfarzosi, volti pallidamente truccati e parrucche (peccato quest&#8217;ultime non tornino di moda, ne approfitterei subito). Con un messaggio finale piuttosto esplicito &#8220;<em>Let&#8217;s relax. It&#8217;s a meal</em>&#8220;. Rilassiamoci, è solo cibo. Parole che terremo bene a mente quando, magari contro la nostra volontà, ci ritroveremo proprio all&#8217;Ikea a rigirare tra le mani un piccolo barattolo di SILL SOMMAR (aringhe marinate), tentando di intuirne, forse invano, il contenuto.</p>
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		<title>Azzardi in volo&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2016 09:27:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/06/divise-alitalia.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4534" alt="divise-alitalia" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/06/divise-alitalia.jpg" width="700" height="404" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Per colpa di un percorso professionale gratificante quanto tortuoso, intrapreso tempo fa privilegiando una passione impossibile da ignorare e snobbando con giovanile incoscienza proposte che mi avrebbero garantito al contrario maggiori certezze economiche e contrattuali, ma anche l&#8217;insopportabile noia dei giorni di lavoro tutti uguali a se stessi, da più di una dozzina di anni mi destreggio nell&#8217;atipica quanto affascinante carriera di storico del costume, barcamenandomi così tra (i rari) archivi di abiti presenti nei nostri musei, interessanti mostre sull&#8217;abbigliamento e qualche dignitosa, seppur non troppo significativa, pubblicazione in materia. Tutte occasioni grazie alle quali ho avuto la fortuna, spesso accompagnata da un terrore giustificabile e paralizzante, di toccare con mano centinaia e centinaia di creazioni originali o di accessori delle più varie epoche e provenienze, di studiarne a fondo fattura e dettagli, di scoprirne, talvolta con stupore, accorgimenti sartoriali nascosti e minuziosissimi, come tagli millimetrici o cuciture invisibili e certosine, interventi in apparenza insignificanti, in grado di determinare invece in ogni capo il giusto e necessario adattamento dell&#8217;abito stesso al corpo chiamato ad indossarlo. Giungendo peraltro di frequente, alla fine di ogni lavoro, alla medesima e forse scontata osservazione: in quanto a straordinaria compresenza di stile, femminilità, ricercatezza di gusto e di esecuzione, pochi altri periodi storici riescono a distinguersi nell&#8217;intero panorama della moda italiana del secolo scorso come gli anni Cinquanta. Epoca in cui, in realtà, il <em>made in Italy</em>, ancora agli albori e appena regolato da un sistema di presentazione a <em>buyer</em> e stampa antesignano di quello odierno (le famose sfilate alla Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze cominciate nel 1952), affacciatosi da poco sulla soglia di un mercato destinato a divenire di lì a breve dirompente, si basava però sull&#8217;eccellenza di singole realtà sartoriali presenti in diverse città. Nomi quali quelli di Emilio Schuberth, il <em>couturier </em>partenopeo amato da dive come Gina Lollobrigida e celebre per impreziosire spesso i propri abiti con tocchi pittorici, di Roberto Capucci, il creatore animato da una vocazione scenografica, spregiudicata e scultorea per la moda, delle Sorelle Fontana, il <em>team</em> familiare e creativo primo a conquistarsi il favore della clientela americana, hanno tutti contribuito a definire quell&#8217;unicità di eleganza quale prerogativa di un decennio irripetibile per lo stile come sono stati appunto gli anni Cinquanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Devono aver avuto lo stesso pensiero anche i potenti vertici di Alitalia, la compagnia aerea sorta nel 2014 dalle ceneri in cui era ormai ridotta, anche a causa delle note e tumultuose vicende giudiziarie, la ex compagnia di bandiera, oggi invece risollevatasi, almeno nel capitale, dal provvidenziale ingresso fra gli azionisti della Eithad Airways, di proprietà degli Emirati Arabi, attualmente al controllo di circa la metà (49%) dell&#8217;intero gruppo. E che con l&#8217;obiettivo forse di sottolineare il nuovo, e speriamo meno accidentato, corso dell&#8217;azienda, ha visto bene di ripartire da una mirata e massiccia operazione di <em>restyling</em>, lanciata in pompa magna sulla stampa di mezzo mondo, e volta a rinnovare il look del personale di bordo, da qualche settimana dotato dunque di fiammanti (ma non infiammabili, ci mancherebbe) e, diciamolo subito, criticatissime divise (nella foto la campagna pubblicitaria). Che, per carità, trattandosi della tenuta professionale pensata appositamente per hostess e steward, categoria da cui si pretende, oltre a cortesia infinita e miracolose capacità di placare all&#8217;istante le ansie dei passeggeri, un aspetto naturalmente impeccabile, non oseremmo mai immaginare come un qualcosa di troppo informale o <em>kitsch</em>, che so, una tuta di ciniglia, o una <em>mise</em> particolarmente sexy e provocante. Un tocco di modernità, anche minuscolo, escluso in toto dalla pesante e fin troppo coprente classicità della suddetta divisa, dal momento che siamo ormai abbondantemente approdati nel terzo millennio, di certo non avrebbe infastidito nessuno. Anche perché l&#8217;artefice della contestatissima collezione, Ettore Bilotta, stilista dalla rispettabile ma non memorabile carriera, almeno non quanto quella dei suoi predecessori incaricati in passato da Alitalia del medesimo compito  (le stesse sorelle Fontana, Mila Schön o in anni più recenti perfino Giorgio Armani), si è prodigato per tentare di evidenziare nel proprio lavoro un voluto omaggio alla raffinatezza tipica degli anni Cinquanta. Dove questa si sia poi nascosta in quel tripudio di tonalità ispirate al tricolore e apparentemente abbinate un po&#8217; a casaccio in divise mai così orrendamente retro, in quelle calze verde bosco che riuscirebbero a rendere il polpaccio di ogni donna simile a una pianta grassa, in quel cappellino che pare purtroppo un soufflé sgonfio poggiato sulla testa, non è dato di sapere. Forse all&#8217;interno del semplicissimo e chissà quanto utile borsone in pelle pensato come <em>pendant </em>dell&#8217;orribile completo, unico, salvabile dettaglio di un insieme che, ci auguriamo, non contribuisca ad aumentare la nausea di cui tanti già soffrono in aereo.</p>
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		<title>Tagli alla politica&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Apr 2016 14:22:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/05/1461830239-simona-tagli-candidata-milano.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4463" alt="1461830239-simona-tagli-candidata-milano" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/05/1461830239-simona-tagli-candidata-milano.jpg" width="773" height="630" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ammettiamo, da creature benevole quali siamo, di essere disposti a sorvolare sui suoi, pur consistenti, certo non così memorabili, trascorsi televisivi, quando all&#8217;inizio degli anni &#8217;90 il nome (ma soprattutto il corpo) di Simona Tagli, biondissima e procace ex soubrette purtroppo caduta da tempo nel dimenticatoio catodico, era noto ai più per merito di alcuni &#8220;stacchetti&#8221; sexy (sarebbe troppo definirli balletti) che introducevano forse il momento più alto della sua intera carriera, quando ricopriva cioè con successo il ruolo di valletta semimuta, incaricata di girare le caselle del <em>Cruciverbone</em> in una celebre (e vecchia ormai di 25 anni) edizione di <em>Domenica In</em>. Ed era quanto di più piccante si potesse vedere all&#8217;epoca sul piccolo schermo, se pensate che lo spirito bacchettone da sempre imperante nella tv di stato arrivò addirittura a vietare alla bella showgirl minigonne troppo corte, che, a causa dei suoi sgambettamenti provocanti e soprattutto dei pericolosi inchini necessari per completare le definizioni in basso, arrivavano facilmente a svelare al pubblico, forse fino a quel momento assopito sul divano, un po&#8217; di più che un bel paio di gambe. Confessiamo pure senza vergogna che in anni più recenti abbiamo provato perfino un po&#8217; di simpatia e di tenerezza per la stessa Simona, toccata, al pari di altre colleghe improvvisamente svanite da un qualsivoglia programma o intero canale, da quel crudele destino mediatico riservato a tante bellone che, superata però la critica soglia degli &#8220;anta&#8221;, vengono gettate via come carta straccia o relegate in discutibili comparsate in qualche salotto pomeridiano o, nella migliore delle ipotesi, esiliate a vita a vendere scomodissimi attrezzi ginnici o set da tavola componibili in ridicole televendite notturne. Non però lei, che al contrario, mostrando al tempo stesso delle doti insospettabili come spirito d&#8217;iniziativa, tenacia, autoironia, si era riciclata, con tutte le lodi del caso, in un attività rispettabilissima, quella di parrucchiera (anche se il passaggio professionale tardivo assumeva un po&#8217; il sapore amaro di un ripiego) aprendo a Milano un proprio salone, tutt&#8217;oggi esistente, dal nome forse non così sobrio né azzeccatissimo, questo va detto, Vispa Teresa. Più sconcertante è semmai assistere, in questi giorni, a quella che sembra annunciarsi come la terza rinascita dell&#8217;inarrestabile Tagli che, a 52 anni suonati e forte di una buona forma ritrovata (&#8220;ho perso da poco 24 chili&#8221; sostiene&#8230;beata te, aggiungiamo noi), tenta stavolta la strada della politica, candidandosi nella sua città per la carica di consigliere comunale nella lista di Fratelli d&#8217;Italia, a sostegno dell&#8217;esponente di centro &#8211; destra Stefano Parisi. Peccato per quel programma così rigoroso di cui la combattiva Simona non fa mistero illustrandolo, un po&#8217; confusamente a dire il vero, su numerose interviste rilasciate a giornali e radio, condite di affermazioni intransigenti su argomenti che meriterrebbero più fatti e meno slogan, come immigrazione (&#8220;Sì agli stranieri, se pregano il nostro Dio&#8221;&#8230;nostro di chi?), diritti alle coppie omosessuali (&#8220;L&#8217;importante è che le persone etero non diventino anormali&#8221;, e qui è superfluo ogni commento), infine curiosamente scagliate anche contro biciclette e piste ciclabili (&#8220;Sono motivo di insicurezza e bloccano il traffico&#8221;&#8230;le bici, mica i Suv!). Peccato soprattutto per quel manifesto (foto allegata), che più che il rilancio cartaceo di un nuovo volto politico sembra assumere piuttosto le sembianze di un siparietto patetico sul suo passato televisivo, rimarcato proprio da quell&#8217;orrenda grafica a cruciverbone in cui s&#8217;intrecciano i capisaldi della sua, già criticata, agenda (comprensiva di parole ingiustificabili come &#8220;amore&#8221; e &#8220;corro&#8221;&#8230;ma perché?). E che, impresa davvero ardua, è riuscito a scalzare perfino i manifesti fotoscioppati con una pseudoavvenente Giorgia Meloni (guarda caso candidata a sindaco di Roma con lo stesso partito) dal podio della più insulsa campagna elettorale di questi tempi.</p>
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		<title>Chi mi ama&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2016 12:25:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/03/1162956.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4382" alt="1162956" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2016/03/1162956.jpg" width="750" height="422" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Non hai Instagram? E quindi dove posso seguirti?&#8221; esplode in tutto il suo stupore, a mio avviso ingiustificato, un&#8217;esuberante <em>pr</em> conosciuta tra un assaggio di crostini di pane nero e un ottimo bicchiere di Merlot durante uno dei tanti eventi enogastronomici a cui talvolta presenziamo, fingendo perfino un briciolo d&#8217;interesse per il menu fra il bizzarro e l&#8217;indecifrabile che ci verrà propinato (&#8220;davvero servono del <em>sushi</em> di mortadella? ma è pesce o suino?&#8221;), e tralasciando le reali motivazioni che ci hanno spinto ad accettare l&#8217;invito (in ordine sparso l&#8217;organizzazione della serata ad opera di amici di amici che si ricordano di te come quello &#8220;così carino e simpatico&#8221;, la tua vita mondana oramai semiassente che reclama un minimo di attenzioni in più e soprattutto la vuota desolazione del frigo ad attenderti a casa). Il punto è che ad un qualsiasi interlocutore occasionale, magari colpito dal tuo patinatissimo biglietto da visita al punto da immaginare quella dicitura professionale di <em>fashion contributor/writer/expert </em>come un turbinio di occasioni sfavillanti da immortalare ogni secondo e condividere seduta stante sul maggior numero possibile di <em>social network</em>, di questi tempi pare realmente incomprensibile che tu non abbia mai avvertito l&#8217;esigenza di deliziare eventuali <em>follower</em> con valanghe di scatti giornalieri della tua, ben più ordinaria, quotidianità. Che occorre naturalmente rendere assai figa nelle foto per mezzo di un&#8217;apposita profusione di espedienti quali filtri (come i numerosi effetti illumina-volto, da conduttrice tv stagionata) inquadrature finto &#8211; casuali, milioni di <em>hashtag </em>introduttivi stuzzicanti (del tipo <em>#style, #cool, #loveisintheair #everywhereIlookaround</em>). In altre parole sembrerebbe inconcepibile oggigiorno valutare adeguatamente popolarità e credibilità in rete e perché no, nutrire allo stesso tempo la necessaria vanità 2.0, senza possedere un numero quantomeno decente di fedelissimi e non sempre conosciuti seguaci, pronti ad elargire pollici su o faccine sorridenti di apprezzamento, cuoricini rossi lampeggianti, <em>like </em>od ogni altra rapida reazione da tastiera, tutti simboli di momentanea stima che la genialità miliardaria degli ideatori di <em>social</em> ci mette ogni giorno a disposizione come strumento di valutazione delle idee, delle battute o dei lavori altrui, condivisi sul web attraverso i propri account Facebook, Twitter e compagnia bella. E se quel &#8220;pedinamento&#8221; virtuale sconfinasse per un giorno nelle nostre vite reali? E&#8217; la riflessione, singolare e forse un tantinello inquietante, a cui giunge il lavoro di Lauren McCarthy, artista digitale e programmatrice newyorkese, ideatrice del progetto Follower (http://follower.today/#welcome), un sito corredato di app che su richiesta permetterebbe appunto di essere effettivamente tallonati per qualche ora, ovviamente a debita distanza, da un misterioso follower in carne ed ossa, incaricato dunque di seguire i nostri, anche banali, spostamenti giornalieri. A chi trova l&#8217;idea di avere un pedinatore in incognito stuzzicante più che da brivido, basterà così una semplice iscrizione al sito, compilare la relativa domanda, e se la procedura andrà a buon fine, scaricare l&#8217;app che tramite segnale Gps fornirà la sua esatta posizione all&#8217;enigmatico follower; &#8220;l&#8217;inseguimento&#8221; si concluderà poi nelle ore successive con messaggio di notifica della sua avvenuta fine, accompagnato da una foto che testimonierebbe l&#8217;attuazione dello &#8220;spionaggio&#8221; richiesto in un momento qualunque della giornata (da evitare dunque quei comportamenti che si soliti avere quando si è certi di non essere osservati, tipo scarpe tolte sotto ai tavoli o dita nel naso). Che aggiungere? Al di là dell&#8217;apparente insensatezza della questione e del momentaneo limite geografico del progetto (per ora solo realizzabile a New York e San Francisco) impossibile non coglierne l&#8217;intuizione davvero audace, da valida performance artistica più che da applicazione forse discutibile: tentare di abbattere il limite esistente fra universo virtuale e reale, traghettando l&#8217;ordinarietà delle regole dell&#8217;uno nella complessità di attuazione nell&#8217;altro. Ricordando infine che l&#8217;arte, per essere tale, deve essere specchio ed amplificatore della società contemporanea, che occorre rivelare in tutte le sue più assurde contraddizioni: compresa quella smania di voler condividere con sconosciuti ogni singolo momento della nostra, semplicissima, vita (dita nel naso eslcuse).</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Pretty birthday!</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2015 10:17:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pretty Woman (1990) &#8211; Official Trailer &#8211; YouTube. C&#8217;era una volta il 1990, pareva impossibile mancassero dieci anni a quel 2000 che in genere leggevamo solo nei titoli dei film di fantascienza, l&#8217;Italia si accontentava di un deludente terzo posto &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3991">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=Wzii8IuL8lk">Pretty Woman (1990) &#8211; Official Trailer &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="602" height="399" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Wzii8IuL8lk" /><embed width="602" height="399" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/Wzii8IuL8lk" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;era una volta il 1990, pareva impossibile mancassero dieci anni a quel 2000 che in genere leggevamo solo nei titoli dei film di fantascienza, l&#8217;Italia si accontentava di un deludente terzo posto ai Mondiali di Calcio pure ospitati in patria, <em>The Power</em> degli, ormai scomparsi (dalla scena musicale intendo), Snap era il brano più ballato e ascoltato ovunque &#8211; ma ancora non si ricorreva a quell&#8217;odiosissimo termine &#8220;tormentone&#8221; &#8211; e a <em>Beautiful</em>, assoluta novità televisiva dell&#8217;anno, un giovane e assai capelluto Ridge tentava soltanto di riconquistare la sua Caroline, non degnando neppure di uno sguardo la povera Brooke, che allora era una paffuta ragazzotta di campagna con un fermaglione sbilenco sempre tra i capelli. Forse c&#8217;eravate anche voi, miei cari lettori, magari adolescenti e dunque impegnati nella lotta quotidiana contro i brufoli, che nessuna crema o sapone a disposizione, neanche il pubblicizzatissimo Topexan, sembrava in realtà saper fronteggiare, o forse più cresciutelli e già comunque vanitosi, alle prese con ciuffi o frange dalle altezze vertiginose da ottenere con audaci manovre di spazzole e phon a distanza ravvicinata (per &#8220;piastra&#8221;, all&#8217;epoca, si intendeva esclusivamente quella dove arrostire la carne), di sicuro non così dipendenti da computer e tecnologie varie, perché saperne di informatica significava avere a che fare con il sistema operativo MS &#8211; DOS, che, diciamolo, era un gigantesco sbattimento. C&#8217;ero naturalmente anch&#8217;io, ma data l&#8217;età irrilevante (un bambino, più o meno) e una sottile vena di anticonformismo e ribellione che in quel periodo mi contraddistingueva, feci l&#8217;errore di non cogliere la portata, forse rivoluzionaria, del film che i miei amici invece vollero andare a vedere a tutti i costi una domenica pomeriggio al cinema, giudicandolo in fretta piuttosto insulso e sdolcinato, e preferendo, complice la mia (già) sconfinata passione per Madonna, ripiegare su di un&#8217;altra (discutibile) pellicola come <em>Dick Tracy, </em>gustata in totale solitudine (anche in sala, dico, non c&#8217;era nessun altro!). Inutile aggiungere che poi anch&#8217;io, esattamente come voi, ho avuto negli anni milioni di occasioni per guardare e riguardare <em>Pretty woman -</em>  questo il film che esattamente un quarto di secolo fa (è uscito nel Marzo del 1990) ho avuto il coraggio di snobbare &#8211; fino ad impararne a memoria ogni battuta, anche la più insignificante, di ogni personaggio, per poi arrivare ad anticiparle, magari tentando di imitarne anche la voce, ricordandomi perfino gli evidenti errori di montaggio (la brioche che diventa un occhio di bue nella scena della prima colazione insieme, la cravatta di Gere che sparisce e riappare in una di quelle, castissime, di sesso). Un successo da 500 milioni di dollari al botteghino, che ha lanciato nell&#8217;olimpo cinematografico Vivian/Julia Roberts, nonostante quel vestitino bicolore di un tale cattivo gusto che nessuna prostituta per strada si sognerebbe mai davvero di indossare, e gli stivaloni di vernice lucida poi, che coprivano a stento i 90 cm di lunghezza di gambe dichiarati nello stesso film (la scena del bagno insieme, ricordate?), momento in cui ogni spettatrice pianifica di fare lo stesso a casa per scoprire che le sue misurano almeno una quindicina di cm in meno. Era soprattutto il momento storico in cui per 50 sfumature di grigio s&#8217;intendevano solo quelle dei capelli di Richard Gere/Edward, il primo miliardario a irrompere nelle fantasie sessuali del pubblico sebbene i suoi gusti a letto fossero più noiosi ed ordinari dell&#8217;attuale e celebre Mr. Grey: un personaggio volutamente romantico e irraggiungibile, privo di contraddizioni, se non quella di essere zeppo di soldi fino al collo da svaligiare un qualsiasi negozio di Rodeo Drive in tre minuti ma totalmente incapace di guidare una Lotus per più di trenta metri. Dettagli di cui oggi, forse, potremmo sorridere, o forse godere di nuovo, visto che in questi giorni le reti nazionali (che in genere non si distinguono per originalità, dato che il massimo dell&#8217;audacia è rappresentato da qualche fiction con Terence Hill) lo riproporrano per l&#8217;ennesima volta. Occasione in cui, qualcuno di voi, magari rinnegando il proprio passato di essere sentimentale e sognatore, o, autoconvicendosi del proprio fermo disinteresse, con un moto di orgoglio esclamerà &#8220;no, questa volta non ci casco&#8221; e spegnerà la tv, per uscire, forse alla volta del cinema: tanto, di sicuro, sul grande schermo, finirà per andare a vedere Cenerentola.</p>
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		<title>Rise and fall</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2015 16:54:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Madonna Falls Backwards Off the Stage At BRIT Awards Ceremony LIVE SHOW &#8211; YouTube. L&#8217;abbiamo tutti già visto e rivisto con sconcerto e stupore immaginabili, c&#8217;abbiamo scherzato e sorriso su, qualcuno forse ne avrà malignamente gioito, altri, soprattutto coloro che &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3890">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=wDcAQrgn50o">Madonna Falls Backwards Off the Stage At BRIT Awards Ceremony LIVE SHOW &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="616" height="364" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/wDcAQrgn50o" /><embed width="616" height="364" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/wDcAQrgn50o" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;abbiamo tutti già visto e rivisto con sconcerto e stupore immaginabili, c&#8217;abbiamo scherzato e sorriso su, qualcuno forse ne avrà malignamente gioito, altri, soprattutto coloro che da sempre ne riconoscono e ne ammirano il perfezionismo sfrenato, ancora si chiedono come sia potuto accaderle un simile, imbarazzante episodio. Che il tonfo sonoro di Madonna, capitolata a gambe all&#8217;aria giù dal palco della O2 Arena di Londra, dove si stava esibendo live per la 38esima edizione dei <em>Brit Awards</em>, sia l&#8217;incidente più chiacchierato, condiviso, commentato, di questi giorni, sul web e non solo, è naturale, dato il rilievo mediatico planetario del personaggio e la spettacolare caduta, che se fosse capitata a noialtri comuni mortali, ammettiamolo, saremmo ancora lì a terra mezzi doloranti o probabilmente fuggiti via strisciando per la vergogna. Farne però l&#8217;emblema del coraggio e della tenacia <em>tout court</em>, elevarlo a metafora incondizionata dell&#8217;esistenza, spendere fiumi di parole per trasformarlo nell&#8217;attuazione pratica di quel proverbiale e fondamentale &#8220;rialzarsi nella vita&#8221;, per quanto legittimo, francamente, mi pare un tantinello esagerato. E lo dico, prima di attirarmi le antipatie dei &#8220;madonnari&#8221; più sfegatati, da fan di prim&#8217;ordine, di quelli che di Miss Ciccone ne seguono da decenni, con interesse e curiosità al limite del morboso, apparizioni e interviste, trasformazioni e provocazioni, acquistando e collezionando talvolta anche i lavori più irrilevanti (compresi quell&#8217;album insignificante che fu <em>Who&#8217;s that girl</em> e il fotolibraccio erotico &#8211; celebrativo <em>Sex</em>). Avendo soprattutto una ferma convinzione, che il mio idolo pop continua invece sistematicamente a smentire: ho sempre ritenuto che una star di tale grandezza, grintosa e meticolosa allo stremo, intelligentemente trasgressiva, unica diva dall&#8217;incomparabile, luminosa e longeva carriera, nonostante le limitate doti canore, avesse da tempo anche pianificato in qualche modo il suo strabilante e definitivo addio alle scene. Una come Madonna, pensavo, è salita troppo in alto in questo mondo per potersi permettere, un domani, di viverlo in discesa: tra poco, continuo a ripetermi, vedrai che organizzerà il suo ultimissimo tour, lo spettacolo più immaginifico e indimenticabile di sempre, un&#8217;uscita in grande stile, il suo gran finale, come d&#8217;altronde si dovrebbe addire alla fama irraggiungibile del personaggio. Mentre alle soglie dei 57 anni (un&#8217;età in cui molte stelle di casa nostra si lasciano fotografare circondate dai nipoti, elogiando le meraviglie della vita da nonna o pubblicizzando prodotti anti &#8211; colesterolo) ancora in formissima ma con un&#8217;agilità sempre più ridotta, ancora affascinante ma irrigidita da troppi ritocchini impossibili da celare, è ancora là a voler ribadire e difendere il suo trono di regina indiscussa del pop. E se c&#8217;è una cosa allora che quel volo rovinoso dai gradini, ancor più comico dopo il solenne ingresso tra il pubblico, sta forse a simboleggiare, non è tanto il riuscire con immensa professionalità a rialzarsi e a cantare, incolpando poi su Twitter dell&#8217;incidente il mantello troppo lungo e stretto ideatole da Armani (qualcosa mi dice che i due non collaboreranno più in futuro), quanto la sua sconfinata ostinazione. La stessa ostinazione che troviamo nella lotta contro il tempo di un corpo maturo che non vuole arrendersi al passare degli anni, nel perpetuare l&#8217;immagine di icona sexy ricorrendo alla seduzione spicciola e un po&#8217; cafona, tutta tette e chiappe al vento (talvolta ridicola anche per una ventenne), nella volontà di aggrapparsi agli strascichi di una carriera fulgida, sulla quale, prima o poi, dovrà chiudersi inesorabilmente il sipario. E sarebbe il caso, cara Madonna, che sia proprio tu a decidere quando, prima che a farlo sia il prossimo costume rimasto impigliato chissà dove.</p>
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		<title>Eleganza di plastica</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 15:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Barbie™ in Princess Power &#8211; Movie Trailer (English HD) &#8211; YouTube. Qualcuno però avrebbe potuto avvertirmi, santiddio, come si spiega che certe fondamentali rivoluzioni avvengano proprio lì, sotto il mio naso, e io me ne renda conto invece solo dopo &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3804">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=0Zbvqz0M3cY">Barbie™ in Princess Power &#8211; Movie Trailer (English HD) &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="596" height="364" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/0Zbvqz0M3cY" /><embed width="596" height="364" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/0Zbvqz0M3cY" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno però avrebbe potuto avvertirmi, santiddio, come si spiega che certe fondamentali rivoluzioni avvengano proprio lì, sotto il mio naso, e io me ne renda conto invece solo dopo qualche tempo, magari anche anni, rimanendo così in balìa di quella sgradevole sensazione che il mondo si stia trasformando a poco a poco in un posto da cui rimarrò inesorabilmente escluso? Perché se c&#8217;è una frase che più di altre detesto sentirmi rivolgere è quel &#8220;ma come, non lo sapevi?&#8221; pronunciato poi con il tono mellifluo e irritante di chi ti spiattella in faccia tutta la presunzione di saperne più di te, che vai anche vantando un&#8217;ipotetica pseudocultura da blogger, ruolo che in teoria ti richiederebbe quel costante e necessario aggiornamento su tutte le possibili sfumature dello scibile umano. E invece poi basta ritrovarsi in una movimentata festa di compleanno, mentre ti sforzi di recuperare in testa i nomi degli altri invitati appena conosciuti e che la tua memoria ha già rimosso, sperando che almeno stavolta la forchettina di plastica non si spezzi al primo incontro con la torta millefoglie, e loro, quei tre, quattro bambini presenti, rumorosi quanto un esercito errante, provano d&#8217;un tratto a coinvolgerti nei loro frenetici giochi, mettendoti tra le mani un minuscolo pezzetto di plastica, di difficile identificazione. &#8220;E&#8217; la cacca di Tanner, il cane di Barbie. Non la perdere&#8221; &#8220;Come dici, scusa?&#8221; replico io, &#8220;Sì, è la cacca di Tanner, non è cacca vera, poi gli va rimessa, non la perdere che Emma ne ha già persa una&#8221;. Sorpreso, forse sbigottito, lievemente disgustato, vado alla ricerca della mia amica Chiara, madre dell&#8217;esserino che mi ha improvvisamente illuminato sull&#8217;esistenza del cane spara &#8211; popò, ancora parzialmente conservata nel mio pugno come il più prezioso degli oggetti. &#8220;Tu conosci e acquisti questa roba e non mi dici niente?&#8221; faccio io, &#8220;Guarda che è famosa, hanno fatto anche Barbie con il secchio per raccoglierla&#8221; &#8220;e come, con un sacchettino di plastica rosa?&#8221; &#8220;no, Barbie è sempre elegante, ha il bastone!&#8221;. Barbie è sempre elegante, è questo il punto. Che abbia turbato le vostre infanzie con l&#8217;impossibile desiderio di identificazione nel corpo di una mini-sventolona bionda dalle tette sempre sode e dalle gambe chilometriche e appena snodabili, che abbia per sempre compromesso il vostro buongusto in maniera di arredamento con un&#8217;improbabile mobilia rosa e asettica che avete sognato nelle vostre stesse case per decenni, che vi abbia illuso con il miraggio del ricorrere alla <em>mise</em> adatta e un po&#8217; civettuola per diventare automaticamente astronauta, regina delle nevi, primario o presidente di una nazione, Barbie è un&#8217;icona indiscutibile di stile. Anche quando il crescente senso civico impone che provveda a recuperare i bisogni sbadatamente lasciati in giro dal proprio cane. Anche quando la tamarraggine imperante nei costumi ha offuscato la sua fama in favore di nuovi idoli di plastica, inquietanti, ipertruccati o malvestiti, lei è lì, da oltre 50 anni a ricordarci cos&#8217;è la vera raffinatezza. Anche adesso che la Mattel, proprio in questi giorni, durante la Toy Fair di Norimberga, ha lanciato in pompa magna la sua ultima creatura, la nuova Barbie Princess Power, una supereroina dalla doppia identità in lotta contro i malvagi, personaggio naturalmente accompagnato dall&#8217;uscita di un film di animazione (video allegato) e da un numero forse infinito di gadgets coordinati (operazione a cui siamo del resto abituati), non viene mai meno quella dimensione di irraggiungibile signorilità: una volta tolta la mascherina, come ogni supereroe che si rispetti, Barbie torna alla sua vita ordinaria, quella di una bella e giovane principessa che abita in un castello. Chissà se anche stavolta porterà in giro da sola i suoi nobili cani.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Un anno meraviglioso?</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Dec 2014 10:17:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Da guardare&#8221; in realtà, come recita la categoria in cui vado ad inserire il presente post, l&#8217;ultimo in programma per questo, a tratti sfibrante, 2014, c&#8217;è ben poco, niente di più che un&#8217;immaginetta quasi dozzinale da utilizzare come semplice appiglio &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3710">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2014/12/20141222_c4_fb-post1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3711" alt="20141222_c4_fb-post1" src="http://www.tempiguasti.it/wp-content/uploads/2014/12/20141222_c4_fb-post1.jpg" width="620" height="334" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Da guardare&#8221; in realtà, come recita la categoria in cui vado ad inserire il presente post, l&#8217;ultimo in programma per questo, a tratti sfibrante, 2014, c&#8217;è ben poco, niente di più che un&#8217;immaginetta quasi dozzinale da utilizzare come semplice appiglio a ciò che avrete di sicuro già visto, forse sino alla nausea, ampiamente condiviso, a volte con reale ed incomprensibile entusiasmo, da decine di vostri amici di Facebook sulle proprie pagine del citato social. E cioè la schermata iniziale di quella stuzzicante e utilizzatissima funzione in grado di garantire a chiunque una veloce ripassatina virtuale dell&#8217;anno ormai agli sgoccioli, una rapida e disorganica narrazione per foto, ripescate tra quelle più cliccate o commentate ogni mese sul proprio diario, dei passati 365 giorni, una sorta di <em>best of </em>personale<em>, </em>inaspettato e, a quanto pare, gradito regalo, di cui la magnanimità miliardaria di Mark Zuckerberg ci ha da poco omaggiati a sorpresa. E poco importa se dopo quell&#8217;universale scritta &#8220;è stato un anno meraviglioso&#8221;, che inaugura indifferentemente il presunto viaggio elettrizzante nel 2014 di ciascuno, compare poi uno scatto impietoso del vostro ciambellone carbonizzato che a Febbraio avevate dimenticato in forno, rischiando di mandare a fuoco l&#8217;intera cucina, o il drammatico selfie del vostro faccino ricoperto da pustole rosse perché in preda a una devastante reazione allergica che vi ha spedito al pronto soccorso soltanto lo scorso Settembre. Al generatore automatico dei recenti momenti felici di Facebook non si può certamente richiedere buongusto, più cuore o un maggior tatto nel frugare tra le nostre migliaia di pessime foto che noi stessi abbiamo avuto il fegato di condividere, per vanità, leggerezza o errore, negli ultimi 12 mesi, con risultati più o meno riprovevoli. Perché, in sostanza, quella funzione è quanto di più lontano esista dalla nostra reale quotidianità: un banale e parziale condensato di vita appena trascorsa, riesumato per freddo volere di un algoritmo, che arriva a riproporre alcune immagini già pubblicate a seconda dei loro consensi ottenuti. Fine. Non c&#8217;è più alcun nostro criterio di valutazione, non essendoci naturalmente la nostra sensibilità chiamata a scegliere questo o quello scatto, soprattutto non c&#8217;è più la minima traccia di un concreto aggancio emozionale con il nostro vissuto, svanita com&#8217;è da un pezzo la ragione che ci aveva spinti allora ad azzardare una più vasta condivisione sul web: con la prevedibile conseguenza che quei brevi ma ormai inevitabili fotoracconti illustrati del 2014 di Facebook risultino alla fine, tra la generale insulsaggine dei disegnini colorati che li incorniciano, tutti così mediocremente simili gli uni agli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">So che quanto sto per scrivere sembrerà illogico, campato in aria, forse perfino di cattivo gusto, ma tra poche ore mi aspetta un funerale (tra l&#8217;altro sono quasi certo che la persona che andrò a salutare per l&#8217;ultima volta avrebbe apprezzato questa frase un po&#8217; cinica, oltre al mio personalissimo modo di dedicarle un pensiero qua sopra): circostanza che quando piomba di colpo in pieno clima di feste sembra ancor più fuori luogo, come se il dolore fosse qualcosa di facilmente relegabile in momenti più opportuni o come se esistessero davvero periodi più o meno appropriati alle lacrime. Ebbene, è da qualche giorno che non faccio altro che ripercorrere nella testa gli ultimi miei ricordi legati alla persona in questione: niente di eclatante, solo frammenti di episodi qualunque che avrei abbandonato alla memoria se adesso non assumessero ben altro valore. Il fermarsi a raccogliere insieme delle conchiglie sulla riva mentre gli altri optavano per un estenuante giro in pedalò, un piccolo album di disegni, raffigurante soprattutto mani, mostrato con timore ed orgoglio di fronte ad un aperitivo, dei consigli su come utilizzare un cedro enorme ricevuto in regalo e rimasto ad ingiallire sotto i raggi di una finestra minuscola ma luminosissima. Situazioni ordinarie, vissute allora con distratta superficialità, che non avrei mai immaginato un giorno di dover affannarmi a proteggere dallo scorrere del tempo e che solo adesso si ripresentano ai miei occhi rivestiti di una nuova e speciale luce. Non avrebbero di certo ricevuto molti &#8220;like&#8221; se le avessi condivise al momento sulla mia pagina, difficilmente sarebbero comparse in un eventuale riassunto virtuale ad opera di un social, ma non si può certo negare il loro essere entrate di diritto tra i miei ricordi più importanti di questo anno ormai al termine. Ecco allora il mio personale augurio per l&#8217;imminente arrivo del 2015: provate nei prossimi mesi a prestare la necessaria attenzione per riconoscere chi o che cosa varrebbe davvero la pena di ricordare, e non solo qui, tra 365 giorni esatti. Che sia realmente per tutti voi un anno meraviglioso.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Spazio maschilista?</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Nov 2014 19:42:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dr Matt Taylor wears fun shirt while&#8230; &#8211; YouTube. Stavolta devo stare particolarmente attento. E non solo perché, da incosciente/ingenuo quale sono, insisto nel venire spesso allo scoperto narrandovi qui sopra, come se nulla fosse, la maggior parte delle mie &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3669">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=ZR5nee3FSis">Dr Matt Taylor wears fun shirt while&#8230; &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="591" height="378" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/ZR5nee3FSis" /><embed width="591" height="378" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/ZR5nee3FSis" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Stavolta devo stare particolarmente attento. E non solo perché, da incosciente/ingenuo quale sono, insisto nel venire spesso allo scoperto narrandovi qui sopra, come se nulla fosse, la maggior parte delle mie provinciali convinzioni e dei miei superflui arrovellamenti mentali, con il medesimo, sincero impeto verbale e quell&#8217;urgente smania di sfogo che forse userei altrove soltanto sul lettino dello psicoanalista. Quanto perché, al pari dell&#8217;altro recente e discutibile post nel quale ammettevo, senza vergogna né riserve, la mia pressoché totale e inesplorata capacità di relazione col mondo animale in genere, tenuto, con tattiche sempre più perfezionate nel tempo, a distanza di sicurezza dal mio placido (oddio, insomma) tran tran quotidiano, con l&#8217;argomento seguente mi accollo invece il rischio di fare davvero, più che nella passata occasione, la figura dell&#8217;essere meschino, insensibile e retrogrado, o peggio ancora, irrimediabilmente maschilista. Un&#8217;accusa del genere, in realtà, con mio sommo stupore, mi é stata già rivolta proprio nei giorni scorsi, da una solerte e ahimè sconosciuta esponente dei miei (ahimè anche scarsi) <em>follower</em> di Twitter, una di quelle leonesse da tastiera, sempre pronte ad aggredirti con sintetici quanto intransigenti pareri, naturalmente ben occultati da uno studiato <em>nickname</em> e da una serie di foto che ne nascondono la reale identità (quando si dice il coraggio delle proprie opinioni!). Ebbene la signora in questione si è sentita in obbligo di intervenire in risposta ad una mia battuta (non così carina, questo glielo posso concedere) che aveva come obiettivo quello di colpire il cardinal Bagnasco, reo ai miei occhi di aver definito l&#8217;eventuale ipotesi delle nozze gay &#8220;un cavallo di Troia che mina alla base la famiglia&#8221;. Al che, forse un po&#8217; troppo avventatamente, mi sono permesso di &#8220;cinguettare&#8221; che anch&#8217;io possedevo una mia definizione pronta per il cardinale e per sua madre, guarda caso con la stessa città: apriti cielo, in poco tempo è scoppiato il putiferio, e non tanto per il mancato rispetto nei confronti dell&#8217;ecclesiastico, critica che in quella circostanza non mi avrebbe poi così stupito, quanto perché il mio insulto (ci tengo a precisare insinuato e non esplicito, non sono mica così scemo da farmi bannare su due piedi da tutti i social) è stato prontamente giudicato come &#8220;sessista&#8221; dall&#8217;agguerrita e ipersensibile signora. La quale, oltre a prodigarsi in bacchettate francamente fuori luogo, pare in tutta evidenza ignorare i miei duraturi e preziosi rapporti di amicizia, conditi da un&#8217;infinita stima reciproca, con un numero maggiore di donne rispetto a uomini, oltre al mio passato di bambino cresciuto con madre battagliera, ragazza negli anni &#8217;70 e femminista di prim&#8217;ordine, e sorella enormemente più talentuosa e intelligente di me, radici della mia attuale consapevolezza di adulto per cui la parità tra generi è un incontrovertibile dato di fatto, un principio talmente solido e radicato nella testa e nel cuore che mai e poi mai mi sognerei, neanche per scherzo o per errore, di mettere in discussione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma tant&#8217;è: al quarto commento non richiesto sulla medesima lunghezza d&#8217;onda, perlomeno io sono riuscito a cavarmela escludendo definitivamente dalla mia pagina la sgradita e, per i miei gusti, troppo petulante ospite. C&#8217;è a chi è andata molto peggio: si tratta dello stravagante e tatuatissimo scienziato britannico Matt Taylor, membro della nota agenzia spaziale europea (Esa), salito agli onori delle cronache nelle settimane scorse per essere l&#8217;artefice della prima riuscita operazione di atterraggio di un robot, staccatosi da una sonda curiosamente battezzata Rosetta, sulla superficie in movimento di una cometa. Lo strambo personaggio, che unisce un&#8217;indiscussa genialità a dei simpatici tratti di innocenza quasi infantile, pecca però di scelte un filino azzardate nel suo personalissimo e criticabile look, tanto da aver indossato, nel giorno dell&#8217;attesa e strombazzata operazione Rosetta, una camicia variopinta quanto orrenda, decorata con stampe di pin &#8211; up seminude, ritratte in pose e in abbigliamento provocante (video allegato). Mossa che l&#8217;ha costretto, all&#8217;indomani dello stesso evento, a porre doverosamente le sue pubbliche scuse in tv, con relativo e inaspettato pianto in diretta, a tutte le donne che si sono sentite offese per la sua mise, dopo il rimprovero severo partito dall&#8217;autorevole rivista <em>Guardian</em>, che dal suo blog aveva tuonato parole grosse come misoginia e scandalo, rimbalzate poi naturalmente sul web, su Twitter in primis (e ti pareva), e lì riunite sotto l&#8217;apposito <em>hashtag</em> <em>#shirtgate</em>. Ora, non me ne vogliano le affettuose signore che ancora si degnano di leggermi: ma da quando in qua dei semplici disegni presenti su una camicia, seppur brutti senza mezza termini, nella fattispecie delle donne &#8211; fumetto, dunque inesistenti perché frutto di una fantasia disancorata alla realtà, possono in qualche modo recare offesa al più concreto e variegato universo femminile? Non sarà che a forza di gridare &#8220;al lupo al lupo&#8221;, di individuare a tutti i costi il nemico da stigmatizzare, di essere sempre sul piede di guerra, pronti a indignarci per questo o quel presunto sgarbo, rischiamo di svilire parole gravi e purtroppo ancora oggi esistenti come &#8220;sessismo&#8221; per ridurle a slogan triti e privi di significato, finendo col ridicolizzare i traguardi raggiunti e con lo sprecare fiato, energia e tempo in accanimenti insignificanti, inutili, inopportuni? Il maschilismo, concedetemelo, è un sentimento odioso e inaccettabile, quando c&#8217;è: in tutti gli altri casi, come questo, si tratta solo di agghiacciante, ma estremamente innocuo, pessimo gusto.</p>
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		<title>Studi ballerini</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2014 17:50:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Guasti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da guardare]]></category>
		<category><![CDATA[fondi]]></category>
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		<description><![CDATA[Scientists at IRB Barcelona dance for cancer, Alzheimer’s and diabetes research &#8211; YouTube. Sandra ha una risata sottile e tintinnante, mani che provano di continuo a domare le bizze di una chioma ribelle color bronzo, il passo velocissimo di chi &#8230; <a href="https://www.tempiguasti.it/?p=3611">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=hNOqgHTtvH8">Scientists at IRB Barcelona dance for cancer, Alzheimer’s and diabetes research &#8211; YouTube</a>.</p>
<p><object width="584" height="392" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="transparent" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/hNOqgHTtvH8" /><embed width="584" height="392" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/hNOqgHTtvH8" wmode="transparent" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Sandra ha una risata sottile e tintinnante, mani che provano di continuo a domare le bizze di una chioma ribelle color bronzo, il passo velocissimo di chi è abituato a considerare il tempo il più generoso dei regali, da non dover sprecare neanche per un secondo. Le capita di leggere questo blog di tanto in tanto, nelle pause concesse da un lavoro gravoso ma, a suo dire, appagante, che da diciotto anni oramai, quasi ogni giorno, prevede la sua presenza infaticabile e cordiale nelle corsie di un ospedale toscano, dove i corridoi sono solcati da strisce adesive fluorescenti che indicano i diversi reparti e che talvolta si intrecciano come le linee della metro londinese viste sulla mappa. Lì le nostre vite si sono ritrovate fianco a fianco, una prima volta, tempo fa, nel bar posto a pianterreno e sempre gremito come un formicaio, io reduce da semplici analisi di routine mentre tentavo, con la solita voce assonnata, di articolare la richiesta di un caffè, lei pronta a intromettersi con un salvifico e inaspettato contrordine: &#8220;due cappuccini, uno anche per il ragazzo&#8221; &#8220;ehm, grazie mille, soprattutto per quel &#8220;ragazzo&#8221;, io in realtà vorrei un caffè!&#8221; &#8220;prendi il cappuccino, &#8220;ragazzo&#8221; &#8211; perché rispetto a me lo sei &#8211; e fidati!&#8221;. E così, da quel simpaticissimo esordio, un po&#8217; direttivo in realtà, e da quel cappuccino tuttosommato accettabile (&#8220;non immagini che schifezza sia invece qui il caffè&#8221;, mi disse, alle spalle del barista) che prendemmo assieme durante la nostra prima, curiosa, chiacchierata, il &#8220;ragazzo&#8221; (cioè io, se non fosse ancora chiaro) e &#8220;la più matura e intransigente paramedico&#8221; (tiè!) rimasero volentieri in contatto, soprattutto via e.mail, le sue spesso ricche di critiche entusiaste e intelligenti ai miei post (&#8220;anche se non ti commenterò mai direttamente sul blog, finirei solo per scrivere &#8216;bischerate&#8217;!&#8221;, mi ha ribadito più di una volta). L&#8217;ultima, al solito piena di (esagerati?) apprezzamenti, e relativa all&#8217;ultimo mio pezzo che trovate un poco più sotto, mi giunge due giorni fa: cito testualmente &#8220;considerazioni negative sui limiti degli ambienti ospedalieri e della sanità in genere se ne possono e se ne devono fare. Mi piacerebbe però che la prossima volta riuscissi a trovare una notizia che renda giustizia anche a quella passione sterminata con cui tanti, specialmente tanti giovani, affrontano questo lavoro come una missione disinteressata, tra difficoltà economiche continue e la reale tentazione di mollare&#8221;. Ecco, adesso non so se potrò essere davvero in grado di rispondere perfettamente ad una richiesta così precisa, diciamo che mi prodigo nel mio bislacco tentativo segnalandovi un&#8217;iniziativa forse importante da condividere. Si tratta di una simpatica e brillante trovata, messa a punto dall&#8217;intero personale dell&#8217;Istituto per la ricerca in Biomedicina di Barcellona (IRB), che ha visto bene di realizzare un video, sulle note orecchiabili di <em>Safe and Sound </em>dei Capital Cities, cimentandosi, tra l&#8217;altro con ottimi risultati, in un coinvolgente balletto (video allegato). Lo scopo della clip è quello naturalmente benefico, raccogliere cioè i fondi necessari per portare avanti gli studi su alcune malattie metaboliche gravi, su cancro e Alzheimer, secondo il consolidato meccanismo per cui gli stessi sponsor del progetto doneranno una certa cifra al raggiungimento di ogni nuovo significativo numero di visualizzazioni in rete del video. Che, a questo punto, occorre guardare, apprezzare e diffondere. Per noi stessi. Per Sandra. Per chi ogni giorno spende il proprio tempo e le proprie fondamentali energie a tutela della nostra salute.</p>
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